Anche le religioni stanno nella globalizzazione

12 marzo 2018 - Giancarla Codrignani
Fonte: In Dialogo n.1/2018

I più fedeli ai dogmi negli ultimi anni sono stati gli islamici, fanatici fino a diventare terroristi “contro la corruzione della modernità”; tuttavia, hanno esibito tali capacità tecnologiche, pubblicitarie e finanziarie da farci capire che, vogliano o non vogliano, stanno anche loro dentro la storia e nessun Isis riuscirà a purificarli dal consumo dei cellulari o a vietare musica rock, social e  fiction.

Infatti, dietro l’apparenza di un ritorno del “sacro”, tutte le religioni sono in crisi perché, ingessate nelle tradizioni remote, non reggono l’impatto con una trasformazione del mondo davvero epocale e con una globalizzazione che angoscia chi è vissuto fidando nella continuità di un benessere destinato a crescere soltanto per noi, ma spinge anche le Chiese a percepire con paura il trascinamento verso un futuro ignoto.

Per i cristiani il nuovo mondo apre una sfida disorientante, quella di poter sciogliere la cristallizzazione della dottrina, ancora influenzata dal Concilio di Trento. Chi crede non dovrebbe mai essere pessimista: in fondo eravamo in crisi anche, alla fine del Trecento, quando i Comuni stavano declinando e la gente vedeva oscurarsi le Virtù del Buon Governo dipinte in Palazzo Pubblico a Siena: non riusciva a tener dietro al dilatarsi del mercato, lamentava il disordine e diffidava dei giovani che s’inventavano un umanesimo laico in contrasto con le “buone tradizioni cristiane”. Fu una grande depressione, ma nessuno immaginava che stavano per nascere Michelangelo e Cristoforo Colombo. A quel tempo la cristianità era o indifferente o ribelle, mentre i Principi della Chiesa, a loro agio in qualunque modernità, non accettavano di riformare la dottrina, nonostante movimenti giudicati sovversivi da decenni lo chiedessero; ma Roma non rileggeva più il Vangelo, non metteva al primo posto sorella povertà e non rinnovava sacramenti definiti per dogma, favorendo invece superstizioni assolutamente pagane, il culto delle reliquie, la venerazione dei santi, i pellegrinaggi. John Wyclif in pieno Trecento aveva scritto chiedendo la separazione della Chiesa dallo Stato, la riforma pastorale del clero, un chiarimento sulla transustanziazione: l’Inghilterra era lontana e scampò alle condanne. Non così quasi un secolo dopo Jan Hus a Praga che, riproponendo analoga esigenza di riforme, finì sul rogo. Dovevano arrivare Lutero e la Riforma per costringere la Chiesa; che rispose, disgraziatamente, con la Controriforma. Più dello scandalo delle indulgenze fu l’immobilismo a condizionare il futuro di un popolo di Dio che si appellava al vangelo già ai tempi di Francesco di Assisi.

Di fatto siamo ancora intrappolati lì. Il ritardo è pazzesco: nonostante Giovanni XXIII, anni cruciali sono stati perduti e nonostante la mancanza di discernimento consapevole dei “sette sacramenti” (confessione? cresima? ordine soltanto maschile?) non siamo nemmeno riusciti a ricomporre in unità le confessioni cristiane o a renderci conto che in paesi in cui fino  a pochi anni fa gli omosessuali potevano essere condannati a morte è irricevibile il moderatissimo “chi sono io per giudicare?” di papa Francesco. Adesso siamo nella necessità di accettarci tutti – credenti, diversamente credenti e non credenti – stabilendo anche in dottrina il mantenimento di una fede rinnovata sì, ma nell’accettazione di differenze che oggi suscitano paura di perdere identità, di entrare nel caos, di distruggere invece di costruire. Intanto i giovani - che sanno almeno i nomi di Einstein, Marx e Freud e modellano la vita sulle nuove tecnologie – si rendono conto che, se il lavoro non è più quello dei loro padri, nemmeno Dio è più lo stesso. Il mondo laico non è rimasto al palo e, anche per conoscenza dei principi evangelici, l’Onu ha reso universali i diritti umani, sulla scorta dei principi cristiani, ma anche di politici e pensatori laici che  hanno legittimato l’uguaglianza effettiva degli umani e il riscatto degli sfruttati. D’altra parte, il giudizio sulla giustizia non distinguerà chi crede da chi non crede. E se la Chiesa non trova risposte “vuol dire che esiste un problema all’interno della Chiesa”, come dice mons. Matteo Zuppi intervistato dall’Espresso.

