ULTIMA TESSERA

Verso la terra promessa

51^ Giornata Mondiale della Pace: “Migranti e rifugiati: uomini e donne in cerca di pace”. Quale pace senza accoglienza?
Yvan Sagnet (Presidente dell’associazione No Cap – http://www.nocap.it/)

Nei giorni di Avvento, il messaggio di papa Francesco per la celebrazione della prossima Giornata mondiale della Pace ci consegna parole che ci danno occasione di riflessioni profonde, impegnative, coraggiose. In un terzo millennio iniziato da noi tutti con grandi speranze, ma anche con semplici entusiasmi che l’evento caratterizzato dai numeri ci portava a enfatizzare, il decorso dei suoi anni ci ha fatto assistere a episodi avversi alla pace in diversi luoghi del mondo, dall’Africa alle Americhe. È un atto di coraggio, oggi, dire “pace a tutte le persone e a tutte le nazioni della terra!”. Francesco lo ha fatto anche al termine del 2017, nel periodo in cui ci apprestiamo a celebrare il Santo Natale. È un atto di coraggio, oggi, essere anche cristiani del vecchio continente dove si producono le armi ma è ancor di più un atto di coraggio, oltre che un atto di amore, essere cristiani nelle terre martoriate dal terrorismo dove gli stessi cristiani sono perseguitati e uccisi.

Accogliere 

“Con spirito di misericordia” il Santo Padre ci invita ad abbracciare chi fugge dalle guerre, dalla fame, dalle discriminazioni e dalle persecuzioni. Nel suo invito penso che sia contenuto il fulcro di ciò che dobbiamo fare: accogliere. In una sola parola un grande progetto votato a eliminare le differenze tra i popoli, a cancellare l’odio scaturito dalle differenze religiose ed etniche. Ma, come scrive lo stesso Francesco, c’è molto da fare e questo non dipende solo da noi ma in particolar modo dalle responsabilità dei governi che amministrano le nazioni. Forse, con un pizzico di presunzione, possiamo porci anche obiettivi ambiziosi come quello di essere sentinelle vigili che possano spronare e sensibilizzare le parti politiche e istituzionali ad essere parte attiva e fondamentale di un progetto di accoglienza e solidarietà che oggi c’è ma non è abbastanza. I motivi per cui i popoli emigrano sono molteplici ma ogni motivo è attivato e alimentato, tranne rari casi in cui sono protagonisti gli eventi naturali, sempre dall’uomo, in ogni angolo della terra: eventi economici e, quindi, di conseguenza anche alimentari, politici, climatici, religiosi. Politiche differenti da quelle che la storia ci consegna in ogni nazione, fondate e attuate sull’uguaglianza sociale e sull’autonomia alimentare ed energetica; politiche basate sull’utilizzo sostenibile ed etico delle risorse locali impiegando la forza lavoro degli stessi luoghi, senza che queste siano interessate da speculazioni perpetrate da altri governi interessati solo a impoverire e indebitare altre zone geografiche e, in alcuni casi, alimentando negli stessi luoghi guerre civili al fine di un controllo militare e politico, estinguerebbero quasi tutti i flussi migratori. 

Schiavitù 

L’uomo non è nato per sopraffare altri uomini, per sottomettere popoli, per renderli schiavi. La mia esperienza in Italia mi ha fatto conoscere un Paese dove esistono altre forme di schiavitù. Lo stesso Paese che mi ha dato l’opportunità di studiare e conseguire una laurea in ingegneria permette che italiani e stranieri possano perdere la vita in un campo agricolo per guadagnare pochi euro all’ora. Sempre qui in Italia, ho vissuto in prima persona la schiavitù imposta dal caporalato su migranti provenienti da diverse nazioni. Gente che è andata via dal suo Paese per fame e che ha incontrato la schiavitù in un Paese civile come l’Italia. Quale accoglienza è questa? Quale pace, quale solidarietà e misericordia c’è in un campo in cui si raccolgono i pomodori e dove gli uomini sono schiavi? Per costruire la pace nel mondo bisogna viverla in casa propria. Non ci potrà mai essere pace nei Paesi “Sud del mondo” se prima questa non è parte fondamentale della cultura delle nazioni che accolgono i migranti. 

La mia esperienza 

Francesco ci invita ad avere uno sguardo contemplativo sulle nostre città perché facciamo parte di una sola famiglia. La mia esperienza in Italia mi dà anche tanta speranza perché dopo il lavoro nei campi, dopo la ribellioni ai soprusi dei caporali, dopo le denunce, dopo aver visto nascere e attuare una legge contro il caporalato che ha portato a processo e conseguenti condanne i responsabili di chi ci rendeva schiavi nei campi, ho incontrato e incontro ogni giorno in ogni città italiana la mia famiglia. Chi crede, chi ha fede e speranza per migliorare il mondo partendo dal suo quartiere, dal suo piccolo comune. La gente che incrocio e che ha conosciuto la mia storia attraverso i miei libri sa che ancora oggi quella “pace” tra le persone, tra i ceti sociali, tra le razze che abitano lo stesso Paese è un obiettivo da raggiungere con ogni mezzo e strumento civile. Ragazzi, studenti, professori, professionisti e gente di ogni estrazione sociale, tutti, sento che fanno parte della mia famiglia, quella famiglia in cui crede e spera anche il Santo Padre e su cui si può lavorare per costruire sentieri di pace, città dell’accoglienza e nazioni libere.

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