Persone invisibili

«I poveri li avrete sempre con voi» (Gv 12,8)
Mons. Giovanni Giudici

La speranza o l’illusione di superare la povertà con il crescere del benessere era fondata sui prevedibili sviluppi della tecnica e della crescita globale. Ma la verità è emersa dura e crudele. Non solo sono rimaste le grandi povertà della fame e dell’analfabetismo e delle pandemie, ma i poveri sono cresciuti di numero nel mondo e ne sono apparsi di nuovi e fino allora sconosciuti: gli immigranti, i vecchi, i disoccupati ecc. «I poveri li avrete sempre con voi» (Gv 12,8), e con essi dovrete sempre fare i conti, ha profeticamente detto Gesù. Il sogno di ridurre e far scomparire i poveri o, forse, quello di non essere più disturbati dai poveri, grazie all’azione sociale e alle riforme strutturali, non si avvera proprio. Essi saranno sempre in mezzo a noi, sacramento del Figlio dell’uomo, per stimolare alla carità e offrire l’occasione di mettere in pratica il comandamento nuovo. Ma bisogna riconoscerne il vero volto e trovare i modi per accoglierli e aiutarli a uscire dall’emergenza e, per quanto possibile, liberarli da una dipendenza indegna dell’essere umano. L’ultimo rapporto della Caritas (del 17 ott. 2012) toglie ogni illusione: oggi i poveri sono diventati più numerosi e più vicini. La globalizzazione dell’economia e dell’informazione, il fenomeno delle migrazioni e l’attuale crisi economica che morde nelle famiglie, anche in quelle che fino a pochi anni fa non sarebbero state povere, hanno moltiplicato i poveri e li hanno condotti più vicino a noi, con un tasso di disturbo sentito e risentito oggi molto di più che in passato.

Sì, i poveri ci disturbano, perché il loro volto ci rivela il nostro e ci rende coscienti della nostra responsabilità non solo verso noi stessi, ma anche verso gli altri, come ci ricorda il grande filosofo ebreo, Emmanuel Lévinas[1]. Combattere la povertà con i mezzi della politica e dell’economia è un dovere, ma insieme dobbiamo credere che i poveri sono una grazia: abbiamo bisogno dei poveri, perché essi ci richiamano alla nostra povertà esistenziale, esorcizzano i deliri di onnipotenza e ci fanno pensare ai beni che non finiranno mai.

 

Che cosa dobbiamo fare?

Alcune evidenze empiriche sulle diseguaglianze globali.

Le  diseguaglianze si manifestano su molti fronti: anche la vita stessa è distribuita in maniera diseguale. I tassi di mortalità infantile (decessi tra 0 e 5 anni) si sono quasi dimezzati negli ultimi 25 anni (UNICEF, 2014) passando da 12,7 a 6,3 milioni di decessi a livello globale annuo. In termini assoluti, questo calo si traduce nella sopravvivenza di ben 100 milioni di bambini nel periodo preso in esame. Ma questi 6,3 milioni di bambini – quasi 17 mila ogni giorno - hanno perso la vita per cause in gran parte prevedibili ; 2,8 milioni di bambini nel 2014 sono morti  nel primo mese di vita e due terzi di questi decessi si sono verificati in soli 10 Stati.

Le diseguaglianze di reddito sono ancora più evidenti (ci sono almeno 10 paesi africani il cui reddito pro-capite è meno del 10% di quello di un cittadino americano) anche se nel confronto tra paesi le distanze si sono parzialmente ridotte grazie alla crescita registrata dai paesi emergenti come Cina e India. Sono invece cresciute le differenze interne ai paesi, tanto in Cina e in India quanto negli Stati Uniti, ma oggi anche in Europa, cioè aumenta sempre più la distanza tra chi sta in cima alla distribuzione del reddito e chi sta in coda.

