DIRITTI

Muri e nemici

L’Europa, la mancata accoglienza e i valori negati.
Luciano Canfora (Filologo classico, storico e saggista )

Il secolo nel quale siamo appena entrati si è aperto con la grande retorica della “caduta del Muro”. Non si diceva neanche il luogo preciso – si intendeva chiaramente quello che divideva le due Berlino –, ma poco dopo sono pullulati muri giganteschi, da un canto all’altro del pianeta. L’attuale presidente degli Stati Uniti d’America, ad esempio, sta costruendo migliaia di chilometri di muro tra gli Stati Uniti e il Messico. Il muro lambisce la parte meridionale della California, e dall’altra parte il Messico. Il neo-presidente fa comizi nei pressi del confine, dinnanzi a un pubblico assatanato che grida: “Fai il muro!”. Una scena simile ai comizi del Führer, che interpellava la folla chiedendo: “Krieg oder Frieden – guerra o pace ?”, e la folla ormai invasata gli rispondeva: “Krieg – guerra”. E lì “fare il muro” ha più o meno lo stesso fine, perché anche quella è una guerra feroce. Ma si può passare a un altro angolo del pianeta – c’è solo l’imbarazzo della scelta – e vedere quanti muri esistono, anche non tangibili, se non per gli effetti, e mi riferisco, ad esempio, al paese al quale si deve l’elaborazione scritta dei diritti dell’uomo e del cittadino più volte ribaditi in una serie di costituzioni, comprese quelle della repubblica francese. 

In questo paese abbiamo due muri: uno verso di noi, a Ventimiglia, e l’altro verso la Gran Bretagna, a Calais. Sull’altro versante, al di là del Brennero, abbiamo un vicino imbarazzante. E potremmo seguitare notando che un muro ancora più vergognoso è costituito dalla scelta concordemente operata dall’Unione europea di pagare miliardi di euro alla Turchia perché faccia da guardiano, da buttafuori, da carcere gigantesco di quel flusso umano che muoveva dai conflitti mediorientali.

La formula “fortezza Europa” è tornata di attualità. Chi l’ha coniata? Il Fuhrer. La stessa immagine di un’Europa che si difende dal mondo esterno, che si chiude in se stessa, si consolidò soprattutto negli anni che vanno dalla presa del potere dal parte del nazionalsocialismo in Germania fino alla catastrofe della guerra e la sua conclusione sanguinosissima. 

Nel fascismo italiano, nei tardi anni Trenta e soprattutto durante la guerra, ci fu una pubblicistica orientata allo stesso modo. Ezio Maria Gray, ad esempio, che poi ebbe un notevole peso nel sistema mediatico informativo della repubblica sociale italiana, alla fine del 1942 pubblicò “Il fascismo e l’Europa”, dove i concetti centrali erano che il fascismo è il promotore primo dell’europeismo, e che l’Europa non comprendeva né la Russia né l’Inghilterra. La geografia, come sappiamo, è una disciplina molto malvista, senza la quale però non si capisce il mondo, ed è sintomatico il fatto che i confini di questo continente vengano disegnati ogni volta secondo il comodo. Per esempio, dopo il colpo di stato feroce che nel 1958 lo portò al potere, il generale De Gaulle sconcertò anche coloro che l’avevano sostenuto, dichiarando che l’Europa arrivava fino ai monti Urali. Era una frase molto polemica nei confronti della situazione politica, diplomatica e militare del tempo, che vedeva un’egemonia assoluta degli Stati Uniti d’America sulla politica di quell’Europa piccola che si era costituita con i trattati di Roma, di cui la nostra è una dilatazione più o meno estemporanea. 

Fascismi 

In questo contesto, c’è un punto dolente che torna sempre nelle polemiche quotidiane: l’adozione, metaforica, analogica, di un concetto durevole, che stenta a fuoriuscire dal lessico che noi adoperiamo, e cioè il termine “fascismo”. Avrete notato certamente che un motivo ricorrente nei media è la richiesta di non adoperare questo concetto “perché anacronistico”. Poca cultura c’è dietro quest’osservazione. Un grande italiano morto giovanissimo per le botte ricevute da picchiatori fascisti, Piero Gobetti, ha scritto una frase che andrebbe ripetuta spesso: “Fascismo autobiografia della nazione”. Certo, una frase pessimistica, si vorrebbe che non fosse vera. La storia del XX secolo, e della sua prosecuzione nel XXI, ha dimostrato che quel concetto ha due valenze. Uno ovvio, specifico: gli studiosi sanno che si parla di un fenomeno storico determinato, peculiare del nostro paese, come Gobetti intuì, che ha avuto un’incubazione, ha avuto un grande aiuto dal potere statale, ha preso il potere con l’aiuto della corona e una conclusione drammatica. 

