Schiave

1 marzo 2018 - Tonio Dell'Olio

Hanno suscitato indignazione gli annunci su Twitter in Arabia Saudita di famiglie che propongono di “vendere” le domestiche straniere ad altri. Gli annunci sono corredati anche da foto e una serie di dettagli: età, nazione di provenienza, lingue parlate e anni di esperienza. Non mancano il compenso mensile, la cui media è attorno ai 400 euro, e la motivazione della “vendita”. C’è chi scrive che lo fa perché la lavoratrice «non parla arabo» o perché «non interagisce con i bambini», o semplicemente perché «non più giovane». Le donne, evidentemente considerate a tutti gli effetti una proprietà, vengono dunque scambiate come un mobilio o come una macchina. C’è anche chi su Twitter si mostra disponibile a prestare la propria domestica «per un periodo di prova». Forti le proteste nei paesi d’origine delle donne — soprattutto Bangladesh, Filippine, Vietnam e Marocco — che chiedono un maggiore rispetto dei diritti umani. Le associazioni marocchine per la difesa dei diritti delle donne hanno chiesto al governo di Rabat di prendere provvedimenti contro Riad. “Siamo ritornati alla schiavitù” hanno protestato sui giornali locali. Le autorità saudite hanno comunicato che apriranno un’inchiesta. (da L'Osservatore Romano, 01/03/2018)

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