Diseguaglianze ancora maggiori si osservano se guardiamo alla ricchezza. Nel 2010 l’1% delle persone più ricche al mondo possedevano circa la metà della ricchezza mondiale. Negli ultimi 4 anni, le 80 persone in testa alla lista compilata da Forbes tra le persone più ricche al mondo hanno visto crescere la loro ricchezza da 1300 a 1900 miliardi di dollari e i maggiori incrementi si sono avuti in settori produttivi essenziali per la vita umana come il settore sanitario e il settore farmaceutico (Oxfam).

 

La geografia della povertà

La povertà nel mondo non conosce dogane e confini. L’estrema povertà confina con la ricchezza e si sviluppa in forme nuove e differenti. Secondo quanto riportato dal Rapporto sugli MDGs 2014,la lotta alla povertà e alla fame ha conosciuto importanti progressi in alcune zone. Nel 1990, quasi la metà della popolazione dei Paesi poveri, 1,25 miliardi di persone viveva con meno di un 1,25 € al giorno. Questa percentuale è scesa al 22% nel 2010, riducendo il numero di persone in estrema povertà di ben 700 milioni. Questo significa che l’obiettivo è stato raggiunto cinque anni prima della scadenza del 2015. Nel frattempo però il numero assoluto di persone che vivono in estrema povertà è sceso da 1,9 miliardi nel 1990 a 1,2 nel 2010. Nonostante questo grande risultato, il progresso nella riduzione della povertà è stato irregolare. Alcune regioni, come l’Asia orientale e il sud orientale, hanno raggiunto l’obiettivo di dimezzare il tasso di povertà, mentre altre regioni come l’Africa subsahariana e l’Asia meridionale, sono ancora molto lontane. La maggioranza delle persone che vivono con meno di 1,25 $ al giorno si trova in queste regioni, come illustra la mappa

interattiva della Fame 2014, realizzata dalla FAO.

Nel 2010, 1/3 del 1,2 miliardi di persone in estrema povertà viveva solo in India. La Cina, nonostante il consistente progresso nella riduzione della povertà, era seconda e ospitava circa il 13% della povertà estrema mondiale. Seguivano Nigeria (9%), Bangladesh (5%) e Repubblica democratica del Congo (5%). Quasi 2/3 viveva in questi cinque Paesi.

Oltre a questi popolosi Paesi, alti tassi di povertà si annidano in piccoli Paesi sconvolti dai conflitti. Spesso si tratta di aree in cui mancano ricerche frequenti e qualificate, che possano aiutare a tracciare e implementare politiche efficaci e programmi d’azione. Oggi nel mondo ci sono un miliardo di persone che vivono in condizioni di estrema povertà e tra i

Paesi con le percentuali più pronunciate troviamo sempre l’India (il 33% dei poveri totali), la Cina (13%), la Nigeria (7%), il Bangladesh (6%) e la Repubblica Democratica del Congo (5%).

Questo non significa che i Paesi più ricchi siano risparmiati dalla miseria, che qui si manifesta per lo più sotto forma di povertà relativa. Se si può essere colpiti ovunque dalla povertà, alcune persone e gruppi sociali sono più vulnerabili. Per esempio, membri di famiglie monoparentali, lavoratori del settore informale, contadini senza terra, rifugiati e sfollati, persone con disabilità fisiche e mentali, minoranze etniche, residenti in zone di conflitto, immigrati e bambini. Inoltre, le disuguaglianze di genere e le strutture patriarcali di molte società rendono le donne più a rischio, in merito alla disponibilità di cibo e beni essenziali, così come in differenti forme di esclusione sociale, culturale e professionale. Nella fotografia della povertà non si può infine dimenticare che anch’essa ha conosciuto la globalizzazione e ha iniziato a spostarsi attraverso i confini, senza bisogno di passaporto e sotto varie forme: emigrazione, malattie, droga, inquinamento, terrorismo e instabilità politica, come illustrava il Rapporto sullo Sviluppo Umano già agli inizi degli anni Novanta.

