CONFLITTI

Dalle celle del terrore

Faustin Katanga, rifugiato congolese in Svezia, racconta il dramma del conflitto etnico tra Hema e Lendu: “Ho subito torture e violenze, ma ora mi impegno con tutte le forze per i diritti umani e la pace”. Nelle sue parole il grido di dolore della Repubblica Democratica del Congo.
Genny Losurdo (Ufficio Stampa della Campagna “L’audacia nel nome dell’umanità”)

Faustin Katanga è dotato di spirito e mostra un animo socievole. Non è stato difficile avvicinarmi a lui nell’ambito di un corso di formazione sulla trasformazione dei conflitti a Colonia. Ciò che mi resta impresso di quest’uomo robusto è soprattutto la risata ampia e fragorosa, accompagnata da occhi che si strizzano di gioia, ma dietro i quali è dipanata una lunga storia di sofferenza. Difficile da immaginare, ma nei momenti in cui ho chiesto a Faustin se voleva raccontarmi la sua storia e lo sguardo si è fatto inaspettatamente grave e intenso. Katanga è originario della Repubblica Democratica del Congo, precisamente della regione del Kasai. 

Iniziamo a parlare. 

Da due anni Katanga vive in Svezia, dove il clima non asseconda il suo spirito ancestrale di warm brotherhood (calda fraternità), ciò che più gli manca dell’Africa. Da poco ha compiuto 68 anni e mi chiedo dove trovi l’energia e la passione che lo spronano a studiare. Mi racconta che ha vissuto anche 13 anni in Uganda come rifugiato politico.

Di cosa ti occupavi in Congo?

Dal 1971 ho lavorato come ispettore della polizia giudiziaria della Procura presso il Ministero della Giustizia, prima nella capitale Kinshasa, tra il 1975 e 1978, poi nel distretto di Bas Uele fino al 1982 e infine nel distretto dell’Ituri fino al 2003. Il mio lavoro consisteva nel condurre indagini penali, arrestare gli autori dei reati e trasferirli, dopo l’identificazione e le investigazioni, al Pubblico Ministero.

Lo status di rifugiato viene assegnato a coloro che fuggono dal proprio paese per via di persecuzioni, minacce, conflitti in corso, calamità naturali… Cosa è successo a te?

Tra il 1996 e il 2004 si esacerbò il conflitto tra le tribù confinanti, Hema e Lendu, per la contesa di risorse naturali. Gli Hema sono pastori e allevano bestiame, mentre i Lendu sono agricoltori: i primi reclamavano più terra per le loro mucche, i secondi invece da destinare alle coltivazioni. A seguito di questa tensione scoppiò il conflitto e i paesi vicini, Uganda e Ruanda, sostenevano maggiormente gli Hema fornendo loro armi e munizioni per uccidere i Lendu. Questi ultimi, invece, acquistavano dal Sud Sudan le armi per difendersi. Gli eserciti ruandesi e ugandesi avevano occupato la zona dell’Ituri per sostenere i gruppi ribelli, spinti dall’ex-presidente del RDC Jean-Pierre Bemba, e capeggiati dal comandante Ernest Wamba dia Wamba insieme ad altre fazioni ribelli. Principalmente furono Bemba e l’esercito dell’Uganda a controllare l’area dove si consumava il conflitto, che causò un ingente numero di vittime.  

Puoi dirmi qualcosa in più di Bemba?

Il gruppo armato guidato da Jean Pierre Bemba si chiamava Mouvement pour la Liberation du Congo (Movimento per la Liberazione del Congo) ed era sostenuto dall’Uganda, che gli forniva munizioni e pure soldati, e aveva occupato la provincia dell’Equateur nonché gran parte della provincia orientale, compreso il distretto dell’Ituri. Le truppe di Bemba sostenevamo le tribù Hema perpetrando violenza sui Lendu. Tra il 1999 e il 2002 abbiamo denunciato le atrocità e per questo motivo Bemba decise di fermare me insieme ad altri due magistrati.

Quindi avete denunciato i massacri?

Sì, i massacri aumentavano di giorno in giorno. Io, insieme a coloro che lavoravano per la giustizia e l’Ufficio del Procuratore (Ministero della Giustizia e dei Diritti Umani) abbiamo raccolto tutto il nostro coraggio per denunciare crimini e crudeltà all’Onu. Kofi Annan, al tempo Segretario Generale, inviò Roberto Garretòn, rappresentante delle Nazioni Unite per i diritti umani nella RDC, a cui consegnammo un rapporto su tutti i massacri commessi dai ribelli e da altri criminali, coloro che avevano sostenuto chi gli Hema e chi i Lendu. A questo punto siamo stati arrestati da Bemba per aver denunciato le uccisioni come gravi violazioni dei diritti umani e del diritto umanitario internazionale, crimini di guerra contro l’umanità e contro la pace e l’impunità totale.

Come è avvenuto il vostro arresto?

