CHIESA

Ventitré

Come le Madri del Concilio, sono proprio ventitré le donne che hanno partecipato al Sinodo Pan-Amazzonico. La voce dell’alterità nella Chiesa in cammino.
Patrizia Morgante (Responsabile della Comunicazione UISG)

“Tutto è connesso come se fossimo uno. Tutto è connesso in questa casa comune” (video in omaggio al Sinodo sull’Amazzonia. Musica, parole e arrangiamenti di Cireneu Kuhn, svd: https://www.youtube.com/watch?v=PLsAtfUGcHU).

“Benvenute a casa sorelle!” Con queste parole suor Jolanta Kafka, Presidente della Uisg (Unione internazionale delle superiore generali, dal 1965 rappresenta la vita religiosa femminile nel mondo) accoglie le religiose che andranno al Sinodo, nella nostra sede. Sede che sentiamo come la casa internazionale delle suore e nella quale, noi che vi lavoriamo, laiche e consacrate, siamo al servizio della loro missione. Prosegue sr Jolanta: “Noi donne facciamo missione a partire dall’interconnessione, da una visione olistica della pastorale. Il nostro apporto principale è la ‘comunione’: partecipate ai gruppi di lavoro creando comunione. Siate testimoni della vita dei vostri popoli; siate portatrici di una cultura della cura. Rimanete sempre in contatto con la vostra esperienza e la vostra terra e non ve ne dimenticate durante i lavori sinodali. Siate donne che generano legami di senso”.

Mentre scrivo queste righe, come forum internazionale delle religiose, siamo in pieno fermento per il Sinodo Pan-amazzonico che vedrà, per la prima volta, la presenza di 35 donne, di cui 23 religiose: 10 di queste ultime invitate dalla nostra organizzazione (sei brasiliane, 2 peruviane e 2 colombiane), 11 dalla segreteria del Sinodo, 1 consultrice e una collaboratrice per la comunicazione. Il ventitré, ricorda, ironicamente, le Madri del Concilio (23 donne) così bene narrate e portate alla luce dalla teologià Adriana Valerio. Un giornalista mi ha chiesto: “Cosa si aspettano le suore da questo Sinodo?”. 

Sedute in cerchio, glielo abbiamo chiesto: “Tutto è connesso, per noi non esiste separazione tra società, cultura e natura. La natura siamo noi, la natura è in noi e noi siamo in essa. Ciò che porteremo al Sinodo è ciò che ci abita dentro. Parteciperemo a questo Sinodo come donne consacrate amazzoniche; lo faremo con gioia, senza fare polemiche. Siamo consapevoli che stare qui è un onore e un privilegio: siamo qui a nome di tutte le religiose e dei nostri popoli. Sono i nostri popoli che ci hanno inviato per dire il dramma e la minaccia nella quale vivono i popoli indigeni. Noi non vogliamo tradire questo mandato. Noi che viviamo in quella regione siamo radicate nella Terra e chi legge il mondo da uno scrittoio non può capire cosa significa vivere in quel contesto; soprattutto oggi. Per questo siamo qui”.

Il cerchio è simbolo molto forte e potente. Abbiamo anche decorato il centro di questo cerchio perché ci fossero i simboli dell’Amazzonia: terra, acqua, biodiversità, popoli. Ogni simbolo portato dalle sorelle si è aggiunto ai nostri, ha fatto spazio all’altro e si è creato così come un mandala centrale (un cerchio nel cerchio umano) con una sua armonia. Mi domando spesso cosa possiamo imparare noi europei da questo Sinodo e forse, in questo stesso cerchio, c’è parte della risposta: cooperazione, partenariato, comunione, sinodalità, comunità, condivisione, partecipazione, connessione. In sintesi: ecologia integrale, un modo di essere persona, famiglia, gruppo, nazione, continente. 

Suore al sinodo

Qualche mese fa papa Francesco ha nominato quattro donne come consultrici della segreteria del Sinodo, di queste, tre sono religiose: Nathalie Becquart, Alessandra Smerilli, Maria Luisa Berzosa. Solo quest’ultima parteciperà a questo Sinodo e le abbiamo posto qualche domanda.

È la prima volta che partecipi al Sinodo in qualità di consulente nominata ufficialmente: cosa senti e vedi di diverso dallo scorso anno?

Per ora non colgo nessuna differenza perché non mi è chiaro quale sia il mio compito come consulente. È vero che siamo già state consultate per alcune cose prima di questo Sinodo, e da ciò capisco che il mio ruolo sarà differente dallo scorso anno, offrendo, ad esempio, appoggio alla segreteria generale. Questa tematica è differente e sento una grande responsabilità per l’incidenza che l’Amazzonia ha per il mondo intero. In tutti i casi cercherò di offrire il meglio della mia persona.

Cosa ti aspetti da un Sinodo così particolare come quello sull’Amazzonia?

Spero e desidero sia un’occasione per diventare più consapevoli di ciò che significa “Casa comune”, mettendo la nostra attenzione sull’Amazzonia per il suo riverbero mondiale. Sento che non sarà facile, ci saranno tensioni, però confido che si aprano cammini che non possiamo non percorrere.

