PALESTINA

Resistenze popolari

La vita dei palestinesi è resistenza quotidiana.
Viaggio nelle sue diverse forme nonviolente, dal Samùd al Muqàwama.
Wasim Dahmash (Saggista, docente e traduttore palestinese nato in Siria. Insegna lingua e letteratura araba all’Università di Cagliari)

Due parole sulla resistenza palestinese. Due sole  parole per dire resistenza: sumùd e muqàwama. Ce ne sarebbero altre, ma queste sono emerse da un secolo di resistenza popolare contro l’occupazione straniera della Palestina. 

Resilienza 

Sumùd è un termine relativamente nuovo nell’uso comune. È spesso tradotto con resilienza, ma tale traduzione non ne rende appieno il significato. Provo a spiegare di che si tratta. È una forma di resistenza passiva, improntata alla pazienza e alla costanza, consapevole della forza del diritto e della necessità di non abbandonare il luogo fisico dove si sta.

Fin dai primi giorni dell’occupazione di Cisgiordania e Gaza, la resistenza assume alcune delle modalità scaturite dall’esperienza della lotta di massa fra le due guerre mondiali, contro l’occupazione inglese e il progetto coloniale sionista. Ma nella coscienza politica palestinese vi è un dato nuovo emerso dopo la nakba, la pulizia etnica della Palestina, ed è la consapevolezza della minaccia all’esistenza stessa della società e all’identità dei Territori Occupati. Tanto più che, al momento dell’occupazione, le truppe israeliane tentano di ripetere la cacciata della popolazione dai territori che vanno conquistando. I villaggi, i campi profughi e le città, svuotati dai loro abitanti, vengono rasi al suolo. Comincia la creazione di insediamenti per coloni israeliani nei territori appena conquistati. A tale scopo vengono requisite le terre coltivate e sequestrate le fonti d’acqua. La colonizzazione israeliana è accompagnata da una repressione politica ed economica sistematica. I palestinesi, cioè‚ assistono a una riedizione del processo di trasformazione della Palestina. È così che si sviluppa nella popolazione una forma di resistenza passiva che si riassume nel termine sumùd col quale si indica la volontà di restare aggrappati alla propria terra a qualunque costo. È soprattutto nel consolidarsi del sumùd, divenuto con gli anni base di una nuova coscienza nazionale, nell’accumulo di esperienze nell’affrontare l’operato del sistema di occupazione tendente a espropriare i palestinesi del loro Paese e nell’intollerabilità delle condizioni di vita imposte che vanno individuati i motivi principali dell’esplodere dell’intifada o insurrezione

Sumùd

L’esperienza del sumùd è ben diversa da quella della guerriglia che negli anni Settanta e Ottanta del secolo scorso ha contraddistinto l’azione politica e militare dei palestinesi nella diaspora. Per fare qualche esempio, una famiglia a cui viene demolita la casa – cosa quotidiana nei Territori Occupati, soprattutto a Gerusalemme – e che resta sulle macerie della propria abitazione demolita, sotto una tenda o sotto il cielo senza riparo, e si rifiuta di andarsene, compie un’azione di resistenza, di sumùd appunto. Così pure le centinaia di migliaia di lavoratori e studenti che pazientemente aspettano per ore davanti ai posti di blocco per poter raggiungere i loro luoghi di lavoro o studio sono dei resistenti, compiono atti di sumùd quotidiano. I contadini che vedono le loro coltivazioni distrutte con le ruspe dell’esercito d’occupazione e i loro alberi secolari sradicati e bruciati, ma che tornano a piantare e coltivare, sono dei resistenti.

Gli scioperi e le manifestazioni, le forme più palesi di resistenza popolare non violenta, hanno caratterizzato il corso dell’occupazione della Palestina fin dall’inizio, dal primo momento dell’occupazione britannica, avvertita dalla popolazione come minaccia concreta non solo alla vita nazionale e politica ma anche ai diritti civili e umani. 

L’esempio più eclatante di resistenza popolare è stato quello dell’intifada esplosa nel dicembre 1987 con manifestazioni di massa. Le richieste popolari vengono illustrate da alcuni esponenti palestinesi in una conferenza stampa a Gerusalemme. Chiedono, fra l’altro, il rispetto della Convenzione di Ginevra e l’abolizione delle misure restrittive di carattere politico ed economico. La repressione non riesce a fermare la rivolta. Sono molte le ragioni che determinano il perdurare di questo moto insurrezionale. Oltre alle motivazioni politiche, quali la difesa della propria identità, della propria esistenza nazionale, del rifiuto dell’occupazione militare e della colonizzazione straniera, va registrata una crescente capacità di attenuare il peso delle misure repressive, di creare strumenti di mobilitazione in grado di coinvolgere tutta la popolazione, di adattare le forme organizzative alle esigenze della lotta di massa, di dare risposte ai problemi quotidiani, vecchi e nuovi, della popolazione. In altre parole, l’intifada diventa quasi un sistema alternativo di governo, riducendo la presenza israeliana nei Territori Occupati a mera presenza armata e il “Comando Unitario dell’Intifada” è apparso come l’unica autorità morale che gode di un largo consenso nei Territori Occupati. 

