DONNE

Il genere del comando

Donne, corpo, potere. Uno spazio donna urge.
E di fronte alle cronache sconcertanti dei corpi violati e dell’efferatezza delle violenze, apriamo domande. Troppe irrisolte, purtroppo.
Giancarla Codrignani

Anche alle donne, per lo meno a molte, piace comandare. Però con un limite: le poche a cui capita di avere potere, non amano obbedire alla gerarchia, che l’uomo trova giusto complemento della competitività con cui la donna può misurarsi, ma non vincere, per l’inesorabilità del suo ruolo. Ai maschi – soprattutto cattolici – sembra “naturale” che il comando possa toccare (non sempre) alle donne nelle case, ma non nella società, nella cultura, nella politica, dove il potere resta maschile. Eppure Adamo non aveva fatto una bella figura nell’Eden. Comunque i suoi eredi legittimarono il patriarcato in quanto potere di comando come se Dio avesse attribuito il dono dell’immagine “all’uomo” e  non, come stava scritto, all’essere umano uomo e donna.

Noi credevamo

Nel secolo scorso parte del femminismo si era illusa di aver sconfitto il patriarcato e davvero quel po’ di rivoluzione tentata da madri e nonne ha prodotto indubbi cambiamenti. Ma la corsa delle trasformazioni è andata più veloce dell’evoluzione sociale e sembra che l’intero mondo registri i danni dei ritardi nel governare i cambiamenti diventati antropologici. Più facile “stare” su facebook che capire dove si pensa di andare; e nemmeno questo grande “movimento” mondiale di donne si è salvato dalla sconfitta generazionale e sociale.

“Noi credevamo” diceva un film sulle delusioni del Risorgimento. Noi femministe “non avremmo mai creduto” di vedere emergere un maschilismo fin qui conosciuto come potenzialmente assassino e stupratore, ma non carico di odio specifico contro la donna. Non si deve generalizzare; ma induce a riflettere il caso del giovane mediatore culturale licenziato a Bologna per aver detto che non sta bene stuprare, ma non è un dramma “tanto la donna, poi, gode”. Inaccettabile ed è razzismo accusarlo perché arrivato da un altro Paese. Alzi la mano chi non pensa la stessa cosa da marito che forza un po’ la moglie che “ha mal di testa”. 

D’altra parte, è vero o no che, se sempre e comunque si deve rispettare il “no” della donna, molti si chiederebbero perché mai un uomo si sposa? 

Fu così che la legge contro la violenza sessuale richiese vent’anni di lavori parlamentari e sei legislature: i maschi di tutte le tendenze si rifiutavano di includere nel reato anche la forzatura maritale, richiesta da tutte le donne non per volontà persecutoria, ma per la propria dignità.

Infatti, nelle relazioni che chiamiamo “d’amore” sembra che, nel 2017, una grande miseria umana resti rimossa: il violentatore ferisce per sempre, più del corpo, l’anima della vittima, ma  disonora anche il proprio corpo. Eppure altri problemi connessi sfidano la morale: il corpo può essere una merce? È giustificabile una prostituzione che cresce anche in regime di libertà sessuale? Perché all’uomo piace pagare? Perché non succede allo stesso modo alle donne? Qualcuno può credere che le femmine abbiano pulsioni deboli e solo i maschi pulsioni forti, per giunta incontrollabili? E ancora: il rapporto vale solo per soddisfare un bisogno fisico? Il bisogno di un figlio è solo riproduzione materialistica? Il desiderio può legittimare la maternità surrogata? 

Si tratta di domande di non facile risposta, ma non possono essere perennemente eluse perché, se il corpo è un oggetto, non si può sublimare l’embrione e si deve riconoscere che, da anni, un neonato può essere comperato.

Il corpo e i linguaggi 

Il corpo umano – lo riconoscono le leggi contro la tortura e la schiavitù – è inviolabile e solo per libero consenso si relaziona. Dispiace che anche le Chiese osteggino l’educazione alla responsabilità nell’uso del proprio corpo, che va conosciuto perché, più che essere “nostro”, è “noi stessi”. Le donne amerebbero che periodicamente fosse ripetuto a reti unificate il racconto di Franca Rame sullo stupro – subito e denunciato dopo anni – perché diventasse teatro “esemplare”.