Ma il fascismo godeva di prestigio in tutto il mondo. Negli Stati Uniti d’America riscuoteva consenso non soltanto tra gli italo-americani, ma ai vertici dell’industria – Ford era un ammiratore del fascismo. Perché questo prestigio? Perché il fascismo interpretava forme di reazione politico-sociale radicale, ben presente anche negli altri paesi cosiddetti democratici. È questa la ragione per cui è sopravvissuto a se stesso, e quindi può riapparire in forme diverse sulla base di quei motori che gli diedero avvio. Quali sono? Possiamo dire, per essere sintetici, che il fascismo ha due strumenti fondamentali. Da una parte una forma di welfare, che produce consenso: nel loro piccolo, le formazioni fasciste attuali, per esempio, in Grecia Alba Dorata, fanno una grande pratica di assistenza sociale. Dall’altra parte l’invenzione del nemico, su cui far convergere l’ostilità. Cioè, fare appello al peggio della natura umana, in nome di un nazional-razzismo, per cui il nazional-socialismo tedesco additava subito l’ebreo come il nemico, l’affamatore del popolo, il ricco usuraio, il mai assimilato… 

È una tecnica consolidata, che abbiamo visto all’opera drammaticamente durante il secolo passato. Lentamente sono venuti fuori studi tutt’altro che entusiasmanti sulla partecipazione attiva, per esempio, della popolazione polacca al massacro degli ebrei, perché l’occupante tedesco faceva appello all’antisemitismo strisciante, o aperto, di tantissima parte della cattolicissima Polonia. Anche il nostro Paese ha instaurato senza dissensi le leggi razziali, ha espulso dalla pubblica amministrazione, dalle scuole, un pezzo di se stesso. Era il nemico, annidato tra noi... 

Se guardiamo il nostro presente, la realtà che ci circonda, ci rendiamo conto che siamo di fronte alla costruzione di un nuovo nemico. Il nemico è colui che viene qui da noi e chiede qualcosa. Ecco come si saldano i due elementi, welfare e nazional-razzismo. Nel caso del nostro presente il fenomeno sotto i nostri occhi è talmente grande che si rischia di non vederlo.

Il welfare

Esiste una norma sancita dalla Carta dei Diritti dell’Uomo approvata sull’onda della vittoria contro il nazi-fascismo, e quindi in un momento di grandi slanci morali, etici, politici, che afferma il diritto a spostarsi da un Paese all’altro. Questa norma viene calpestata quotidianamente da tutte le misure che gli stati mettono in atto per respingere chi approda dalle nostre parti. E allora è molto facile utilizzare l’argomento welfare, diffondendo la convinzione che “ci vengono a prendere il lavoro”. Quindi, mobilitatevi, popolo, per difendere il lavoro, e noi ve lo difendiamo cacciandoli. Questo è il lato welfare. La difesa della razza si sforzava di descrivere l’ebreo in forme turpi fisiche, caricature grottesche con lo sforzo di individuarne i tratti somatici: nel mondo disperato che viene da noi i tratti somatici sono di immediata evidenza e vengono additati con il disprezzo tipico di quell’elemento animalesco che è il razzismo. Le due cose vengono dunque a saldarsi in maniera preoccupante.

Come accade l’attuale fenomeno delle migrazioni, che ha un precedente simile nel V secolo d.C, con i movimenti di massa di popoli che entrano nei confini, ben difesi peraltro, dell’impero romano? La domanda viene rimossa di solito perché il nostro continente ha nel suo insieme una pessima coscienza: nella prima metà del XX secolo, nell’arco di trent’anni, dal 1914 al 1945, ha scatenato le due più feroci guerre che abbiano insanguinato il nostro pianeta. I morti si sono contati a milioni – la Russia soltanto ha avuto 20 milioni di morti – in questo conflitto che all’origine, nel 1914, è un conflitto tra “schiavisti che si vogliono spartire il mondo”, con equa distribuzione delle responsabilità. Non è vero che l’Intesa fosse il mondo delle libertà e la Germania fosse il mondo della schiavitù. Al termine di questo ciclo, che praticamente è un’unica guerra, divisa da una pace infida, l’Europa si è scoperta declassata a potenza di terz’ordine, dopo aver ospitato i due principali imperi che avevano il dominio del pianeta dall’India all’Africa, quello francese e quello inglese. 

