PAROLA A RISCHIO

Chi è il mio prossimo?

Una mano protesa verso l’altro.
Un movimento di avvicinamento al prossimo, che parte dalla compassione. Gesù, noi e gli altri.
Anna Maffei (Pastora battista)

La domanda “Chi è il mio prossimo?”, contenuta nel Vangelo di Luca (cap. 10, v. 25) fu preceduta da un’altra domanda posta a Gesù dalla stessa persona, un teologo. Gli aveva chiesto: “Che cosa devo fare per ereditare la vita eterna?”. Domanda quest’ultima frequente al tempo di Gesù e a lungo anche successivamente ma che oggi non ci capita spesso di intercettare. L’orizzonte dei nostri contemporanei è forse meno ampio e le domande più frequenti riguardano il presente o il futuro prossimo più che il futuro remoto. Non ci si pone molto – mi sembra – il problema di come sfuggire al giudizio di Dio, quanto come passare indenni il giudizio degli altri e perfino come superare il nostro stesso giudizio sull’andamento e le incerte prospettive della nostra vita. Come affrontare le difficoltà, le frustrazioni, i fallimenti, le solitudini, la precarietà delle relazioni, le sofferenze e i vuoti di senso. Ma anche se pochi formulano la domanda cruciale nei termini religiosi di “salvezza” guardando alla vita eterna, credo che la risposta che Gesù offrì allora non abbia perso di attualità.

Cosa devo fare?

Prima di tutto un’osservazione. Alla domanda “Che cosa devo fare per ereditare la vita eterna?” Gesù non rispose direttamente ma fece scaturire la risposta dalla stessa persona che gliela aveva posta. Aveva chiesto: “Nella legge che cosa sta scritto? Come leggi?”.  Questo è molto importante: Gesù sa che nessuna persona parte da zero. Ognuno ha convinzioni, esperienze e riflessioni che lo hanno attraversato e formato fino a quel momento. Ogni domanda di senso non è da trascurare né da disprezzare e affonda le sue radici nell’esperienza di vita delle persone. E può anche accadere, come in questo caso, che Gesù confermi la risposta che la persona si è data. L’uomo gli aveva risposto: “Ama il Signore Dio tuo con tutto il tuo cuore, con tutta l’anima tua, con tutta la forza tua, con tutta la mente tua, e il tuo prossimo come te stesso”. E Gesù gli aveva detto semplicemente che andava bene così: “Fa’ questo e vivrai”. 

Ma la domanda, suo malgrado, si approfondisce e diventa concreta. Se devo amare Dio e il mio prossimo, allora chi è il mio prossimo? La domanda sembra essere: quali sono i confini dell’amore? L’amore che ci è richiesto include alcuni ed esclude altri? Chi include e chi esclude? C’è un desiderio da parte di questo interrogante “di una zona franca dove avere la possibilità di ripararsi dal comandamento divino”, come suggerisce Elizabeth Green nel suo libro “Il Dio sconfinato” (Claudiana 2008 p.20). Non possiamo certo leggere nel cuore di quell’uomo, ma possiamo riconoscere le nostre esitazioni, i nostri blocchi, i nostri recinti quando si tratta di amore. E non è un caso che a questi blocchi e al tentativo di porre confini riconoscibili alla cerchia degli “amabili”, Gesù risponda con una storia. È una storia che conosciamo e amiamo, una storia che lascia da parte i principi e descrive decisioni e azioni. L’amore ha bisogno di verbi più che di aggettivi. Una storia che ha al centro un uomo aggredito e lasciato mezzo morto sul ciglio della strada da due persone religiose e osservanti e soccorso da un outsider, disprezzato e nemico. Una storia che intende stimolare l’empatia, l’identificazione con la vittima e che è raccontata in modo da condurre per mano chi l’ascolta a un ribaltamento della domanda. Gesù si sottrae al tentativo di etichettare alcuni come prossimo da amare da tenere distinti dagli altri. Piuttosto indica un movimento. L’amore è un movimento di avvicinamento all’altro che parte dalla compassione. Se per il levita e il sacerdote erano prevalse altre motivazioni per il loro passare oltre dal lato opposto – Paura? Calcolo? Purezza rituale? Comunque motivazioni centrate su di sé – il samaritano si muove verso l’altro a partire dal profondo sentire della comune umanità, dalle viscere che si commuovono, dalla fragile corporeità e dalla capacità di non scappare davanti al dolore dell’altro. Mentre i due passano dall’altra parte e vanno via, il samaritano va verso l’altro oltrepassando i confini che lo separavano dal malcapitato, quello fra popoli e religioni diverse e nemiche, quello fra sani e malati, quello fra chi ha e chi non ha più niente e, oltre i confini, si sporca le mani, versa, massaggia, cura, condivide, dona.

