ULTIMA TESSERA

In tanti contro le mafie

Il 21 marzo, in ricordo delle vittime di mafie, a Foggia. Un corteo colorato, capace di riconoscere la piaga endemica della criminalità organizzata.
Capace di scrivere un futuro libero da mafie.
Francesco Minervini (Docente e scrittore, Libera Puglia)

La sfida che Libera –associazioni nomi e numeri contro le mafie – lancia ogni anno il 21 marzo è sempre più imponente e maestosa: come deve essere. È una sfida chiara, come ormai chiara è la presenza criminale nel nostro vissuto territoriale e non, perché la mafia, la nostra mafia, non si nasconde più, anzi si esibisce e spavalda ci cerca, chiedendo oltre alla nostra omertà il nostro compromesso più profondo: quello socioculturale.

Libera, ovvero il popolo della gente comune e disarmata, ha gridato ancora, nella marcia che ogni anno ripete nel giorno dell’inizio della primavera, la sua fiera opposizione a tutti coloro che in nome dei soldi e della forza esercitano un potere criminale.

Quest’anno lo ha fatto a Foggia, terra che solo ora si comincia a riconoscere come piagata da un male endemico da cui abbiamo distolto troppi sguardi. Foggia di Puglia, Foggia dei caporali, Foggia del Tavoliere, Foggia dei mafiosi.

Perché è bene che tutti i cittadini e i buoni cristiani si ricordino che il mafioso non è solo quello che fa attentati e che commette omicidi: il mafioso doc oggi gira in giacca e cravatta, ha studiato economia, legge Prevert e spesso svetta sui vertici delle Borse con i suoi affari, legalmente.

Oggi è mafioso chiunque lucri sul commercio dei migranti, sfrutti la prostituzione (anche minorile), venda droga ovunque, chieda il pizzo a tutti, ammazzi e incendi pensando di comandare chiunque. Oggi il mafioso, anche quello nostrano, si sente più che mai fiero del suo ruolo sociale, è forte al punto tale che non cerca neanche più il consenso di chi omertoso lo guarda e tace, bensì si “limita” a organizzare l’enorme immagine sociale che si è costruita e gli viene abbastanza chiaramente riconosciuta. Oggi il mafioso, anche quello nostrano, si sente talmente impunito e tranquillo che entra nelle chiese (anche le nostre) per celebrare matrimoni, battesimi e funerali senza tema di essere fermato o ridimensionato da una comunità che gli chieda conto della sua immoralità conclamata. 

È addirittura fiero di un devozionismo che non è fede, di un’immagine che non è minimamente cristiana, di un’appartenenza comunitaria che è valutata prontamente in base alle offerte economiche per processioni, inchini e dintorni. 

Oggi il mafioso offre fuochi pirotecnici per il santo di turno, organizza feste di strada quando smonta il presepe, devia i tragitti delle processioni perché passino davanti a casa sua, offre mongolfiere fantastiche alle sagre di paese dedicate alla Madonna, gareggia nella grandezza dei ceri da offrire alla basilica di turno...

A tutto questo il popolo del 21 marzo ha detto no, che non ci sta, che non è d’accordo. Lo ha detto a poca distanza dai centri malati di Monte Sant’Angelo, di Cerignola, di Cagnano. Lo ha detto a pochissimi chilometri da Borgo Mezzanone e da Rignano. Lo ha detto nella terra di Francesco Marcone e di Giovanni Panunzio, nelle campagne di Paola Clemente e Hyso Telharaj.

Lo ha detto con un corteo colorato e festoso che sfida la pioggia, con una folla giovane e piena di passi che camminano, che si è fermata solo davanti al cuore di quelle istituzioni che spesso sono sguarnite della custodia della società civile.

E nonostante i troppi balconi chiusi, la gente poco affacciata per strada e in fondo poco incuriosita, nonostante gli infiltrati, i nullafacenti, il troppo colore eccetera, io mi sono divertito a vederlo e a dipingerlo anche come un corteo di Chiesa.

Perché se essere Chiesa significa guardare il mondo intorno con gli occhi di Cristo, allora occorre guardare i poveri che la mafia locale contatta e contagia. Bisogna, per esempio, guardare i migranti a cui sedicenti commercialisti conniventi vendono, sì vendono, buste paga fasulle che costano fino a millecinquecento euro per dichiarare lavori mai svolti in contratti obbligatori e necessari per il permesso di soggiorno. 

È anche questa l’accoglienza al prossimo nostro!

Se essere Chiesa significa aprire gli occhi come fece Gesù al cieco nato, allora dovremo guardare in faccia le nostre città che pagano il pizzo alla criminalità locale, che si autoescludono da forme di risposta possibile, che sono conniventi con il sistema clientelare delle raccomandazioni e dei favoritismi per avere concessioni e favori di ogni tipo, dalla multa annullata alla concessione per costruire di tutto, anche i gasdotti.

Se essere Chiesa significa condividere, allora dovremmo sapere i nomi delle 13 vittime innocenti di mafia che quest’anno sono stati aggiunti in più... sono nostri figli di cui non conosciamo nemmeno i nomi, di cui abbiamo dimenticato il dolore come una matrigna che guarda al futuro pensando ipocritamente che... tanto sono morti. Eppure Gesù si commosse per la morte di Lazzaro, che non era nemmeno stato ammazzato... 

Se essere Chiesa è saper dire “si si, no no”, allora occorre gridare forte il no ai compromessi che la cultura mafiosa ci ha, malgrado tutto, insegnato, intorpidendo il nostro istinto genuino di scandalo davanti al male, e facedoncelo passare come normale elasticità della varia natura umana.

Essere Chiesa oggi è anche dire no alla mafia perché passa, si infiltra e inquina attraverso ogni possibile canale, che come Chiesa ci compete: i migranti, i giovani, il lavoro, la morte, e ora anche le parrocchie e le comunità.

Se siamo oggi ancora a parlare della mafia degli ultimi sessant’anni è forse perché la mafia ha funzionato bene, ciò che non ha funzionato è stata non l’antimafia, ma la risposta alla mafia della società comune, ovvero anche delle Chiese che pure hanno lasciato in trincea i don Puglisi e i don Diana. A morire per Dio, ma anche per amore del popolo di Dio.

La mafia è il male, ci tocca insegnarlo e ribadirlo con forza, senza sconti. Dobbiamo farlo nei nostri catechismi, nelle nostre sfere di azioni, nelle nostre pastorali un po’ disattente all’uso dei soldi e della morale, nella nostra “parrocchialità” borghese e intorpidita nel suo sguardo. In questa risposta alla mafia, ora più che mai, manchiamo ancora noi, presunti cristiani perbene, sicuramente cittadini sensibili. Dove siamo?

Chiediamocelo, perché solo allora saremo liberi. 

Anzi saremo ... Libera.

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