ULTIMA TESSERA

Un golpe di seconda generazione

Cosa sta accadendo in Brasile, dopo la sospensione dalla carica di Dilma Rousseff?
Claudia Fanti (Giornalista, redattrice di Adista)

L’impensabile è accaduto: in Brasile si sta consumando un colpo di Stato. Si tratta, è chiaro, di un golpe di seconda generazione, di natura istituzionale anziché militare, del genere di quello verificatosi in Paraguay contro Fernando Lugo nel 2012 o di quello, solo un po’ meno sofisticato, realizzato nel 2009 contro Manuel Zelaya. Ma, comunque lo si chiami, è evidente che l’offensiva parlamentare-giudiziario-mediatica che ha condotto all’apertura di un processo di impeachment contro la presidente Dilma Rousseff, sospesa dalla carica per un periodo massimo di sei mesi (in attesa che abbia luogo in Senato il processo vero e proprio), non è in grado di nascondere agli occhi del mondo quello che i movimenti popolari, e con loro illustri giuristi, vanno ripetendo da mesi: che, cioè, la messa in stato di accusa in assenza di un reato non è impeachment, ma golpe. Hanno voluto spiegarlo anche a papa Francesco, i movimenti, inviando a Roma una delegazione composta da due note attiviste sociali: l’attrice Letícia Sabatella e la giudice di origine armena Kenarik Boujikian, già presente all’incontro dei movimenti popolari in Vaticano (2014) e a quello successivo in Bolivia (2015).

È proprio nell’ambito del dialogo permanente stabilito con il Papa, considerato un alleato speciale nella lotta per “terra, lavoro e casa”, che le due donne hanno potuto trasmettergli, il 9 maggio scorso, le preoccupazioni dei movimenti popolari, consegnandogli anche un’illuminante lettera di Marcelo Lavenere, ex presidente dell’Ordine degli Avvocati del Brasile e membro della Commissione Giustizia e Pace della Conferenza dei vescovi brasiliani. Una lettera che spazza via ogni dubbio circa le due accuse rivolte a Dilma Rousseff – la firma di decreti per l’apertura di crediti supplementari senza la dovuta autorizzazione amministrativa e il ritardo nella restituzione delle risorse dal Tesoro alla Banca del Brasile in relazione al finanziamento di programmi sociali – spiegando come, nel primo caso, i decreti in questione non abbiano determinato un aumento delle spese di bilancio e come, nel secondo caso, il ritardo fosse autorizzato dalla Corte dei Conti brasiliana. Ma, soprattutto, evidenziando come le due infrazioni, anche volendo considerarle tali, non potrebbero comunque configurare il “crimine di responsabilità” richiesto dalla legge per la messa in stato di accusa, essendo atti amministrativi assunti collettivamente – le cosiddette “pedalate fiscali”  diventate di routine a livello non solo federale ma anche statale – e non atti criminali personali attribuibili alla Presidente. Mentre lo stesso non si può dire del nuovo Presidente ad interim ed ex alleato di governo Michel Temer, coinvolto, a differenza di Dilma, nell’inchiesta Lava-Jato sulle tangenti legate al colosso petrolifero statale Petrobras.

Non è un caso, peraltro, che a tali infrazioni ben pochi tra i parlamentari, durante la votazione del 17 aprile alla Camera dei deputati e quella del 12 maggio al Senato, abbiano fatto riferimento: tra invocazioni a Dio, alla patria e alla famiglia e appassionati riferimenti – nel caso del deputato Jair Bolsonaro – al colpo di Stato del 1964 e alla memoria del colonnello torturatore della dittatura Carlos Alberto Brilhante Ustra, deputati e senatori, molti dei quali con procedimenti giudiziari in corso, hanno chiaramente evitato di spiegare su quali basi giuridiche votassero sì all’ammissibilità dell’impeachment. E non sorprende: a determinare la messa in stato d’accusa non è stato altro, infatti, che l’esaurimento di quel Patto di convivenza stabilito nel 2002 tra il Partito dei Lavoratori (Pt) e le classi dominanti, con cui è stata, sì, assicurata a lungo la governabilità, ma a condizione che non venissero toccati gli interessi dell’oligarchia. E se gli alti prezzi delle materie prime potevano allora assicurare benefici per tutti, ricchi e poveri, rendendo possibile, attraverso il programma Bolsa Familia, l’impresa grandiosa di condurre ben 40 milioni di persone fuori dalla miseria, la successiva crisi economica ha imposto la necessità di scegliere quali interessi tutelare: o quelli di di chi sta in basso o quelli di chi è al vertice della piramide. Ed è evidente che, per quanto la presidente Dilma si sia sforzata di seguire i dettami del mercato – con l’unico effetto di alienarsi la sua base di appoggio – per le classi dominanti non poteva comunque bastare: se l’imperativo categorico, in tempi di crisi, è diventato quello di reprimere le forze organizzate del popolo, tale compito non era certamente alla portata di un governo del Pt, considerando i suoi vincoli storici con i movimenti popolari. Neppure di un Pt che, come gli ha rimproverato il domenicano Frei Betto, ha rinunciato di fatto ai tre simboli della sua identità – l’organizzazione della classe lavoratrice, l’etica in politica e la realizzazione di riforme strutturali – sposando un modello estrattivista ecologicamente devastante. 

E così – in attesa che si svolga in Senato, sotto la guida del Presidente del Supremo Tribunale Federale Ricardo Lewandowski, il processo vero e proprio di messa in stato di accusa – ha assunto la presidenza ad interim il “vice usurpatore” (come lo definisce il Movimento dei Senza Terra) Michel Temer, che subentrerà in maniera definitiva nel caso – ormai praticamente scontato – che il processo termini con la destituzione di Dilma. E che si troverà ora, con la sua squadra di 23 ministri tutta al maschile, ad applicare un’agenda economica e sociale opposta a quella in base a cui era stato eletto come vicepresidente alle elezioni del 2014: un’agenda che, puntando a realizzare le aspirazioni della bancada BBB (boi, bala, bíblia, cioè la lobby ruralista, quella dell’industria delle armi e quella degli evangelici fondamentalisti), sembra concretizzare tutti i peggiori incubi dei movimenti, dallo smantellamento dei programmi sociali alla privatizzazione del patrimonio nazionale, fino alla criminalizzazione delle organizzazioni popolari e al riallineamento con gli interessi statunitensi (un riallineamento che spiega l’eloquente silenzio mantenuto dagli Stati Uniti). I movimenti, tuttavia, non restaranno a guardare: riuniti nel Frente Brasil Popular e nel Frente Povo Sem Medo, hanno già avvertito che mai e poi mai riconosceranno la legittimità del nuovo governo, preparandosi a combatterne ogni singolo provvedimento teso a smantellare le conquiste dei lavoratori. Chissà che da qui non rinasca una nuova sinistra in grado di costruire davvero un nuovo Paese. 

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