Il valore etico e sociale del credito

Luca Grion

Il deficit  di  credibilità  di  cui  soffre  il credito  cooperativo  non  è dovuto,  solo,  ad  un  deficit  etico  delle  istituzioni bancarie, ma anche ad una scarsa consapevolezza  etica dei soci/consumatori.  La lezione di Maritain ci spinge ad un ripensamento radicale della dimensione economica da concepire, di nuovo, come strumento al servizio del bene comune Non è certo motivo di originalità segnalare le difficoltà che sta attraversando il mondo del credito cooperativo, da più parti considerato incapace di reggere le sfide dei tempi. Troppo piccoli gli istituti per sostenere le pressioni di un mondo globalizzato, troppo chiusi per attirare capitali, troppo legati a modalità di partecipazione  e di gestione del credito per garantire efficienza ed efficacia.

 

I problemi di governance  qui richiamati sono sicuramente  importanti,  ma altri, più titolati, potranno ragionarne con profitto.  Quello  su cui io vorrei  invece  riflettere  sono  i problemi  che  riguardano  la base:  i correntisti  e i soci  del variegato  mondo  delle BCC e delle popolari.  Provo a farlo a partire da alcune domande:  quanto  dell’attuale  crisi è dovuta  al  venir  meno,  nel  sentire  diffuso,  dei  valori  e della  visione  da  cui  è germogliata  l’esperienza  del  credito cooperativo? Quanto è diffusa la consapevolezza  che un diverso modo di fare banca – che poi dovrebbe essere il volto autentico  di un sistema finanziario  al servizio dell’umano  – rappresenta  un valore aggiunto  al pari e forse più di un dividendo? E quanto, questa consapevolezza,  si traduce in una partecipazione reale e in una vigilanza attenta su quanti ricoprono ruoli di responsabilità nel governo degli istituti di credito?

 

Ciò che queste domande vorrebbero suggerire è che, forse, il deficit di credibilità di cui oggigiorno soffre il credito cooperativo non è dovuto, solo, ad un deficit etico delle istituzioni bancarie, ma anche (e forse soprattutto) ad un deficit di consapevolezza  etica dei soci/consumatori.  Se passa l’idea che “una banca è una banca” e che, in fondo, l’obiettivo degli azionisti è solo quello di veder aumentare i dividendi e che, d'altro canto, l’obiettivo dei correntisti è solo quello strappare le migliori condizioni di mercato, appare evidente che ogni riferimento etico-valoriale si riduce, se va bene, ad un orpello folkloristico. Il rischio, però, è quello di certificare l’inconciliabilità  tra etica e finanza, magari accarezzando il sogno di una fuga dal mercato.

 

È interessante  notare  come  tale  opzione  fosse  stata  esplorata  anche  dall’ultimo  Maritain,  quando,  ormai  anziano, suggerì  la desiderabilità  di  Una società senza denaro.  Ciò che il filosofo  francese  aveva a cuore era, soprattutto,  la possibilità  di costruire  una società  rispettosa  della dignità  umana  e capace  di sostenere  la vocazione  dell’uomo  alla libertà e alla comunione fraterna. L’itinerario per conseguire tale risultato era individuato, da Maritain, precisamente in un ripensamento  radicale della dimensione  economica,  non più separata dalla morale, bensì strumento al servizio del bene comune.

In  teoria  e  in  astratto,  osserva  Maritain,  si  può  certo  immaginare  l’instaurarsi  di  un  rapporto  fecondo  tra  denaro,

dimensione economico/produttiva  e crescita comunitaria. Questo potrebbe accadere laddove il denaro investito servisse a sostenere le imprese e queste avessero a cuore il bene della persona. Il denaro per il lavoro e quest’ultimo per l’uomo.

 

Ordinariamente, però, accade esattamente il contrario: l’uomo è visto come un mezzo al servizio della produzione e il lavoro viene subordinato alla massimizzazione  del capitale. Già agli inizi degli anni Trenta – non a caso all’indomani di una gravissima  crisi finanziaria  – Maritain  aveva osservato  come, troppo spesso, «invece d’essere  considerato  un semplice alimento dell’organismo  e uno strumento per il rifornimento  di quell’organismo  vivente che è un’impresa di produzione,  il  denaro  stesso  viene  considerato  come  l’organismo  vivente,  e  l’impresa,  con  le  sue  attività  umane, l’alimento e lo strumento di esso: per modo che i guadagni non sono più il frutto normale di un’impresa alimentata dal denaro,   ma   il   frutto   del   denaro   alimentato   dall’impresa»   (cfr.   Maritain,   La   fecondità   del   denaro,   1930).

 

È proprio questa inversione dei valori che l’ultimo Maritain denuncia nel momento in cui critica l’idea che il denaro possa  essere  fertile  e dare frutti.  Inversione  che conduce  ad anteporre  ai diritti  del salario  quelli  del dividendo  e a individuare nel maggior profitto possibile l’unico criterio guida delle relazioni economiche. E questo è ancor più vero quando si parla di banche, la cui liceità morale dovrebbe  invece radicarsi  – come ben ci ricorda l’economista  civile Luigino Bruni – nel valore sociale di un credito capace di contrastare la miseria e l’usura.

 

Il credito  cooperativo,  è bene  ricordare,  affonda le radici proprio nell’idea che sia possibile fare del denaro uno strumento  di  crescita  umana,  concedendo   credito  a  chi  ne  sarebbe  escluso,  costruendo  reti  di  solidarietà  e  di cooperazione; in breve favorendo una logica di comunità. Sarebbe opportuno che questi valori non restassero rinchiusi nelle varie carte – dei  valori, della  coesione, della  finanza – ma si traducessero  in pratiche concrete e coerenti. Se il credito cooperativo non saprà rimettere in circolo una “grammatica del noi”, se non saprà alimentare in modo credibile l’idea  che  è  davvero  possibile  un  matrimonio  tra  etica  e  finanza,  tra  banca  e  responsabilità  sociale,  tra  legittimo interesse individuale e co-partecipazione ad un’avventura comunitaria, avrà perso la sua sfida più importante.

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