Tra Gandhi e S. Francesco

16 ottobre 2018 - Tonio Dell'Olio

 

Parla scandendo bene le parole e facendo le pause giuste, Sudheendra Kulkarni, indiano presidente della “Observer Research Foundation”. È un uomo politico molto ben conosciuto nel suo immenso Paese perché è tra quelli che tendono a mettere in pratica nell’oggi, nel mutato scenario mondiale, gli insegnamenti del Mahatma Gandhi. E mi incanta soprattutto quando rilegge l’esperienza di Francesco d’Assisi con gli occhi della sapienza indiana e con le parole di Gandhi: “Personalmente, credo che se noi ci liberiamo da ogni inimicizia verso ogni creatura vivente, quest’ultima, pure, cessa di guardarci con odio. La compassione e l’amore sono l’eccellenza più grande dell’uomo, senza cui l’uomo non può coltivare l’amore di Dio. Arriviamo a comprendere in tutte le religioni, più o meno chiaramente, che la compassione è la radice di una vita più elevata”.
In un’altra occasione, il Mahatma Gandhi scrisse: “Un uomo che pratica realmente ahimsa la nonviolenza nella sua pienezza ha il mondo ai suoi piedi, egli influenza così tanto ciò che gli sta intorno che nemmeno i serpenti e gli altri rettili velenosi lo danneggiano. Ed è anche l’esperienza di San Francesco d’Assisi”. Egli predicò l’insegnamento della Chiesa cattolica, secondo il quale il mondo fu creato da Dio buono e bello. Egli credeva che fosse dovere di tutte le creature pregare Dio e dovere di tutti gli uomini proteggere e amare la natura. Il pensiero alla base di questo credo è che l’uomo, poiché è la creazione più elevata di Dio, è il guardiano della creazione di Dio. Gandhi lo definiva “fiduciario”. Infatti, questa idea di Uomo come il fiduciario che si prende cura degli altri uomini nel bisogno ed anche di tutta la flora e la fauna sul nostro bellissimo e generoso pianeta-terra. C'è un grande livello di affinità e risonanza tra il cristianesimo e l’induismo, tra S. Francesco e Gandhi, ovvero tra personalità spirituali che si sono sviluppate dalle religioni e dalle culture.

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Quando gli angeli si accorsero che gli sventurati uomini
non potevano superare i burroni e gli abissi
per svolgere le loro attività, al di sopra di quei punti
spiegarono le loro ali e la gente cominciò a passare su di esse.
Per questo la più grande buona azione è costruire un ponte.
Ivo Andrić
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