Nel nostro Paese, gli homeless sono persone invisibili nella vita e invisibili nella morte, forse anche per questo Richard Gere ha deciso di raccontarli e di mostrarli a tutti, a noi che viviamo nelle grandi città e passiamo davanti a queste persone senza guardarle, rimuovendo la loro presenza e la loro sofferenza, e ha girato il docu-film «The time out of mind». Il grande attore americano si è calato nelle vesti di un uomo senza dimora tra la gente di New York, uno qualunque di coloro che vivono la fase più acuta della povertà, un’ emergenza sociale permanente nelle metropoli dei Paesi avanzati, e anche nel nostro. Gli homeless non sono «diversi», non si tratta di individui con problemi mentali come troppo spesso si pensa, provengono anzi da diverse estrazioni sociali. Ma la condizione di grave emarginazione, di homelessness appunto, li espone a rischi elevatissimi per la propria vita a causa del mancato soddisfacimento di bisogni basilari. In Italia gli homeless stimati sono circa 50 mila in 158 Comuni italiani. Alla fine del 2014 era questo il numero di coloro che hanno utilizzato servizi di mensa o di accoglienza notturna, ma questa cifra potrebbe essere più alta se si considerano quelli che non usano alcun servizio (vedi Istat, ministero del Lavoro, Caritas e Fiopsd). Milano e Roma ne accolgono quasi 20 mila, seguono Palermo, Firenze, Torino e Napoli. In gran parte sono uomini, più di 40 mila, ma le quasi 8 mila donne, per metà straniere, hanno una età media elevata, intorno ai 45 anni, e si trovano senza dimora in media da più di due anni e mezzo. Più si prolunga questo stato più difficile è attivare i processi di inclusione sociale, con il passare del tempo la situazione si cronicizza e i percorsi di accompagnamento fuori dall’ estrema povertà sono più ardui. E non va sottovalutata la situazione delle donne che hanno problemi ancora più grandi di sicurezza, rischiano di subire violenza e anche, purtroppo, la prostituzione. Senza pensare alla situazione delle anziane particolarmente esposte sul piano della salute. Lavoro e matrimonio La situazione dei 13.000 giovani homeless è particolarmente dura nelle città più grandi, perché legata all’ immigrazione, alla droga, alle dipendenze e a una forte carenza sul fronte della formazione e delle relazioni sociali. Il minore investimento in capitale umano e sociale per i giovani è fortemente predittivo di grave esclusione sociale nel futuro.

Come abbiamo appena detto, è necessario sollecitare l’impegno sociale e politico e far nascere contestualmente una cultura della solidarietà a tutti i livelli, ma è necessaria una carità più coraggiosa e più decisa che in passato, una riflessione attualizzata sull’urgenza della carità che oggi è più esigente e la rende più impegnativa. Ciò di cui dobbiamo convincerci è che, da cristiani e, anzi, da esseri umani che sanno coniugare cuore e ragione, non possiamo sottrarci al dovere di guardare in faccia i poveri e lasciarci interpellare da loro. La coscienza cristiana è oggi giustamente sollecitata a ricercare e a combattere le cause della povertà, le «strutture di peccato» (Sollecitudo rei socialis, n. 36) che la provocano ma, nello stesso tempo, deve intervenire in modo immediato e personale. «Ho avuto fame … ho avuto sete, ero straniero … nudo …, ero malato …in carcere …» (Mt 25,35s). È Gesù stesso che attende il nostro intervento caritatevole. È lui che nel povero di oggi ha bisogno di trovare chi lo aiuta ad avere un lavoro, una casa, a pagare le bollette dell’acqua e della luce, l’affitto, le medicine prescritte dal medico e le tasse scolastiche dei figli ecc., e tutto questo quando anche noi soffriamo difficoltà economiche e siamo tentati di chiuderci sui nostri problemi.

La stessa parola di Gesù ci chiede anche di rivedere lo stile di vita e di ritrovare la sobrietà cristiana che oggi nella società dei consumi rischia di scomparire.  Occorre far rifiorire la cultura della carità, della fraternità e della solidarietà, dell’intervento tempestivo e personalizzato. Certo è giusto, anzi doveroso, coordinare gli interventi caritativi, ma senza burocratizzare la carità. Insomma ci vuole la Caritas ma anche la Conferenza di San Vincenzo. 

