ARTICOLO 2

Perdono, accoglienza, carità, e…

Roberta Dalla Mora

Cerco alcune notizie relative alla pace; neanche finita la frase, compaiono tra i suggerimenti collegamenti alla guerra, alle zone di fuoco: il male evidentemente lo ricercano in più persone, la pace non va più tanto di moda, forse perché si pensa troppo difficile da attuare, e nel concreto, da trovare.

Eppure al rinnovo delle promesse battesimali rinunciamo al peccato, e allora perché è comunque così diffuso il farsi male, piuttosto che operare il bene? Si ha fatto una promessa, dal latino “promitto” con il significato di garantire, garantire che nel futuro la parola data rimanesse pura e sincera come l’inizio. Si promette l’unità. Dice Papa Francesco: ”L’unità prevale sul conflitto perché il fratello vale molto di più delle nostre personali posizioni: per lui Cristo ha versato il suo sangue”. Come ci si può permettere di danneggiare il proprio fratello, di garantirgli una vita infelice, in seguito percorsa da traumi e paure.

La pace senza dubbio però si coltiva, si costruisce e in questo preciso momento storico, alla voce pace si attribuiscono alcune proprie definizioni, che si possono sintetizzare in poche parole prese come acronimo della stessa: passione, accoglienza e carità.

Passione, mi riconduco ancora una volta al latino, “patior” con primo significato di sopportare, ma anche di supportare. Il compito è quello di sopportare, anzi di amare i nemici e pregare per chi ci perseguita; le nostre azioni devono quindi supportare le leggi dell’amore, la forza dell’amore gratuito e incondizionato. Sembrano tante parole astratte, tanti semi che non germoglieranno, come gettati al vento; ma la speranza non ci deve mai lasciare: come quella scritta su quel muro spoglio “Chi getta semi al vento farà fiorire il cielo”. Bisogna tendere a far vedere più fiori a questo nostro cielo e meno corpi senza vita stesi al suolo o altri corpi senza vitalità seduti sul divano davanti ai tanti schermi ignorando tutto il resto.

Oltre ad esser passione però, la pace è in primis perdono: “A noi il compito di farla venire in superficie, di canalizzarla, di proteggerla dagli inquinamenti, di farla giungere a tutti. La pace, dunque, è dono. Anzi è “per-dono”. Un dono “per”. Un dono moltiplicato”. (Don Tonino Bello).

Come possiamo pretendere di voler la pace nel mondo se non si è capaci di perdonare il fratello, l’amico, il coniuge, la tanto idealizzata suocera. Come possiamo promettere una casa di pace se il cambiamento, nel nostro piccolo, nel nostro adesso non lo compiamo noi. Da ora. Proprio nell’istante dopo aver letto queste frasi, mi prometto di essere la parte virtuosa del proprio io.

Con il perdono si disintegra la guerra dalle sue prime radici, che altrimenti porterebbero a esser coltivate da odio e vendetta, dando bombe e grigie atmosfere come frutti. Dobbiamo abbattere l’albero da guerra.

 

Accoglienza, forse la più importante parola adesso come adesso. “Ero straniero, e mi avete accolto” queste parole ci esortano a non rimanere indifferenti, ma anzi a metterci in gioco difronte alla povertà con la quale partono e arrivano i nostri lontani fratelli, che diventeranno ben presto i nostri vicini di casa.

Accoglienza è aiuto, ovvero quello che gridano silenziosamente nel loro petto coloro che sperano si aprano le porte di un’altra vita.

“Trattati come un peso, un problema, un costo, siete invece un dono” afferma Papa Francesco. Eppure se ci trovasse in prossimità di un “diverso”, si tenderebbe a cambiare strada, posto a sedere, bar in quanto si agisce dettati dal pregiudizio, da queste barriere mentali troppo alte da scavalcare, ed impauriti di scoprire cosa esiste dietro queste alte mura ideologiche, non si compie lo sforzo di provarci.

Questo comportamento tuttavia, non fa parte della definizione di pace a cui stiamo cercando di giungere.

Carità. “La carità sarà la nostra unica ricchezza”, poveri all’apparenza ma estremamente ricchi nell’anima. Proviamo a compiere un atto di altruismo, quale un regalo, un dono non necessariamente economico, ma piuttosto di tempo di riposo da dedicare all’ascolto dell’altro. E’ stato studiato che in conseguenza a questo tipo di azioni l’essere umano si sente meglio, infatti dopo questi studi sono state consigliate le attività di volontariato a persone che soffrono di depressione.

Pertanto una volta che stiamo bene con noi stessi e abbiamo compiuto il bene agli altri, la pace arriva, scende tra noi e non ci lascia.

Giungiamo all’ultima lettera della nostra parola, alla quale non è stata data una precisa definizione. La sua particolarità sta proprio nel fatto che la “e” finale funge da congiunzione tra due nomi, due persone, in cui esiste pace o si prega perché prima o poi questa viva anche tra loro.

Iniziando dalla propria famiglia, nucleo di generazione e trasmissione di solidarietà e armonia e se tra i membri questo non esistesse, bisogna rafforzare la nostra “e” e far in modo che il legame che li unisce si rafforzi.

Pertanto Stefano e Francesco e Marco e Dario e Marina e Annalisa e tutti i nomi dei vostri fratelli e sorelle e genitori, generiamo insieme la pace e diffondiamola a chi purtroppo non la conosce ancora.

In conclusione questa riflessione, che si spera agiti un po’ gli animi di coloro che la leggeranno, in quanto se esiste un Nobel per la pace, evidentemente non è così scontato trovarla, non vuole essere, né sembrare un insieme di tanti pensieri carini messi insieme e spediti, ma piuttosto parole di pubblicità per una cosa, uno stato, un mondo unito da tante “e” in cui viva la vera pace.

 

Come un diamante, non scalfibile se non da se stesso e così prezioso perché estremamente raro, tale è la pace, la nostra pace che si spera in futuro meno preziosa perché meno rara.

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