Quale scuola vogliamo?

13 febbraio 2018 - Tonio Dell'Olio

La scuola pubblica in Italia, pur con tutti i suoi limiti, così come è stata pensata e attuata, si presenta come una palestra di pluralismo, un microcosmo delle contraddizioni della società, un vero e proprio laboratorio di vita. Una scuola aperta. Specchio della stessa comunità in cui vive e di cui è espressione. Per questo risultano offensive, fuorvianti e contrarie agli stessi principi della scuola pubblica della Costituzione (art. 3) le pubblicità ingannevoli che circolano ormai in alcune scuole italiane. E sono ancora più gravi se si considera che non si tratta di semplici slogan pubblicitari, ma di “rapporti di autovalutazione”, in cui ciascuna scuola presenta i propri punti di forza e di debolezza. In quel rapporto vengono considerate opportunità le seguenti valutazioni: “le famiglie che scelgono il (nostro) liceo sono di estrazione medio-alto borghese”, “tutti gli studenti, tranne un paio, sono di nazionalità italiana e nessuno è diversamente abile”, “la spiccata omogeneità socio-economica e territoriale dell’utenza facilita l’interazione sociale”, “data la prevalenza quasi esclusiva di studenti provenienti da famiglie benestanti, la presenza seppur minima di alunni provenienti da famiglie di portieri o di custodi comporta difficoltà di convivenza dati gli stili di vita molto diversi”, “l’assenza di gruppi di studenti con caratteristiche particolari dal punto di vista della provenienza culturale (ad esempio, nomadi o studenti di zone particolarmente svantaggiate) costituiscono un background favorevole alla collaborazione e al dialogo tra scuola e famiglia”. Davvero triste per chi pensava che queste tendenze fossero abbondantemente superate. Nonostante questo continuiamo a credere che i genitori, per i propri figli, scelgano scuole che preparino alla vita e non quelle che ne danno una falsa immagine e rischiano di preparare al classismo quando non al razzismo.

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La politica deve ritrovare il suo spazio.
Nell’antica “agorà”, luogo privato e pubblico al tempo stesso, l’uomo occidentale potrà tornare a interrogarsi e le sofferenze private potranno essere finalmente pensate e vissute come problemi condivisi, comuni e politici.
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