DISARMO

Il metodo Iglesias

Come e perché il caso delle bombe vendute ai sauditi per la guerra nello Yemen sta risvegliando la coscienza di molti.
Carlo Cefaloni (Redattore di Città Nuova)

La cancelliera Merkel ha ricevuto lo scorso 12 maggio 2018, dai francescani di Assisi, la lampada della pace come riconoscimento dell’adozione di una politica di accoglienza dei migranti che sta suscitando, comunque, la crescita del consenso all’estrema destra e malumori nel suo partito che ancora si appella con il nome cristiano democratico. Nelle grandi occasioni dei cerimoniali è raro trovare qualcuno pronto, come i primi compagni di Francesco, a rompere il protocollo e a guardare, con più acutezza, il mondo “a testa in giù”. Lo ha fatto per l’ennesima volta, dopo la visita di Paolo Gentiloni lo scorso 4 ottobre, un giovane che fa parte del comitato per la riconversione Rwm e abita a Rivotorto, il sito dei lebbrosi, centrale nella conversione del ricco figlio di Pietro Di Bernardone. A colei che detta, da Berlino, la linea politica all’Europa intera, lo studente universitario Alessio Lanfaloni ha chiesto con mitezza il perché dell’invio dall’Italia in Arabia Saudita, impegnata nel conflitto in Yemen, delle bombe per aereo prodotte da una fabbrica, la Rwm Italia appunto, operativa nel Sulcis Iglesiente, in Sardegna, e sedi a Ghedi, Brescia, ma controllata dalla tedesca Rheinmetall Defence, multinazionale che produce armi dai tempi di Bismarck ed ex ministri nel consiglio di amministrazione.

Accordi 

L’ultimo accordo della grande coalizione di governo con i social democratici, partorito dopo mesi di trattativa in Germania, prevede l’impegno a non esportare armi verso le zone di conflitto, e in primo luogo verso l’Arabia Saudita. Formalmente la norma è rispettata perché l’intero ciclo, dalla produzione alla spedizione, si consuma nel nostro Paese. Come se non esistesse la legge 185 del 1990 conquistata con grandi sforzi da parte dei lavoratori obiettori alla produzione bellica. Ancor di più. Come se non esistesse la Costituzione nel suo insieme.

Perché una grande potenza economica deve usare questi stratagemmi furbeschi, giustificando il tutto con la necessità di creare comunque lavoro in una delle zone impoverite dell’Italia? D’altra parte lo stesso Gentiloni, rispondendo, quando era ministro degli Esteri, a una interrogazione parlamentare sulla vicenda Rwm, ha citato la contraddizione dei Paesi alleati, dalla Gran Bretagna alla stessa Germania, che sono molto più coinvolti del nostro limitato export ai sauditi. Per non parlare del solido patto vigente tra Riyad e Washington, che poi è il vero convitato di pietra che ostacola ogni presa di posizione autonoma dei nostri rappresentanti politici. Si possono studiare come un caso di scuola le dichiarazioni di quei partiti che il 19 settembre 2017, in maniera trasversale, hanno affossato nell’aula della Camera una serie di mozioni promosse, da sinistra e 5stelle, per interrompere l’invio di bombe che finiscono per cadere su scuole e ospedali e l’avvio di programmi di riconversione economica in Sardegna. Alla fine, nonostante l’obiezione di coscienza di singoli deputati della passata maggioranza, l’Aula ha adottato una risoluzione generica, presentata all’ultimo momento dalla dem Quartapelle, che ignora la questione bombe e si limita ad assicurare interventi umanitari.

In tal modo, sono state umiliate le istanze avanzate in un’affollata conferenza stampa del 21 giugno, promossa da Rete Disarmo, Banca Etica e le sezioni italiane di Amnesty, Oxfam e Focolari, per dare voce ai rappresentanti di Medici Senza Frontiere che testimoniano il bombardamento delle loro strutture ospedaliere, e ad Arnaldo Scarpa, portavoce del comitato Riconversione Rwm, nato nel maggio del 2017 dopo una marcia, inaspettatamente numerosa, promossa nell’antica città mineraria di Iglesias dal Movimento dei Focolari per far emergere e ascoltare quelle realtà che, almeno dal 2001, non hanno accettato la conversione, con fondi pubblici, di quella fabbrica di esplosivi, destinati alle miniere, alla produzione bellica pesante.