Cosa può imparare il mondo dal buen vivir e dall’ecologia integrale vissuta in Amazzonia e tanto voluta da papa Francesco?

Che c’è spazio per tutte e tutti, e dipende da come ci prendiamo cura delle risorse, è un dovere di giustizia che a nessuno manchi il necessario per crescere e svilupparsi perché la natura offre vita in abbondanza. È un appello forte alla corresponsabilità dei governi, istituzioni, leggi per instaurare la solidarietà come priorità. Tutto questo è urgente e, se non lo facciamo, avremo conseguenze ingestibili.

Dalle premesse in poi

Per voi che leggete, il Sinodo si è concluso e, probabilmente, avrete tra le mani il documento finale e i fiumi di parole che si sono scritti per tutto il mese di ottobre. Ma le premesse sono importanti e quelle di questo Sinodo sono da sottolineare. Papa Francesco ci ha abituate a tante prime volte in questi anni del suo pontificato. È la prima volta che un numero così alto di religiose e di donne partecipa a un’assiste episcopale: sarà una luce che si apre per una Chiesa più sinodale, inclusiva, partecipativa? La presenza delle consultrici donne: sarà un primo timido passo per un riconoscimento più esplicito del ruolo delle donne nei luoghi dove si definiscono le linee della Chiesa? Diversi sono i temi delicati che potrebbero suscitare delle tensioni: tra questi il diaconato femminile (esiste un diritto all’Eucarestia che in Amazzonia è violato?) e il voto del documento sinodale negato alle religiose.

L’Instrumentum Laboris (che, ricordo, non è un documento del Sinodo ma per il Sinodo) raccoglie le istanze della Chiesa amazzonica e, tra gli articoli, si fa accenno all’accesso all’Eucarestia che, in molti luoghi, si garantisce ogni tre mesi o una volta all’anno, se non più di rado. Questo solleva nello stesso documento di lavoro, il tema di ordinare laici e laiche per l’Eucarestia o di trovare vie per ovviare a questa mancanza. Mi piacerebbe che questi cambi si adottassero non per necessità contingenze, ma perché se ne riconosce il valore e l’importanza profetica. Una giovane teologa indigena, Tania Ávila (Rete Amerindia, Cochabamba, Bolivia), sintetizza in quattro immagini evocative la loro cultura e il messaggio che vorrebbe portare al Sinodo: 

• il tessuto tipico di quelle zone, tessuto a mano: ogni filo è connesso e, simbolicamente, quando danneggiamo una parte, danneggiamo anche noi stessi, la nostra famiglia e società;

• l’intreccio formato dai fiumi dell’Amazzonia: apprendere a essere questi fiumi che hanno velocità e percorsi diversi, le pietre rallentano la velocità dell’acqua e questo è un bene perché aiuta a fermarmi, a sostare;

• la maloca, il luogo dove la comunità si incontra per dialogare: anzi per poligolare. Perché non è un dialogo tra due ma in una comunità. La maloca ha due porte, una per entrare e una per uscire; non serve solo per le persone ma anche per le idee. Perché la vita non si fermi troppo ha bisogno di porte per circolare, per prendere aria e tornare al cerchio rinvigorita. La cultura amazzonica ha uno stile narrativo, di racconto. La cultura occidentale è più astratta e riflessiva;

• il percorso: un cammino in cui ci si prendere cura, dove c’è spazio per tutti e tutti sono importanti, in una dinamica di corresponsabilità.

Le sfide di questo Sinodo sono tante: l’Amazzonia è un luogo teologico e paradigmatico di altri biomi che preoccupano nel mondo (per citarne uno quello del Congo); in particolare dall’esordio politico di Bolsonaro le minacce alle comunità indigene sono aumentane notevolmente per favorire l’estrazione dell’oro e la deforestazione. Il Sinodo sarà questo camminare insieme per individuare nuovi cammini ecclesiali per l’ecologia integrale, pertanto non potrà risolvere problemi globali e politici che dovrebbero essere discussi in altri spazi, ma, come ci insegnano gli indigeni, sarà difficile separare pastorale e politica, in un luogo che richiama così tanti interessi finanziari e di potere. Sono certa che la significativa presenza di donne e rappresentanti indigeni saprà tenere l’attenzione sull’essenziale.

Moyami è una parola del popolo yonomami dell’Amazzonia al confine con il Venezuela: sono le persone capaci di interconnettere le forze del bene presenti ovunque. È un augurio per ciascuna e ciascuno di noi, di essere questa forza energetica che connette energie generative che sanno far circolare la vita in abbondanza. 

Note

L’Amazzonia in numeri:
8 milioni di Km quadrati di superficie
9 regioni coinvolte
35 milioni di abitanti, di cui 3 di indigeni
390 popoli indigeni, di cui 137 non contattati
240 lingue raggruppate in 39 famiglie linguistiche
600 miliardi di alberi (ci sono più alberi nell’Amazzonia che stelle nella Via Lattea)
20% dell’acqua dolce del mondo riversata in mare

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