 

Nel contesto della «nuova evangelizzazione»

Nel contesto della «nuova evangelizzazione» la testimonianza della carità diventa ancora più urgente e decisiva. Il nostro mondo richiede un’evangelizzazione nuova per «l’ardore, i metodi e le espressioni», come già  diceva Giovanni Paolo II nel 1983. Nulla sarà più convincente e testimoniante della carità che rivela la nostra fede nel Signore «che da ricco che era si è fatto povero per arricchirci della sua povertà» (2Co 8,9). La carità è evangelizzazione, annuncio della lieta notizia di Gesù, rivelazione del Maestro il cui magistero è rivelato dai discepoli che si amano gli uni gli altri (Gv 13,35) e insieme annuncio del regno di Dio, di quei «cieli nuovi e terra nuova in cui avrà stabile dimora la giustizia» (2Pt 3,13). Un Documento della CEI del 1990 dice che «ogni autentico gesto di carità rappresenta pertanto nella storia degli uomini una realizzazione anticipata del regno di Dio … Per questo Paolo può affermare che “a carità non avrà mai fine. Le profezie scompariranno, il dono delle lingue cesserà e la scienza svanirà (...) Ora vediamo come in uno specchio, in maniera confusa: ma allora vedremo faccia a faccia” (1Cor 13,8.12). Essere amati da Dio in Cristo e in lui amare Dio per mezzo dello Spirito  e amare il prossimo “come se stesso” (cfr. Mc 12,28-31), è già la vita eterna» (Conferenza episcopale italiana, Evangelizzazione e testimonianza della carità, n. 18).

La carità è anche il criterio di verità delle celebrazioni eucaristiche e della vita della chiesa. Facendo memoria del suo Signore crocifisso e risorto, «nell’attesa della sua venuta»i, la Chiesa dovrebbe entrare nella logica del dono-di-sé fatto da Gesù. Dall’eucaristia scaturisce quindi l’impegno di testimoniare il mistero di amore che la comunità accoglie nella fede ed esprime nella condivisione la cui assenza strappa a Paolo l’amaro rimprovero rivolto ai Corinzi: «Quando vi riunite insieme, il vostro non è più un mangiare la cena del Signore» (1Cor 11,20-34). La carità eucaristica è anche una scossa profetica per risvegliarne il fervore della comunità cristiana e renderla così autentica testimone del Vangelo che essa annunzia in questo tempo di cambiamenti, affinché sia nel mondo un segno autentico e parlante del regno di Dio.  

 

Come deve essere colui che vuol aiutare i poveri?

La risposta più immediata e logica secondo il modo di vedere dell’uomo ma anche la più lontana dalla logica di Gesù, come essa appare nel Vangelo della moltiplicazione dei pani, potrebbe essere che chi aiuta i poveri deve avere molti mezzi a sua disposizione. Questa è una condizione, ma non è né la prima né la più importante. Chi vuol aiutare i poveri, ce lo ricordano i Padri della chiesa, deve aver un cuore povero, libero cioè da se stesso e aperto all’altro, non corazzato di sicurezze personali, deve avere quella «povertà in spirito» che il Vangelo definisce beatitudine (Mt 5,3), caratteristica dei santi, quella «povertà in spirito» propria di chi attende da Dio la propria salvezza. Il contrario di questa povertà spirituale è la convinzione di essere autosufficienti e di non aver bisogno di nessuno, neppure di Dio, un delirio di onnipotenza che produce complessi di superiorità, i quali a loro volta portano al disprezzo degli altri. Solo chi è povero nel cuore (non di cuore!) è in grado di stabilire delle relazioni autentiche di solidarietà, è contento di condividere quanto possiede e di accogliere gli altri e di camminare insieme verso l’ad-ventura (le cose che verranno) della vita. Per aiutare i poveri è necessario ritrovare o riscoprire la gratuità, la convinzione di aver avuto tutto in dono dalla generosità di Dio, una convinzione che la modernità ha cercato di cancellare o di mettere tra parentesi. La povertà di spirito e il «principio del dono» sono il contrario dell’ Űbermensch di Nietzsche. Una grace in disguise della crisi attuale potrebbe essere di farci finalmente ritrovare il senso della misura, la sobrietà, il non voler strafare … Oggi  sappiamo dove ci conduce «la volontà di potenza» del superuomo. Del senso della gratuità, del principio del dono e del bene comune parla lungamente il Papa nella sua enciclica Caritas in veritate (nn. 34-37). Ma per trattare questo ci vorrebbe un’altra lunga conferenza.