Non solo denuncia 

Quello che può dirsi “metodo Iglesias” è appunto l’ostinazione a non fermarsi alla denuncia che dura solo un giorno, ma adoperarsi per cercare di cambiare, assieme, lo stato delle cose, cercando alleanze e promuovendo il risveglio della coscienza. Non accontentarsi della raffigurazione del “nemico” troppo grande da superare, ma cercare di offrire un percorso ragionevole superando l’indifferenza che spesso è un’estrema manifestazione del dolore di una terra violata da una crisi economica senza fine. C’è gente che si è reclusa per mesi nelle miniere o davanti a fabbriche delocalizzate all’estero per cercare di salvare occupazione e dignità. La bella parola “conversione” suona come una minaccia per chi conosce le pratiche aziendali che la maneggiano come un’arma per chiudere, precarizzare e demansionare.

Eppure il comitato è riuscito a convincere il consiglio comunale di Iglesias che, il 19 luglio 2017, ha definito la città come luogo di pace rispondendo alle richieste della Rwm che vuole estendere la produzione dalla confinante Domusnovas con un campo prove. E poi, il 3 dicembre 2017, sempre a Iglesias, si è tenuto un seminario partendo dalla ribellione alla produzione bellica, con preziose testimonianze come quella di Elio Pagani, obiettore all’Aermacchi negli anni Ottanta, fino alle proposte reali e concrete di una riconversione integrale del territorio, per riconoscere una vocazione originale, capace di creare ricchezza senza sfruttamento. L’esempio della riscoperta e pratica dell’antico cammino minerario di santa Barbara, che si snoda per 400 km in un paesaggio di rara bellezza, vale come attenzione reale alla terra. Ma si è sondata anche l’attenzione delle facoltà di economia e ingegneria della vicina università di Cagliari. Insomma, tutto ciò che il Piano Sulcis, finanziato da anni, non dovrebbe ignorare.

Ma il vero problema in questi casi è paradossalmente quello di un’informazione incapace di cogliere la vera notizia di un pezzo di umanità refrattaria al potere prevalente, preferendo, così, il racconto dell’operaio che fugge dalla telecamera azionata per inchiodarlo alla sua responsabilità. Oppure, addirittura andando a raccogliere chiacchiere nei bar tra gli avventori che rivendicano la produzione legale (“lo dice la Pinotti!”) di bombe con ragionamenti ascoltati anche in Parlamento: “Non siamo noi che fermiamo le guerre, altri produrranno armi al nostro posto”. Come se davvero la responsabilità della mancanza di una politica industriale nazionale e le obbedienze internazionali si potessero addebitare a una popolazione consegnata alla marginalità che fa notizia solo per un frammento del tg se del fatto ne parla (addirittura!) il New York Times.

Per questi motivi, la rete internazionale dei comunicatori di Net One ha promosso il 5 maggio un seminario su giornalismo e pace nel teatro Elettra di Iglesias, per poi continuare l’incontro con la città nelle manifestazioni promosse dal comitato riconversione. L’occasione salutata da un comunicato del vescovo di Iglesias, Giovanni Paolo Zedda, a favore del lavoro che dà vita e non morte. Anche l’ex patron di Tiscali, e attuale eurodeputato Renato Soru, ha voluto esprimere pubblicamente, con effetti da valutare nel suo schieramento, la necessità irrinunciabile di una Sardegna come “isola di pace”.

Una specie, insomma, di giubileo con la presenza di Bonyam Gamal, attivista yemenita per i diritti umani, presente in Europa per denunciare, assieme a Rete Disarmo e i corrispondenti tedeschi, le responsabilità politiche italiane e quelle del gruppo industriale tedesco.

Al racconto della sofferenza subita da un’intera famiglia yemenita, distrutta da quelle bombe usate dalla coalizione saudita in un conflitto che rientra nella “geopolitica del caos”, il sindaco di Iglesias ha rindossato la fascia tricolore, esibita poco prima al ricevimento del premio dall’Associazione Città per la fraternità, per andare a stringere la mano a quella ragazza che parlava senza odio. Un gesto liberatorio dal legame di morte costruito dalla potenza del denaro tra terre lontane. L’inizio di un principio di ordine dalla follia della guerra che è possibile ricomporre.

La marcia mattutina della domenica 6 maggio sul sentiero iniziale del cammino minerario, iniziato davanti al palazzo comunale per finire al convento delle clarisse di santa Chiara, posto sulla collina che protegge l’elegante città sarda dalle antiche mura, ha coinvolto cattolici, protestanti e credenti di ogni genere. Farne una questione locale, da sminuire o esaltare come caso raro, vuol dire non aver compreso come questa mite dimostrazione del “dovere della rivolta”, come diceva Mazzolari, verso l’economia che uccide, non solo con le armi, può rivelarsi la prima decisiva incrinatura di un sistema iniquo. L’occasione per salvare la nostra umanità.

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