L'io, il noi e la mafia

Intervista a Giusy Cannizzaro
A cura di Vincenzo Sanfilippo

Riprendendo la riflessione su nonviolenza e  sistemi mafiosi, ci è sembrato che siamo di fronte a un maggior numero di esperienze di distanziamento da parte di appartenenti a questi tipi di sistema. Ci riferiamo  alle persone inserite nelle organizzazioni criminali, ma anche a quell’area sociale diffusa di complicità e/o di semplice e incolpevole contiguità, in primo luogo, quella familiare. La  tua esperienza di lavoro clinico e di ricerca psicologica può confermare questo dato ?

Sì è vero dai primissimi studi condotti con collaboranti di giustizia nel biennio terribilis, anch’io riscontro qualcosa di nuovo,  nuove voci che ci danno un’immagine diversa dell'universo mafioso. La  peculiarità è che, oltre alla grandissima sofferenza di chi vive dal di dentro il sistema mafioso, ciò che emerge è la percezione della mafia come male per sé, per la propria famiglia e per il territorio in cui si vive. A differenza di ciò che accadeva in passato, e di quello che emerge dalle interviste pubbliche dei figli dei grandi mafiosi noti, che non mettono mai in dubbio il sistema mafia, è che la mafia possa essere considerata un male. Permane tuttavia una deresponsabilizzazione, una difficoltà a riconoscere la responsabilità “personale” dei fatti criminosi e comunque una forma di giustificazione delle azioni dei propri congiunti. Abbiamo ad esempio intervistato la figlia di una persona implicata nell’omicidio del piccolo di Matteo che ci disse: “Queste cose non le ha fatte mio padre. Le ha fatte la mafia.” Ciò che ancora emerge dalle sue parole è la forte valenza negativa della mafia che annulla la volontà, ma la facoltà di scelta dei suoi affiliati, anche l’affiliazione stessa non può essere considerata una libera volontà, poiché “mio padre non poteva far altro che obbedire, cosa altro poteva fare?” 

Questa consapevolezza del male porta ad azioni e scelte consequenziali?

Direi di no.  Quando chiediamo loro “Vuoi continuare a vivere qui o vorresti vivere da un’altra parte?” Loro ci rispondono: “Io vorrei andare a vivere  in America!”, cioè in un luogo “totalmente altro” dove la loro appartenenza ai sistemi mafiosi, anche solo per il cognome, non possa più essere individualizzabile. Solo in questi luoghi altri riuscirebbero a fantasticare un futuro possibile. Noi ovviamente sappiamo che l’”appartenenza” è qualcosa di molto più complesso e che queste questioni necessitano di tanto supporto e di un profondo lavoro di riattraversamento della propria storia ed elaborazione dei fatti poiché neppure distanze chilometriche consentirebbero di scrollarsi dalle spalle il peso di simili appartenenze.

Da questo punto di vista, l'esperienza di Giuseppe Cimarosa del quale abbiamo raccolto la storia, è particolare: lui esercita una professione alla quale è molto legato, quella di attore equestre. Quando il padre comincia a collaborare lui aveva già messo su un maneggio e aveva cominciato a fare degli spettacoli. Giuseppe rifiuta il programma di protezione e rimane nel suo paese soprattutto perché aveva progetto per il quale aveva lavorato tanto… 

Anch’ io mi domando:  se i ragazzi di cui parlavo prima potessero costruire qualcosa di alternativo, di qualcosa di “forte” come forte e totalizzante è cultura mafiosa da cui in qualche modo vorrebbero separarsi, direbbero ugualmente “voglio andare in America”?  Per ricostruire una propria identità, per poter essere “altro” è necessario  un progetto personale “forte”. Ma, nella maggior parte dei casi, purtroppo, i ragazzi incontrati non hanno, né gli sono stati proposti, dei progetti significativi. Sono spesso rimasti in quegli stessi territori vittime del mancato sviluppo strumentalmente alimentato dalla mafia. Questi contesti non offrono possibilità di costruire progetti di vita soddisfacenti a una larghissima fetta di giovani figurarsi a chi sconta l’aggravio di una storia vergognosa, che spesso porta a una cesura con il sociale.  