Vi sono alcuni argomenti ricorrenti che vengono avanzati per legittimare e giustificare le diseguaglianze esistenti: tra questi vi è l’importanza del merito, da cui consegue che le diseguaglianze dovute al diverso impegno e talento degli individui sono del tutto accettabili. Come scrive Alberta Alesina in un editoriale sul Corriere della Sera del 19 giugno scorso: “ Vorremmo forse, in nome della totale uguaglianza, eliminare i premi monetari a uno scienziato che fa un’importante scoperta? O quelli a un imprenditore che innova (…), o a un lavoratore che si impegna più dei suoi colleghi? Quando lo facciamo riduciamo la crescita, preferendo - pur di eliminare le disparità - impoverire la media delle persone.” Dunque, sarebbe quanto mai importante, soprattutto in fasi come queste, promuovere pratiche meritocratiche che favoriscano i talenti migliori, premiare e remunerare adeguatamente abilità e impegno, evitare politiche redistributive che potrebbero rischiare di penalizzarli. Non dovremo far altro, in fondo, che lasciare libero il mercato di remunerare impegno e talento come meritano incentivando così anche la crescita e lo sviluppo.

Difficile negare l’importanza del merito e la necessità di riconoscerlo e sostenerlo, in particolare in ambito educativo e professionale, nell’interesse del singolo soggetto e per la crescita delle nostre società. Allo stesso modo, non può che essere condivisa e sostenuta l’intenzione di premiare l’impegno, non solo remunerandolo adeguatamente ma anche riconoscendone il suo valore morale e sociale.

Vi sono, tuttavia, alcuni quesiti di fondo sull’effettiva capacità dei mercati (o, per meglio dire, di questi mercati)  di riconoscere e di premiare il merito. E se non cerchiamo di dare prima risposta a questi quesiti, appare  difficile giustificare e accettare le diseguaglianze esistenti in quanto esito (legittimo) di un diverso impegno profuso dalle persone o del loro diverso talento.

Dobbiamo riconoscere che la possibilità effettiva di esprimere il proprio talento e il proprio impegno non è distribuita equamente tra tutti. Se non c’è eguaglianza di opportunità nell’accesso ai massimi livelli di istruzione e l’investimento in capitale umano di qualità non è sempre l’esito di una libera  scelta ma dipende dalle circostanze individuali e familiari, come si creano le condizioni affinché merito e talento emergano? Possiamo davvero affermare che le persistenti diseguaglianze di remunerazione tra donne e uomini sul mercato del lavoro, a parità di istruzione,  sono l’esito di un impegno inferiore, di un minor merito o di scarse abilità da parte delle donne? Se non c’è mobilità sociale tra individui e tra generazioni,  come possono i giovani che provengono da famiglie meno favorite contribuire adeguatamente alla crescita? Quanto talento inespresso e quanto impegno non premiato è presente nelle nostre società? Esiste davvero un divario così grande di merito e di impegno che possa giustificare l’enorme disparità nei guadagni tra, ad esempio, un giovane brillante ricercatore precario e le cosiddette superstar (calciatori o  super manager)?  Come si chiede Stiglitz, in alcuni suoi lavori recenti,  perché se guardiamo all’apice della scala della ricchezza, tra l’1% dei più ricchi, non troviamo chi ha scoperto il DNA o il laser o altre innovazioni fondamentali per il progresso umano ma gli speculatori finanziari che hanno realizzato la loro ricchezza manipolando i mercati? 