Il linguaggio rivela quanto il corpo stia dentro la mente: facebook mostra i meandri della psiche nella sua crudezza e rivela una società malata: saltano i tappabuchi delle ipocrisie e si rivela la miseria morale dell’inadeguatezza umana. Non basta indignarsi e costruire scandalismi. Neppure sulle ragioni che hanno indotto migliaia di persone ad accorrere all’invito “vaffanculo” si è fatta analisi anche se, dietro l’attore che l’ha lanciato, la corruzione del lessico (e dei comportamenti) è dilagata nella volgarità fino al linciaggio.  

Perché impressiona davvero la verbalizzazione incontenibile degli insulti: una società matura deve riflettere sul significato dei propri principi “fondamentali” perché tutti vivono dentro un’uguaglianza che “deve” accogliere le differenze, a partire da quella uomo/donna, modello di ogni altra differenza che connota il mondo così com’è stato creato. Forse anche i violenti che twittano e “stanno su facebook” hanno sentito dire a scuola qualcosa sui valori, sulla religione, sulle costituzioni eppure non si rendono conto che, quando dicono “cazzo”, usano un’imprecazione che non esalta il corpo maschile, mentre la “figata” esprime apprezzamento positivo. Gli intercalari abituali, infatti, coprono significati originariamente interessanti mentre, quando con la scrittura si vuole deliberatamente aggredire, offendere, “far morire” qualcuno e il qualcuno è una donna, emerge, perfino nelle stesse donne, quella scompostezza incontrollata che denuncia problemi relazionali non risolti: e la società corre pericolo.

Chi riceve gli insulti sessisti – e anche chi li legge – se è donna, può tentare tutte le analisi, ma, se è beneducata, “si incazza”.  Laura Boldrini ha cancellato la tolleranza che sarebbe stata signorile in altri contesti e ha reso pubblico il linciaggio che subisce quotidianamente su facebook. Ha fatto bene perché l’amplificazione mostra una pratica di stalking orrenda, la stessa che ogni giorno invade i cellulari di migliaia di donne. Il corpo di Laura è un corpo femminile chiamato a presiedere la Camera dei Deputati e a rappresentare l’istituzione ai suoi livelli più alti. La sua è la stessa poltrona occupata, non molti anni fa, da Nilde Iotti, una signora che ha pagato prezzi alti alla politica per essere nata donna e che aveva ben meritato la carica che, finora, è la più alta tenuta da una donna: quella poltrona deve continuare a essere simbolo di autorità e rispetto. Oggi è sottoposta all’attentato verbale di epiteti e minacce che nemmeno nella suburra. È vero che il degrado non tocca le istituzioni per la prima volta e che nel 2008 qualcuno mangiò mortadella in aula per dileggio contro un Presidente del Consiglio; ma non era mai successo che comparisse l’odio contro la libertà di genere e la libertà costituzionale che supera, in primo luogo, sesso e razza. Non si tratta soltanto di provare sdegno e vergogna, ma di ridare dignità e forza alla democrazia: le donne segnalano che il potere nelle loro mani resta sostegno della libertà di tutti, senza strumentalizzazioni della giustizia neppure per legittima difesa di genere. Infatti, contestano il comando, ma mettono in guardia perché a tanti, invece, piace. 

Note

Giancarla Codrignani è una giornalista e politica, già parlamentare della Repubblica. Impegnata nel movimento per la pace e nei movimenti femministi e femminili, ha scritto numerosi libri, tra i quali ricordiamo Tacete! Ma davvero? Se le donne potessero predicare (aprile 2017, Il Pozzo di Giacobbe) e Cerco solo di capire. Intervista a Giancarla Codrignani, a cura di Rita Torti (2015, Aracne editore).
Ha un suo blog: http://giancodri.women.it

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