Perché la psicologia si occupa di mafia?

La psicologia dei fenomeni mafiosi è un filone di ricerca non antichissimo. Le discipline psicologiche  se ne iniziano ad occupare con gli studi che partono dagli anni delle stragi.  Questi studi sono stati avviati da Girolamo Lo Verso e dal suo gruppo di ricerca a partire dalle perizie psichiatriche, dal famoso caso Vitale, ma soprattutto a partire dalla spinta di Giovanni Falcone che sollecitava le altre discipline, sociologiche antropologiche e psicologiche a occuparsi di questo fenomeno. Falcone sosteneva che la mafia ha bisogno di strumenti complessi e lenti epistemiche che non circoscrivano  il fenomeno mafioso a semplice fatto criminale. Invitava  ad analizzare gli spazi dove esso collude con la società, sia nei movimenti di netto conflitto,  sia nei movimenti di “chiaroscuro”. Dove c’è netto conflitto è più facile a studiare la questione. Ma è più complesso andare a studiare quelle aree di collusione in chiaroscuro. La psicologia e le scienze sociali possono contribuire a comprendere cosa rende fertile il terreno in cui la mafia opera. Pur avendo svolto attività di ricerca, oggi la mia attività è prevalentemente clinica. Svolgo il mio lavoro di psicoterapeuta a Palermo e a Corleone. La mafia entra ogni giorno nella mia stanza di lavoro o perché la richiesta viene appunto da familiari di appartenenti alla mafia o perché in un modo o nell'altro, la mafia entra nei vissuti delle persone. Tutti ne siamo toccati.  Vivendo in territori ad alta densità mafiosa, è quasi inevitabile che avvenga, perché la mafia è un fenomeno strutturato e con caratteristiche antropo-psicologiche. È un fenomeno che si insinua nella comunità, nel sociale società, perché nasce dalla cultura siciliana, trasformando e strumentalizzando i suoi valori fondanti trasformandoli in cultura mafiosa. Attraversa la vita reale e fantasmatica di un qualsiasi individuo che vive in questi contesti: nella piccola comunità che recentemente vede affrontare denunce e processi per intimidazione mafiosa nelle trasmissioni televisive della domenica (con delle ripercussioni terribili in termini di spaccature comunitarie tra buoni e cattivi), al giovane ragazzo che vuole aprire l'attività commerciale nel centro di Palermo e mi dice: “Dottoressa ‘che ci apro  a fare’ se non mi posso permettere di pagare il pizzo mi verranno a chiedere?” Questa è una frase raccolta  qualche settimana fa… nonostante tutto il lavoro di lotta al racket.   

Ci puoi spiegare brevemente cosa si intende con il termine “ psichismo mafioso”,?

È con l'incontro con i primi collaboratori di giustizia che si comincia a parlare di “psichismo mafioso”. Da questi primi studi  emerge una sorta di identikit dell'uomo mafioso; una sorta di identità “tipo”, un’identità specifica che noi definiamo identità noi-centrica. Ciò significa che per il mafioso “io non sono io”,  ma “io sono mafia”. Secondo il modello gruppoanalitico  soggettuale (è questa l’orientamento a cui ci si riferisce, la lente con la quale guardiamo a questi fenomeni) per guardare a questi fenomeni è necessaria una epistemologia complessa. La gruppoanalisi soggettuale pensa che il mondo intrapsichico del soggetto non può assolutamente prescindere dal contesto entro cui il soggetto si sviluppa e costruisce la propria identità. Esistono però diversi contesti entro cui svilupparsi:  un contesto insaturo che consente, di partire dall' identità familiare e trasformarla e un contesto  saturo nel quale la persona non diventa mai “io” ma è sempre un “noi”. In questi contesti non c'è un processo trasformativo. All’interno di queste categorie, la mafia è apparsa come un contesto saturo e i mafiosi sono apparsi come “non persone”.