Ma il (mal)funzionamento dei mercati non è l’unica spiegazione possibile alla diseguaglianza. Nel corso dell’ultimo anno, grazie anche all’importante contributo di  Piketty con il suo celebre e celebrato libro su Il capitalismo nel XXI secolo, il dibattito sulla diseguaglianza ha occupato un certo spazio anche all’interno dei media. Accanto a questa, altre voci autorevoli si esprimono da tempo sulle cause, le conseguenze e la legittimità sociale della diseguaglianza. Due altri autori che hanno contribuito in maniera importante a questo dibattito sono certamente  Amartya Sen (in particolare in uno dei suoi contributi più recenti dal titolo L’idea di giustizia) e Joseph Stiglitz (in ultimo con il suo libro Il prezzo della diseguaglianza).  I due autori muovono  da premesse e finalità diverse: il primo si interroga sulla complessità filosofica di formulare un’idea di giustizia universalmente condivisa ma anche sulla necessità e l’urgenza di affrontare le tante e troppe ingiustizie che sono di fronte ai nostri occhi, a partire da quelle più gravi, che offendono  la dignità umana e toccano a fondo la nostra coscienza . Il secondo analizza fatti, dinamiche e politiche recenti nella vita economica degli Stati Uniti, guardando al prezzo che gli individui e il Paese nel suo complesso stanno pagando a causa della crescente diseguaglianza registrata negli ultimi anni. Entrambi analizzano il nesso, sempre più evidente, tra diseguaglianza economica e diseguaglianza politica e le conseguenze che questo legame può produrre sul tessuto sociale,  sulla coesione politica e sociale e, in ultima analisi sulla  democrazia stessa. Entrambi, riconoscono però un ruolo centrale alla Politica oltre che alle politiche.

Le diseguaglianze sono in larga misura il risultato della Politica e delle politiche: il fatto che in alcuni paesi ci siano più o meno diseguaglianze, più o meno opportunità, che in alcuni paesi aumenti (in particolare in molti paesi industrializzati, inclusi quelli tradizionalmente più egualitari, come la Svezia, oltre che nei paesi emergenti) mentre in altri no (o comunque meno) non deriva dal fatto che i mercati o le leggi economiche funzionino diversamente ma dipende dalla cornice istituzionale, legale e sociale esistente che contribuisce a favorire o a contrastare la diseguaglianza. In particolare: come è strutturato il sistema educativo e come  (oltre a quanto) è finanziato; come funziona il sistema bancario e finanziario; come funzionano le leggi antitrust; come sono disegnate le politiche sociali e in che misura sono  efficaci o provocano distorsioni. Ogni decisione e azione politica in queste, come  in molte altre sfere, contribuisce a disegnare diversamente la distribuzione dei redditi, della ricchezza e delle opportunità.

Se i fattori che generano e rafforzano le  diseguaglianza sono da ricercarsi tanto nel funzionamento dei mercati quanto nel funzionamento della Politica e delle politiche, dobbiamo porci qualche interrogativo come economisti e come cittadini.

Come economisti dovremo forse alzare più spesso lo sguardo dalle astrazioni dei nostri modelli e chiederci in quale misura questi modelli si adattino o siano utili a comprendere la realtà. Pur riconoscendo l’importanza e le potenzialità del mercato, dobbiamo accettare il fatto che i meccanismi che governano oggi i mercati reali  sono  assai lontani dalle ipotesi su come dovrebbero funzionare  idealmente i mercati. Difendere merito e impegno in un contesto in cui le regole del gioco non permettono di esprimerlo in egual misura e sotto eguali condizioni non può produrre esiti equi (non eguali) e dunque non possiamo usare l’argomento del merito per legittimare la diseguaglianza.

Come cittadini dovremo chiederci più spesso in che modo e in che misura il tema delle diseguaglianze è presente, se è presente, nelle diverse proposte politiche che si confrontano, nelle istituzioni che ci governano, nelle diverse sfere in cui le azioni politiche prendono forma e sostanza. Dovremmo chiederci quale valore e quali valori sono alla base del progetto politico che guida la classe dirigente di un Paese, quale la qualità del dibattito politico, in quale spazio si sviluppa questo dibattito e quale attenzione riceve all’interno del Paese.

 



[1]     Emmanuel Lévinas, Totalité et Infini, Luwer Academic Paris 2000, pp. 215ss.

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