MIGRAZIONI

Welcoming Europe

L’Europa che vogliamo deve avere orizzonti lungimiranti, politiche inclusive capaci di dare risposte ai problemi complessi del nostro tempo. Si conclude la campagna per un’Europa che accoglie.
Stefano Trovato (Responsabile Accoglienza migranti del CNCA)

Siamo ostinati. Dopo la riuscita raccolta di firme sulla proposta di legge rivolta al parlamento italiano in materia di immigrazione e diritto di asilo intitolata “Ero straniero”, abbiamo pensato, insieme ad altri soggetti che con noi hanno vissuto quella mobilitazione, che non potevamo fermarci.  Da questo scatto, e non solo, è nata l’Iniziativa di Cittadini Europei (ICE) denominata “Welcoming Europe: per un’Europa che accoglie” (www.welcomingeurope.it oppure su www. cnca.it). Per capire bene la portata, anche organizzativa della campagna in conclusione in questi giorni, e il suo valore politico, è bene sapere che l’ICE è uno strumento partecipato che i cittadini europei hanno nei confronti della Commissione europea. Attraverso una raccolta firme, si potrà chiedere alla Commissione europea di mettere nella propria agenda legislativa un atto, di competenza Ue, sulla materia proposta dalla campagna, a patto che si siano raccolte in un anno almeno un milione di firme in sette paesi aderenti. Quindi, ci vuole molta ostinazione per costruire una campagna così estesa e soprattutto ci vuole una rete che sappia tenere uniti tanti soggetti sulla condivisione di alcuni obiettivi comuni. 

Da che parte stai?

Dietro lo slogan “Tu da che parte stai?” la campagna proposta sta concludendo la raccolta firme su una proposta di legge europea che ha al centro tre tematiche (http://www.cnca.it/comunicazioni/news/3118-firma-la-petizione-di-welcoming-europe-per-un-europa-che-accoglie). La prima riguarda la protezione di vittime di abusi in ambito lavorativo, nell’accesso alla giustizia e nella negazione diritti umani in particolare alle frontiere. Sappiamo quante persone migranti che arrivano nei nostri territori sono poi vittime di sfruttamento lavorativo. Conosciamo pure fatti, apparsi anche nelle cronache nazionali e non solo, di atti illegali alle frontiere anche da parte di forze di polizia. 

Altro tema, su cui varie organizzazioni si stanno sperimentando anche attraverso i corridoi umanitari, è la creazione di passaggi sicuri. Passaggi che, se presenti, avrebbero evitato la morte a partire dal 1990 a 34mila persone migranti, decedute in mare per raggiungere l’Europa. Alla costruzione di corridoi umanitari verrebbero affiancate azioni di accoglienza legate alla “sponsorizzazione” di associazioni o gruppi di cittadini che permetterebbero, attraverso questa garanzia, a cittadini stranieri di arrivare legalmente in Europa. 

E, infine, la proposta contiene misure necessarie al contrasto delle politiche xenofobe di alcuni stati, ma anche della campagna contro le Ong che salvano le persone migranti in mare. Nel testo vengono anche avanzate delle proposte che decriminalizzino atti umanitari visto che in ben 12 paesi dell’Ue fare azioni di aiuto, come dare un passaggio o ospitare un migrante, può comportare una multa o addirittura l’arresto.

Siamo ostinati, perché il clima politico e sociale appare avverso. L’Europa sta perdendo velocemente peculiarità che la contraddistinguono da decenni. L’Europa si caratterizza sempre meno come luogo dei diritti sociali, umani, come spazio di accoglienza e progresso, promotrice di un modello di welfare universale e inclusivo. Al contrario oggi, in modo miope, l’Europa erige muri e definisce politiche sul tema dell’immigrazione definendole principalmente sul versante dell’emergenza e della sicurezza, piuttosto che su quello dell’integrazione e del governo del fenomeno.

Il fenomeno migratorio – che riguarda solo in minima parte il nostro continente (è sempre opportuno ribadirlo) – ha caratteristiche strutturali, di lunga durata. È una vicenda che parla profondamente al concetto di umanità, all’aspirazione di una vita migliore per chi non può averla dove vive, dove è nato. In questo contesto stupisce fortemente l’incapacità delle nostre classi dirigenti di porsi le giuste domande, prima di dare delle giuste risposte. Come tutti noi, che da anni ci attiviamo sul terreno dei diritti civili e della giustizia sociale, loro conoscono perfettamente le cause di questi esodi. Escludendo quella parte di migrazione “esplorativa”, cioè di coloro che sono alla ricerca di nuove esperienze più gratificanti sul piano della crescita individuale, le persone migranti fuggono da situazioni veramente critiche, dove in ballo c’è la vita o la morte, arrivando peraltro da luoghi e situazioni in cui anche molti stati europei hanno una chiara responsabilità. I processi di accumulazione di ricchezza e impoverimento riguardano anche e soprattutto i paesi da cui provengono le persone migranti. L’espropriazione delle terre da parte delle multinazionali, condizioni e diritti sul lavoro praticamente inesistenti, gli innumerevoli conflitti armati territoriali sono solo una parte del problema. A questo si aggiunge, di portata ancor più epocale, il cambiamento climatico che sta nei fatti modificando profondamente gli equilibri naturali, sociali ed economici del pianeta.