Terminata l’epoca degli imperi nel disastro di una guerra feroce, il continente, nei suoi gruppi dirigenti, ha cominciato a porsi dei problemi che forse era meglio porsi molto prima: l’unione politica e la collaborazione.

Nel “Manifesto di Ventotene”, Altiero Spinelli scriveva che dopo la fine di questa guerra l’Europa avrebbe potuto diventare un continente unitario solo dopo una vera rivoluzione che portasse a una grande comunità socialista. Avvenne l’esatto contrario, con un elemento in più, particolarmente imbarazzante. Cioè, una volta ridimensionati, ridotti a un angolo di mondo, come geograficamente siamo, siamo diventati buoni. E però vogliamo anche evitare fastidi: lasciateci godere la nostra prosperità, non veniteci tra i piedi. Questa è l’etica sottostante all’europeismo attuale, anche se ciò non ci impedisce di essere complici direttamente di tutte le aggressioni di tipo militare che sconvolgono ancora il pianeta, e che producono movimenti di popoli. E mentre provochiamo questo, che è la causa profonda e immediata del disastro umano, rifiutiamo di prendere atto delle sue conseguenze. 

Schiavitù

Non bisogna avere paura delle parole, anche quando sono parole antipatiche, di cui si vorrebbe fare a meno, per esempio la parola “schiavitù”. Un’idea molto ottimistica della storia tende a sostenere che la dipendenza schiavile è inerente a un’epoca storica lontanissima, che ha prodotto anche grandi cose – il teatro greco, il diritto romano eccetera – e che la schiavitù era la base della civiltà classica. Un grande storico francese di nome Marc Bloch scrisse sulla rivista “Annales” un bellissimo articolo in cui si poneva la domanda: “Quando è finita la schiavitù in Occidente?”. E notava che fino all’epoca di Carlo Magno la compravendita di esseri umani era in atto, sia pure in forma minoritaria rispetto ad altre forme di dipendenza. Poi c’era, ovviamente, un altro tipo di schiavitù, derivante dal conflitto perenne con il mondo islamico e poi con il mondo turco, i prigionieri venduti, ricomprati, riscattati eccetera. E, dopo, c’è stato lo sviluppo del capitale. Si trascura di ricordare che, per esempio, gli Stati Uniti d’America, negli anni Sessanta dell’Ottocento hanno affrontato una guerra civile tremenda, lunga, feroce, sanguinosa, il cui oggetto del contendere era se mantenere o no la schiavitù delle piantagioni. E c’erano teorici della schiavitù che portavano argomenti, allora, di un qualche peso. Dicevano: “Lo schiavo delle piantagioni fa parte del nucleo, di quella che Catone il Vecchio in latino chiamava familia, mentre l’operaio di fabbrica del nord del Paese, degli Stati Uniti, schiacciato da un orario di lavoro di dodici–tredici ore al giorno, è un cencio già a quarant’anni, viene buttato via dal mercato del lavoro perché c’è un esercito di riserva di altri pronti a vendere forza lavoro”. La schiavitù è stata cancellata formalmente, ma ha continuato, di fatto, ad essere praticata sotto forma di rifiuto di una parte della popolazione, ancora una volta aiutati dal colore della pelle, che a quanto pare fa un certo effetto agli sprovveduti. E la schiavitù riemerge ora, dopo la fine dell’esperienza pluridecennale del socialismo in Europa, nei Paesi che offrono condizioni di lavoro allucinanti ai nostri delocalizzatori, e soprattutto in Estremo Oriente, dove la forza lavoro è semi-schiavile, tanto da rendere possibile una produzione di merci estremamente vantaggiosa. Ed esiste anche la schiavitù in casa nostra, non soltanto in alcune aree arretrate, come possono essere certe parti della Puglia, della Campania, del Lazio intorno a Latina, ma anche altrove. Quei signori che vengono maltrattati perché di un colore diverso, perché ci vengono a togliere il nostro benessere eccetera, sono i nuovi schiavi, il cui lavoro è retribuito in maniera vergognosa, la cui condizione di vita è “da ghetto”. Ecco, è tornata la schiavitù nel nostro mondo occidentale, come parte integrante del profitto. Il profitto, questa divinità assoluta del mondo civile occidentale, è in crisi nel momento in cui lo stesso capitale produttivo è subalterno al capitale finanziario, che è il vero padrone. E allora, la soluzione è quella di creare condizioni di lavoro aberranti, semi-schiavili, perché a quel punto il margine di profitto si ripresenta. Facciamo il caso concreto nell’agricoltura: la grande distribuzione è iugulatrice, anche nei confronti dei padroncini locali, i quali hanno bisogno di questi schiavi perché soltanto così possono reggere i prezzi strangolatori della grande distribuzione. Tutti lo sanno, ma nessuno interviene. È chiaro che si possono instaurare norme, di controllo, capillari, perché ci sono leggi precise che lo richiedono: basta non applicarle. E quindi tutto questo sistema, a suo modo funzionante, si regge sulla necessità di filtrare nei limiti del possibile la massa umana la cui disperazione noi creiamo, e quella che accettiamo la teniamo in condizioni di questo genere. Se questa è la nostra civiltà avrei qualche dubbio a entusiasmarmi per essa. Ma, siccome è facile o relativamente facile denunciare il malanno, ma non delineare una terapia, siamo tutti nella necessità di affrontare con serietà questo problema epocale che abbiamo davanti. 