Il 2 aprile 2001 i soldati ribelli inviati da Bemba ci hanno prelevato dai nostri uffici presso la Procura nella città di Bunia (provincia dell’Ituri) e gettato in prigione senza rispettare alcuna forma di processo, procedimento penale o giudiziario. Siamo stati torturati brutalmente, privati di cibo, assistenza medica e contatti con la famiglia. Eravamo isolati dal resto del mondo. I ribelli avevano promesso di ucciderci in qualunque momento e trasferirci altrove. Avevamo perso ogni speranza, tagliati fuori dal governo centrale e senza alcun sostegno dello Stato perché il gruppo di Bemba controllava tutto il territorio dell’Ituri insieme agli ugandesi. Eravamo sorvegliati davanti alla nostra cella da 15 soldati. Ci torturavano in qualsiasi momento, io ho subìto violenze di ogni tipo.

Possibile che nessuno fosse a conoscenza della vostra cattura?

La gente del distretto sapeva che eravamo stati arrestati da Bemba e i Missionari d’Africa, conosciuti come White Fathers, così come altre organizzazioni della società civile e difensori dei diritti umani, avevano iniziato a intervenire in nostro favore. Inoltre approfittammo del fatto che il cibo ci veniva portato dall’esterno dalle nostre famiglie. Queste nascosero una macchina fotografica nel cibo, che utilizzammo per documentare le nostre condizioni. In questo modo venne pubblicata la notizia del nostro arresto e io fui rilasciato dopo 53 giorni mentre i due magistrati dopo 5 mesi.

È allora che sei fuggito in Uganda. Cosa è successo in quei 13 anni?

Fuggendo dal Congo ho dovuto lasciare tutto, ero completamente esposto e la mia famiglia è scappata nella capitale Kinshasa. Nel febbraio 2003 ottenni lo status di rifugiato all’Unhcr di Kampala, ma ogni giorno mi chiedevo cosa stesse accadendo in Uganda, dove la maggior parte delle forze armate e degli agenti di sicurezza ugandesi erano coinvolti nei massacri della RdC e che ancora oggi ricoprono posizioni dell’esercito. Io detenevo molte informazioni poiché tra il 2004 e 2006 avevo collaborato con gli investigatori della Corte Penale Internazionale sui crimini commessi nell’Ituri e dunque ero un testimone inopportuno. Sarebbe potuto essere pericoloso integrarmi stabilmente in Uganda. Vivevo in un’area urbana con altri rifugiati, ho perso il controllo della mia famiglia. Ho iniziato a studiare inglese e a dedicarmi seriamente alla difesa dei diritti umani.

Perché un’ulteriore migrazione forzata in Svezia? Come ti trovi ora in questo nuovo paese?

L’Unhcr ha esaminato il mio dossier e gli elementi che soddisfano i criteri per la reintegrazione dei rifugiati, lo ha quindi presentato al governo svedese che mi ha offerto la residenza insieme alla mia famiglia. Ci siamo ricongiunti dopo tanti anni, ma a giugno 2018 mi sono separato da mia moglie. La mia vita in Svezia non è facile: sono considerato un pensionato e ricevo 350 euro al mese. Non posso lavorare perché ho superato i 64 anni, ma non mi scoraggio, perché la mia missione è portare felicità agli altri. Sono passato attraverso un programma di psicoterapia per guarire dai traumi e ho lottato per aumentare le mie conoscenze. Fatico a parlare lo svedese ma sono capace di leggere e capire.

Hai fiducia nelle persone nonostante ciò che hai subìto? Come ti vedi in futuro?

Ho sofferto, ma non perdo tempo a vendicarmi. La vendetta non è un buon modo per vivere. La nostra sfida è far comprendere che bisogna usare la pace e l’amore perché la violenza genera altra violenza. Io credo nella solidarietà, l’individualismo è arido. Vivere soli e distaccati dagli altri non genera felicità, se non sei connesso vuol dire che non riconosci gli altri come esseri umani, cioè come te stesso. In Africa ogni individuo è responsabile della comunità e la comunità dell’individuo. Sono legato alla visione di portare la pace tra i popoli e sono disposto ad andare ovunque per difendere gli esseri umani, le persone sofferenti e abbandonate. 

Note

Una scheda sul conflitto dell’Ituri tra le etnie Lendu e Hema, nel distretto nel nord-est della Repubblica Democratica del Congo, è pubblicata nella rubrica Mosaiconline del sito di Mosaico di pace.

Ultimo numero

Quando le armi colpiscono le donne
OTTOBRE 2019

Quando le armi colpiscono le donne

In questo numero, il dossier è dedicato
al rapporto tra le mafie e la nonviolenza:
quali possibili risposte nonviolente
al potere criminale mafioso?
Mosaico di paceMosaico di paceMosaico di pace

articoli correlati

    Note

    Una scheda sul conflitto dell’Ituri tra le etnie Lendu e Hema, nel distretto nel nord-est della Repubblica Democratica del Congo, è pubblicata nella rubrica Mosaiconline del sito di Mosaico di pace.
    Realizzato da Off.ed comunicazione con PhPeace 2.6.27