Numeri 

Per dare solo delle previsioni fatte dall’Onu e dall’Oim, sono oltre 1 miliardo e settecento milioni le persone colpite da disastri naturali negli ultimi dieci anni. Oltre duecento milioni sono gli sfollati sul pianeta dal 2008 e nel 2050 sono previsti circa un miliardo di persone che migrano (Edgar J. Serrano, “Mediterraneo: sguardo geopolitico”, Winter School Cnca 2018 www.cnca.it). A tutto questo si sommano dinamiche demografiche sempre più polarizzate tra paesi più ricchi, che invecchiano sempre più, e paesi più poveri, dove i giovani rappresentano la maggioranza della popolazione.

È allora possibile governare questo processo con politiche di corto respiro? È possibile progettare il nostro futuro escludendo attori sociali, fattori ambientali, continuando in politiche economiche e finanziarie che, da una parte, alimentano l’impoverimento delle persone e dei territori e, dall’altra, la concentrazione della ricchezza nelle mani di pochi? Queste sono domande semplici. Certo non hanno una risposta semplice e immediata. Si tratta, però, di iniziare a costruire delle controtendenze per permetterci un futuro migliore come umanità. La campagna Welcoming Europe vuole essere solo un piccolo strumento che rimette in moto alcuni processi politici e culturali all’interno dello spazio europeo.

Chiediamo inclusione 

In questo spazio ci siamo anche noi come Italia. Al netto degli annunci del nostro nuovo governo e della sua parte più regressiva, il nostro paese si è perfettamente inserito nella dinamica politica europea. Da una parte ha accolto le persone migranti, anche grazie alla generosità del tessuto sociale e solidale che caratterizza parte del nostro paese, ma dall’altra si è fatto promotore e “continuatore” di politiche di esclusione.

In questo senso va secondo noi letta la traiettoria che parte dall’Immigration Compact – che delinea l’accordo con la Turchia –, al patto con la Libia voluto da Minniti. Questi passaggi segnano i tratti di una politica estera fatta dai ministri degli Interni, intenti a esternalizzare a paesi terzi il controllo dei confini. È come se ora il confine dell’Italia non fosse più nelle acque di Lampedusa, ma sulla costa libica.

Questi accordi, che hanno l’obiettivo di frenare la presunta “invasione dei barbari”, nei fatti hanno altri obiettivi politici dentro e fuori l’Europa. I migranti diventano il paravento dell’ennesima strategia di interessi economici, militari, che poco hanno a che vedere con il tema delle migrazioni. Accanto a tutto ciò emerge il fallimento della politica italiana sul tema dell’immigrazione, di cui la legge Bossi-Fini è simbolo. Essa ha nei fatti prodotto, nel nome della lotta alla clandestinità divenuta con questa nefasta legge addirittura reato, irregolarità e una risposta inefficace alle esigenze che comunque la nostra economia legale e il nostro sviluppo demografico richiederebbero. La politica dei flussi predefiniti è totalmente fallita nei numeri e nei fatti. Tutto questo in un panorama europeo dove convivono anche stati dichiaratamente xenofobi come l’Ungheria, paese dove si attuano anche politiche di persecuzione nei confronti di migranti e poveri. Anche per questo Welcoming Europe prova a tenere insieme – perché sono collegati tra loro – proposte in tema di accoglienza, di diritti umani e di decriminalizzazione di azioni solidali. 

Siamo ostinati. Welcoming Europe, promossa oltre che dal Cnca da Arci, Acli, Radicali italiani, Oxfam, Fcei, Asgi, CILD, Legambiente, Actionaid, Casa della Carità, Baobab experience, A buon diritto, AOI, organizzazioni di advocacy e organizzazioni politiche, vuole essere strumento di una ampia rete che nel nostro paese vuole costruire e praticare l’idea di vivere in comunità accoglienti, in un continente che possa essere ancora da esempio sul terreno dei diritti umani e civili.

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