E lì cominciano i problemi. Un grande storico inglese di formazione cattolica, Arnold Toynbee, alla metà degli anni Cinquanta del Novecento, esattamente nel 1952, tenne alla radio britannica una serie di conferenze intitolate “Il mondo e l’Occidente”, e non “L’Occidente e il mondo”. 

Egli diceva che: “La storia procede per sfida e risposta”. Il soggetto che dalla metà del Quattrocento ha sfidato il mondo per la sua bravura, per la sua capacità tecnica, per la sua cultura, per la sua intraprendenza, è l’Occidente, che allora era ancora più piccolo che adesso. Ma questa sfida determinava una risposta, che Toynbee studiava considerando i vari angoli del mondo – il Giappone, l’India, la Cina, la Russia, l’America meridionale – rispetto ai quali il piccolissimo, intraprendente Occidente aveva lanciato la sua sfida, poco imparando in realtà dai mondi che aggrediva, ma che reagivano.

Tutti noi abbiamo il dovere di scrivere qualcosa sulla pagina bianca che abbiamo davanti. La mia ipotesi, la diagnosi alla quale spesso guardo con interesse e con speranza, è che noi ci troviamo già dentro una trasformazione profondissima, di cui la migrazione di popoli è il sintomo, il segnale. Perché il segnale? Perché denota quanto sia limitata ed egoistica la forma di consolidamento dell’ordine esistente che si tende a ritenere eterno. 

Le migrazioni di popoli possono suscitare reazioni feroci. In qualche giornale, anche di grande tiratura, nei mesi scorsi ho letto che “ci vorrebbe un nuovo colonialismo”. C’è ogni tanto qualche politico che dice: “Andiamo a bloccare le coste”, ma il vecchio cancelliere tedesco Bismarck amava il detto: “Tutto si può fare con le baionette, tranne che sedercisi sopra”. È questo un ammonimento che non andrebbe mai dimenticato. E allora, ci vuole coraggio intellettuale per capire che soltanto una grande spinta verso un’unione vera, non limitata ai confini cangianti, ipotetici dell’Europa, ma un’unione che comprenda i paesi dell’Africa e dell’Europa mediterranea su un piede di pari diritto, di pari rispetto, è la via d’uscita. Perché a quel punto il concetto di migrante – che contiene dentro di sé già la spinta al respingimento, perché se io definisco un essere umano un “migrante” alludo al fatto che posso anche metterlo alla porta – cessa di essere un concetto praticabile.

Avranno i nostri statisti la capacità, la volontà politica, il consenso per compiere un’opera del genere che oggi può sembrare assolutamente utopistica? Sarebbe ovvio rispondere no guardando alla nostra classe politica attuale.

Però io credo che nel nostro presente esistano realtà ricche di sviluppi positivi, la più importante delle quali è il mondo immenso dell’educazione. La realtà dove s’insegna e s’impara, dove tutti ci sentiamo uguali, chi insegna e chi impara. Dove c’è la vera libertà del pensiero, è un’officina immensa che è grande tanto quanto il paese, quanto i vari paesi. E allora in quel mondo, in quell’insegnamento, nel dire la verità, forse c’è la soluzione a un problema che appare insolubile. 

L’articolo è stato pubblicato anche in Emergency n. 88 settembre 2018.

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