In che modo uno psicoterapeuta si imbatte nella mafia?

Pur avendo svolto attività di ricerca, oggi il mio lavoro è prevalentemente clinico. Svolgo il mio lavoro di psicoterapeuta a Palermo e a Corleone. La mafia entra ogni giorno nella mia stanza di lavoro.  Vivendo in territori ad alta densità mafiosa, è quasi inevitabile che avvenga, perché la mafia è un fenomeno strutturato e con caratteristiche antropo-psicologiche. È un fenomeno che s’insinua nella comunità, nel sociale, perché nasce dalla cultura siciliana, trasformando e strumentalizzando i suoi valori fondanti trasformandoli in cultura mafiosa. Attraversa la vita reale e fantasmatica di un qualsiasi individuo che vive in questi contesti: dalla piccola comunità che recentemente vede affrontare denunce e processi per intimidazione mafiosa nelle trasmissioni televisive al giovane ragazzo che vuole aprire l'attività commerciale nel centro di Palermo e mi dice: “Dottoressa ‘che ci apro a fare’ se non mi posso permettere di pagare il pizzo?” Questa è una frase raccolta qualche settimana fa… nonostante tutto il lavoro di lotta al racket!  

Ci puoi dire con che metodo hai lavorato in diversi comuni ad alta densità mafiosa?

Noi abbiamo lavorato a Corleone e in altri comuni, in Sicilia e in Calabria, con gruppi di elaborazione clinico sociale riconducibili al focus group. I gruppi s’incontrano per parlare di mafia, di cosa ha significato per ciascun partecipante averla incontrata. Partiamo con un lavoro di mappatura del territorio svolto da un facilitatore del luogo. S’inizia un’indagine con interviste a testimoni privilegiati. Successivamente si promuove e si sponsorizza il progetto. Queste ricerche sono generalmente inserite in progetti di “ricerca-azione”. Noi proponiamo un format gruppale molto simile alla pratica clinica che prevede le regole di riservatezza, rispetto dei tempi, rispetto reciproco dei partecipanti, astensione dal giudizio. Si chiede a dei cittadini di iniziare e concludere il percorso proposto.

Mi puoi raccontare qualche episodio significativo… come hanno reagito le persone a queste proposte?

A Corleone il focus si è svolto presso il “laboratorio della legalità”, allestito in un bene confiscato al boss Provenzano, accanto alla casa del fratello. Ebbene, quando ci siamo trovati a dover sbobinare le registrazioni del primo giorno d’incontro, abbiamo avuto grosse difficoltà perché Il tono della voce era talmente basso che non si sentiva quasi niente! Dopo alcuni incontri il tono della voce dei partecipanti si alzò e frasi del tipo “Quando sono tornati quelli” o “Quando la figlia di … era in classe con me …” divennero ad esempio: “La figlia di …. (nome del mafioso) è prepotente…” Sì iniziò anche a pronunziare dei nomi e a mettere a nudo alcune emozioni, anche difficili, come la rabbia nei confronti di persone di famiglie mafiose che si erano mostrate prepotenti. Emerse anche, al contrario, la fascinazione, che non è un sentimento facile da verbalizzare. Quando dovevamo fare questi gruppi, parlai con un bambino di dieci anni. Gli chiesi come occupava il tempo in quei giorni. Lui mi rispose: “ Ho un videogioco altro, che non ti posso dire…” Cercai di invogliarlo a dirmi di più, promettendogli che non lo avrei detto a nessuno. Il bambino mi si avvicinò (erano presenti altre persone) e a bassa voce mi disse: “Gioco al gioco dei mafiosi… però io ai mafiosi gli sparo. Ma tu non lo devi dire a nessuno!” Ciò fa capire che la paura è trasmessa dalle famiglie in una maniera inconscia, sin da piccoli. Altre volte qualcuno dice “sto partecipando a questo incontro perché tutti additano il mio paese come un paese mafioso, ma io la mafia non l'ho mai vista! Dove la vedete questa mafia? Io non la vedo!”  Poi queste stesse persone hanno degli insight. È come se tornasse loro la memoria… E così una persona racconta che, durante una serata di festa, mentre si passeggiava, la sorella era stata scaraventata a terra, perché qualcuno aveva visto un morto in mezzo alla strada e, qualcuno, per non farglielo vedere, l'aveva buttata giù. Questi gruppi hanno fatto riemergere alcuni traumi che erano rimasti a un livello inconscio. La mafia è un fenomeno che si muove in maniera subdola dentro ognuno di noi. Parlarne, in primis con sé stessi, è qualcosa di veramente faticoso. Solo un gruppo può aiutare, solo la comunità, solo un lavoro di comunità può aiutare le persone a fare quello che singolarmente è molto difficile, perché bisogna governare qualcosa che si muove dentro di noi, a livello inconscio.