La trasmissione della fede, infatti, è ormai impossibile se affidata solo a un clero numericamente in caduta libera, ordinato da vescovi che avevano rimosso il Concilio perché “pastorale”, e, tranne il clergyman e la subordinazione a facebook, sono privi di aggiornamento. Molti faticano a capire un Papa, che forse è perfino conservatore, ma è anche il gesuita che sente pericolare l’istituzione e reclama non solo il braccio del Francesco dipinto da Giotto, ma quello di tutta la gente di buona volontà che, ovunque, aiuti a convertire un’istituzione poco capace di  autoriformarsi (è “come pulire la Sfinge con lo spazzolino da denti” ha detto all’incontro con la Curia il 21 dicembre 2017).

Anche lui sa che non è colpa della secolarizzazione, ma è il Vangelo che è diventato sempre più scomodo: per questo è stata costantemente rimossa – a partire dalla teologia delle liberazione – e posta sotto controllo la ricerca teologica. Senza robuste iniezioni di senso (perfino buon senso) le religioni potrebbero lasciar esaurire il messaggio perché non ancora – ma non sarà mai - esplorato e attrezzato ai mutamenti storici. Soprattutto perché le società occidentali cedono all’indifferentismo e, al massimo, si contentano di una religiosità formale, magari piena di buone intenzioni troppo radicali.

Non spaventiamoci: abbiamo fatto perfino le “guerre di religione” e ci siamo ancora. Bisogna, però, attrezzarsi, anche per non ridurci al “non c’è più religione” e restare inerti e disperati; o addirittura tener dietro chi a denuncia il papa di eresia. È stata consentita troppa ignoranza nelle cose di fede, mentre è necessario ripescare coraggiosamente le letture che hanno anticipato il Vaticano II e i libri dei teologi censurati, ma anche affrontare nuovi autori che incalzano con analisi non sempre rassicuranti.

Nessuno scandalo, dunque, se John Spong, teologo episcopale americano, ha eliminato aspetti mitologici della credenza comune come la verginità di Maria, la nascita di Gesù a Betlemme (dove nessun uomo sensato avrebbe portato per 94 miglia la moglie prossima al parto ma il nome riconduceva a Davide) o il valore letterale dell’espressione “figlio di Dio”. Infatti, è necessario che la religione si riappropri dello spirito autentico del suo Maestro, non di narrazioni simboliche. Anche il gesuita Roger Laenars, autore di Gesù di Nazaret, uomo come noi?, sostiene che “Gesù non ha mai pensato di essere il Figlio unigenito di Dio”, ma riaffronta anche  il dilemma della prima epistola ai Corinzi: “Se non è risorto, non c’è resurrezione nemmeno per noi e se non c’è resurrezione per noi, non c’è resurrezione nemmeno per lui” concludendo che “ciascuno di noi risorgerà in maggiore o minore pienezza....non nel Giorno del Giudizio, ma al momento della morte”. I preti hanno sempre chiamato “i novissimi” le “questioni estreme” (morte, giudizio, inferno e paradiso), ma non basta nominarle senza domandarcene il significato, dal momento che l’amore in qualunque sua forma, umana e divina, in linea di principio non pone limiti a se stesso. Non è religione andare a messa la domenica o portare figli e nipoti a catechismo se si sa che a dodici anni non andranno più in chiesa. Nemmeno la corsa all’impegno in mezzo agli ultimi è necessariamente cristiana se resta sociologica. È più vicina alla fede, infatti, la suggestione non solo poetica, ma spirituale dell’immaginario introiettato fin da bambini che resta ineliminabile per la percezione simbolica del mistero, anche se siamo ancora dipendenti concettualmente dall’immagine organizzata di chiesa che sopravvive perfino nelle Comunità di base in cui, pur rinnovati e personalizzati, permangono riti del tutto compatibili con la sacralità tradizionale. Se la fede è invece compatibile solo con l’Amore che resta “mistero” perché anche la ragione umana ha coscienza del proprio limite nel realizzarlo, non è con l’indifferenza o la banalità delle proprie giornate che trova soddisfazione la pretesa di avere diritto a “qualcosa di più”.

Per questo la Chiesa – che siamo anche noi – deve fare la sua parte. Se Francesco usa gli strumenti in suo potere per varcare i passaggi e salire i gradini di una conversione globale dell’istituzione, ancora incapace di leggere autonomamente il mondo (e la Scrittura) senza occhiali colorati e paraocchi paganeggianti, occorre difenderlo argomentando contro le contrapposizioni integraliste, ma anche dimostrando discernimento conoscitivo dell’ormai vetusto Vaticano II. Sono le frustate, incomprese già da mercanti e sacerdoti del Tempio, con cui il Maestro ha cercato di superare gli errori e peccati contrastanti la sua voce di pace. Ma senza di noi Francesco da solo non ce la può fare.

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