I confini dell’altro

La proposta di Gesù è proposta di un amore che attraversa i confini per incontrare l’altro là dove è, per prendercene cura senza pensarci troppo. Questa è la storia che Gesù raccontò all’uomo che lo interrogò su cosa fare della sua vita. Gesù gli rispose semplicemente: Ama! Va’ verso l’altro e ama di un amore senza confini!

Esattamente quello che avveniva ogni volta che Gesù incontrava qualcuno, anche coloro, e furono in tanti, che non avevano neppure la forza per formulare domande teologiche ma era rimasto loro solo il fiato per gridare la propria disperazione, come il cieco di Gerico o come i dieci lebbrosi ai confini fra Galilea e Samaria: “Gesù, maestro, figlio di Davide, abbi pietà di noi!” O come quel padre disperato: “La mia bambina sta morendo. Vieni a posare le tue mani su di lei affinché sia salva e viva!”. E Gesù andava, poneva le sue mani su di loro, se ne prendeva cura.

Ma quella storia, come comprese bene Lutero e come comprende chiunque conosca il Vangelo, è anche e soprattutto parabola efficace dell’intera storia di Cristo. Nascosta in quella parabola c’è la storia di Dio che in Cristo prende corpo in mezzo a noi, rinuncia al cielo e sconfina sulla terra per venirci incontro nel bisogno, prende su di sé la nostra fragile corporeità e si prende cura di noi spendendo del suo, avendo compassione per noi, un’umanità mezza morta. Si avvicina. Diventa prossimo a noi. L’amore è un movimento di avvicinamento all’altro che parte dalla compassione. Gesù amò di un amore sconfinato fino alla fine oltrepassando ogni confine anche quello dell’umiliazione, dell’abbandono e della morte.

La com-passione

Oggi a 499 anni dalla Riforma, quel movimento dello Spirito che ha prodotto quello che qualcuno ha definito come “il ripristino della Chiesa”, e nel bel mezzo del Giubileo cattolico della Misericordia, siamo chiamati ad ascoltare attentamente e con rispetto le domande dei nostri amici e delle persone che incontriamo, qualunque sia la loro provenienza, cultura, età, genere e appartenenza religiosa. Siamo chiamati a riconoscere l’altro dove questi si trova, con la sua esperienza di vita, le sue acquisizioni, le sue ansie e le sue paure. Dobbiamo imparare a riconoscere anche le nostre domande profonde e le nostre paure ed essere coinvolti in quel movimento dello Spirito che Cristo ci ha rivelato come com-passione, la disponibilità a soffrire insieme, a incontrarci pelle a pelle nella nostra comune umanità. L’amore è il movimento di avvicinamento che risponde al bisogno dell’altro e che non nega ma riconosce anche il nostro bisogno. 

Chissà, forse ci capiterà di scoprire che l’amore è la risposta anche per coloro che non ci vengono a cercare per rivolgerci domande sulla vita eterna. L’amore è il linguaggio universale che tutti possono comprendere. Ed è la risposta a tante domande inespresse.

Nel dialogo di vita, forse col tempo, quella domanda prenderà forme diverse ma sarà riconoscibile e allora la prima risposta da dare è quella della Grazia. Se ci chiedono con o senza parole: cosa devo fare? Rispondiamo: Tu non devi fare niente, solo lasciati amare da Cristo. Cristo ama te e ama il mondo intero infinitamente. Lasciati semplicemente amare. Entra con la tua storia nella storia di Cristo. Vedrai, quest’amore è contagioso. L’amore che ricevi non puoi che donarlo ancora e ancora.

In amore siamo tutti sempre apprendisti maldestri, tuttavia ci giunge l’invito a provare a viverlo anche noi, come possiamo. Lasciamoci amare, amiamo e sconfiniamo, accogliendoci l’un l’altro. Perché l’amore di Dio è più forte della morte, vince le nostre paure, perdona i nostri fallimenti. 

Si prende cura di noi, così. Semplicemente.

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