Intifada

L’intifada, intesa quale azione collettiva di intervento sociale, politico e in parte economico, innesca un processo di emancipazione politica e sociale e di rinnovamento culturale che risulta chiaro osservando le risposte della popolazione palestinese alla repressione del governo d’occupazione: sassi di fronte a pallottole, una risposta cioè‚ di un livello di violenza minore rispetto a quello dei mezzi repressivi. Le uccisioni, il ferimento e la mutilazione di decine di migliaia di giovani e bambini, gli arresti in massa e la pratica della tortura costituiscono solo una parte dell’azione repressiva, ne sono semmai gli aspetti più appariscenti. Le punizioni collettive, la demolizione delle abitazioni, il sequestro delle terre coltivate e delle fonti d’acqua, la distruzione dei raccolti, lo sradicamento di alberi e culture, i continui coprifuoco che colpiscono l’attività produttiva, l’espulsione dal territorio, la chiusura di scuole e università, le irruzioni negli ospedali, la negazione delle cure a feriti e malati, gli impedimenti al lavoro, pur sottopagato, senza nessuna sicurezza sociale o difesa sindacale, la negazione di ogni libertà di stampa, di associazione, di movimento, l’infinito elenco di proibizioni, divieti e malversazioni, costituiscono la vita quotidiana dei palestinesi sotto occupazione.

Pur fra difficoltà, dubbi e contraddizioni, l’intifada è riuscita a riproporre il popolo palestinese quale soggetto politico di diritto avendo agito per alzare il livello del confronto politico e per diminuire il livello della violenza. D’altra parte, però, il timore che possa emergere una leadership nei Territori Occupati che possa contendere il primato della rappresentatività delle aspirazioni palestinesi accelera la scelta della vecchia guardia dell’OLP in esilio di compiere atti miranti ad alzare il livello di violenza, a fare cioè scelte convergenti con la politica del governo israeliano mirante a disinnescare l’intifada.

Proteste popolari 

Altre sollevazioni popolari si sono avute nel corso degli anni successivi, ma le condizioni erano completamente cambiate con la creazione dell’ANP (Autorità Nazionale Palestinese) come organo di controllo della popolazione per conto dell’occupazione israeliana. L’esempio più noto di un’altra sollevazione popolare è dato dai moti di protesta del 2000, esplosi in seguito alla “passeggiata” dell’allora capo del Likud, il generale Ariel Sharon che il 28 settembre va sulla Spianata delle moschee a Gerusalemme accompagnato da centinaia di poliziotti. Le manifestazioni di protesta che esplodono spontanee a Gerusalemme sono represse secondo le solite modalità: la polizia spara sui manifestanti, ne uccide 7 e ne ferisce 250. La protesta popolare dilaga, la repressione è feroce. È l’inizio di un nuovo periodo di forte mobilitazione popolare che verrà in seguito definito come “seconda intifada”. Purtroppo ben presto i moti popolari cedono il passo all’azione di gruppi armati. Infatti, in base agli accordi di Oslo erano stati introdotti nei Territori Occupati ingenti quantità di armi e di uomini armati provenienti dall’estero all’evidente scopo di spostare sul terreno militare lo scontro tra il disarmato e pacifico movimento di resistenza popolare e l’esercito di occupazione. 

La vita dei palestinesi, oggi come in tutti gli ultimi cento anni, è una vita resistente. Basti ricordare il grande sciopero generale del 1936 durato sei mesi, il più lungo sciopero generale della storia, contro l’occupazione e contro il progetto di distruggere la millenaria civiltà palestinese e trasformare la Palestina in una colonia europea per ebrei europei.

Muqàwama, invece, è la parola che indica genericamente qualsiasi tipo di resistenza, ma che ha assunto nel lessico palestinese il significato di “guerriglia” dopo l’esperienza dei fedayyin che, tra gli anni 1967 e 1970, fecero azioni di guerriglia contro l’occupazione israeliana a partire dalla Giordania e successivamente dal Libano. Tale fenomeno è del tutto scomparso con l’invasione del Libano nel 1982 e la cacciata dell’OLP dal Libano. Oggi la muqàwama è tornata al suo significato originale di “resistenza”. Resistenza di ogni tipo, com’è nel diritto internazionale, pacifica, armata, culturale, ecc.

Oggi, non solo in Palestina, ma anche nella diaspora dove vive oltre metà dei palestinesi, nascono nuove forme di resistenza, non ultime alcune forme culturali che si manifestano nell’arte, nel cinema, nella letteratura e in ogni campo di studi.

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