ECONOMIA

Sfruttamento a portata di spesa

Anche nel fare la spesa si possono evidenziare povertà e disuguaglianze. Sfruttamento e violenze dietro cibi e case produttrici nell’ultimo rapporto di Oxfam Italia.
Giorgia Ceccarelli (Policy Advisor Sicurezza Alimentare e Agricoltura per Oxfam Italia )

Il cibo. Uno dei piaceri della vita. Scegliere gli ingredienti migliori, cucinarli seguendo le nostre tradizioni o sperimentando nuove ricette, condividere pranzi e cene con chi più amiamo. Eppure, troppo spesso i cibi che gustiamo hanno un costo inaccettabile: la sofferenza delle persone che li producono. Sfruttamento lavorativo, economico, abusi, ricatti, violenze. È questa l’impietosa fotografia raccontata nel nuovo rapporto di Oxfam “Maturi per il cambiamento”, che documenta la crescente disuguaglianza e la povertà che si celano dietro i prodotti comunemente più venduti nei supermercati di tutto il mondo. 

Mondo agroalimentare 

Negli ultimi 30 anni, i grandi colossi dell’agroalimentare hanno registrato costanti aumenti di profitto e di potere di mercato a discapito, soprattutto, dei piccoli produttori e dei lavoratori che coltivano e trasformano il nostro cibo. Basti pensare che solo 3 multinazionali al mondo (Bayer-Monsanto, Dupont-Dow e Chem-China Syngenta) controllano ormai più del 60% nel mercato globale delle sementi e degli agrofarmaci. Cinquanta, invece, sono le aziende che controllano più della metà del mercato alimentare globale e solo dieci le catene dei supermercati che gestiscono la metà di tutte le vendite globali al dettaglio. Una concentrazione di potere che, se da un lato assicura ai consumatori della parte più ricca del mondo prezzi sempre bassi e un’offerta costante di prodotti in ogni momento dell’anno, dall’altro fa leva sulla costante pressione esercitata sull’industria di trasformazione, e a cascata sui produttori, affinché riducano i costi e sostengano la maggior parte dei rischi legati alla produzione agricola. Nel 2016, Walmart, la più grande catena di supermercati al mondo, ha incassato circa 486 miliardi di dollari, una cifra superiore al reddito nazionale lordo della Norvegia o della Nigeria. Nello stesso anno, le otto catene di supermercati più grandi al mondo hanno realizzato vendite per circa 1.000 miliardi di dollari e generato quasi 22 miliardi di profitti. Ma anziché reinvestirli nella filiera, per migliorare le condizioni contrattuali verso i loro fornitori, hanno liquidato dividendi per oltre 15 miliardi di dollari ai propri azionisti. La disuguaglianza che ne risulta è quasi inimmaginabile. Le testimonianze raccolte ci dicono di piccoli agricoltori nella filiera della frutta esposti senza protezione a pesticidi tossici, donne che lavorano nell’industria della trasformazione del pescato costrette a sottoporsi a test di gravidanza per poter lavorare; passaporti sequestrati ai lavoratori impiegati sui pescherecci finché non ripagano il debito contratto per ottenerlo. 

Divari crescenti 

Da un’analisi di filiera condotta da Oxfam su 12 prodotti comunemente presenti nei supermercati di tutto il pianeta è risultato che la maggior parte dei piccoli agricoltori e lavoratori nei Paesi di produzione vive in condizione di estrema povertà. Per alcuni, come i produttori su piccola scala di tè indiano o di fagiolini verdi del Kenya, il guadagno medio è pari a meno della metà di quanto sarebbe loro necessario per condurre una vita dignitosa. Per le donne, questo divario risulta anche maggiore. In media, la percentuale incassata dai supermercati sul prezzo finale al consumo di questi 12 prodotti, è salita dal 43,5% del biennio 1996/8 al 48,3% del 2015, mentre quella spettante ai piccoli agricoltori e ai lavoratori è scesa dal 8,8% al 6,5% nello stesso periodo. Ciò significa che, ad esempio, una donna impiegata in uno stabilimento tailandese di lavorazione dei gamberetti dovrebbe lavorare più di 4.000 anni per mettere insieme lo stipendio annuo dell’amministratore delegato più pagato tra le catene di supermercati statunitensi oppure oltre 1.700 per eguagliare quello di un supermercato britannico. Eppure, se davvero lo si volesse, lo sforzo per colmare questo divario economico sarebbe alla portata di tutti. Ad esempio, basterebbe solo il 10% dei dividendi distribuiti dalle tre maggiori catene di supermercati negli Stati Uniti nel 2016 a garantire un salario dignitoso a 600 mila lavoratori nell’industria dei gamberetti in Tailandia. In molti casi sarebbe sufficiente restituire l’1 o il 2% del prezzo al dettaglio – pochi centesimi – per cambiare la vita di donne e uomini che producono il cibo che finisce nelle nostre tavole.

Sfruttati 

In Italia, la condizione lavorativa e di vita dei braccianti impiegati nella raccolta stagionale di frutta e verdura non è affatto diversa da quella dei Paesi del Sud del mondo. Nello specifico caso “Sfruttati,Oxfam Italia e Terra! Onlus sottolineano soprattutto le condizioni di vulnerabilità che affliggono donne e migranti, spesso reclutati da caporali e costretti a vivere e lavorare in condizioni inumane e degradanti.  Secondo gli ultimi dati disponibili forniti dalla FLAI/CGIL, nel 2015 erano circa 430 mila i lavoratori irregolari in agricoltura e potenziali vittime di caporalato in Italia, “impiegati” in quasi tutte le principali filiere stagionali di frutta e verdura in vendita nella grande distribuzione. Tra questi, 100 mila lavoratori vittime di sfruttamento, con l’80% di lavoratori stranieri e il 42% di donne che, a parità di tipologia di lavoro, vengono generalmente sottopagate rispetto agli uomini. Le diverse forme di sfruttamento, violazione dei diritti e abuso includono orari di lavoro molto lunghi, con i lavoratori piegati nei campi tra le 8 e le 12 ore al giorno, esposti a pesticidi tossici e costretti a lavorare con temperature altissime in estate e estremamente rigide in inverno, per un guadagno netto tra i 15 e i 30 euro al giorno, cifra ben al di sotto del minimo legale di 47 euro al giorno. Per molti, si aggiungono anche condizioni abitative e igienico-sanitarie estremamente precarie, all’interno di fabbricati dismessi vicino alle aziende agricole o più isolati in zone periferiche lontane chilometri dai campi in cui lavorano. Sulle donne, prevalentemente straniere, si registrano anche casi di violenza fisica e sessuale. 

Caporali

Un quadro aggravato anche dagli abusi perpetrati dai caporali, in un sistema di reclutamento della manodopera e organizzazione delle squadre di braccianti non di rado basato su minacce, intimidazioni, sfruttamento e violenza soprattutto sui lavoratori più vulnerabili e obbligati ad accettare qualsiasi condizione. “Ci trattano come bestie. Controllano quante volte andiamo al bagno e ci dicono di tornare subito al lavoro. Se ti rifiuti di lavorare la domenica minacciano di non chiamarti più”, così una lavoratrice italiana racconta le proprie condizioni di sfruttamento in Campania. “Negli ultimi due anni è stato estremamente difficile trovare un’alternativa. È per questo che non posso permettermi di denunciare gli abusi”, le fa eco un’altra lavoratrice rumena in Sicilia. E ancora le parole di un bracciante agricolo originario del Mali, che lavora nelle campagne campane e racconta le dure condizioni per cui si lavora “dalle 6.00 del mattino alle 6.00 della sera, tutti i giorni della settimana, per 25 euro al giorno. Possiamo fermarci solo 10 minuti per mangiare”. Testimonianze drammatiche, inaccettabili se si pensa che viviamo in un’era in cui il volume d’affari del più grande gruppo della GDO a livello globale è maggiore del PIL della Norvegia o della Nigeria, ma al tempo stesso dipendiamo per l’80% dal cibo prodotto dai produttori di piccola scala. Prendere coscienza di queste dinamiche e delle asimmetrie di potere, che da più di 30 anni alimentano povertà e disuguaglianza nelle filiere alimentari di tutto il mondo, è il primo passo che come Oxfam chiediamo ai supermercati di fare. Un passaggio necessario per poter realizzare le enormi opportunità di cambiamento che, per dimensioni e potere che ricoprono nell’economia globale, possono mettere in campo per invertire la rotta verso un sistema più equo e sostenibile per le persone e il pianeta. I supermercati hanno una responsabilità sociale nei confronti di questi produttori, e noi abbiamo molto più potere di quanto pensiamo per chiedergli di agire.

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