Tutto questo smonta un po’ il mito di un mafioso gaudente, cui non manca nulla. I mafiosi conoscono la sofferenza?  E come la vivono?

I primi collaboratori di giustizia hanno accettato di incontrare degli psicologi a causa del profondissimo senso di solitudine che vivevano. Si trattava di persone che, in località segrete e lontani dalle famiglie, sentivano e sentono profondamente il bisogno di parlare con qualcuno… fosse financo uno psicologo! Se non puoi essere altro che mafia, venuto meno il contesto, tu non sei più nessuno e crolli. In questo senso si parla di psichismo mafioso o di psicopatologia nella mafia, perché la mafia crea appunto delle non-persone che, al di fuori del contesto mafioso, hanno delle fortissime crisi. Oggi grazie alla trasformazione del sistema  sociale e del lavoro delle istituzioni e delle comunità,, vediamo che qualcosa s’inizia a muovere. Vediamo appunto che nelle nuove generazioni ci sono vissuti ed esperienze diverse.

La mafia, come abbiamo visto, è qualcosa che penetra il nostro intimo. C’è tuttavia un immaginario dell'anti-mafia che invece riporta automaticamente alle manifestazioni, ai cortei antimafia, alle navi che arrivano nel porto di Palermo, piene di studenti che hanno capito che “bisogna-liberarsi-dalle-mafie” Ma questa liberazione può avvenire solo con interventi esterni alle mafie stesse? C'è stata forse una facile “retorica dell’anti-mafia”?  

Direi di sì, infatti il punto cruciale del lavoro “antimafia” dovrebbe essere l’empowerment sociale.  Questi lavori che abbiamo condotto fortificano a mio avviso i legami sociali. Il terreno foriero dello sviluppo delle mafie è quello del “dividi et impera”.  La mafia impedisce che si possano saldare legami sociali. Se c'è questo sociale sfaldato, nessuno può ricevere solidarietà da nessuno. Bisogna tener conto di alcuni tratti peculiari della cultura siciliana, una cultura pessimista per antonomasia, una cultura un po’ “paranoica”: abbiamo molta sfiducia per il fatto di aver avuto troppe dominazioni e non ci fidiamo degli altri. Oggi noi sappiamo che è solo intervenendo e lavorando sul sociale più ampio che possiamo essere efficaci. Da questo punto di vista trovo molto utile lo strumento della “educativa di strada” come ha fatto LIBERA nel quartiere di Borgo Vecchio a Palermo, che potrebbe essere paragonato a una favela brasiliana.

È pensabile attivare esperienze di auto-aiuto tra chi ha subito la violenza mafiosa?

In molti casi abbiamo riscontrato la forte valenza della condivisione e della solidarietà tra le vittime intervistate. La questione è complessa e ritengo utile una riflessione che muova dai dati della letteratura e dai nostri dati di ricerca. Per esempio, nelle problematiche psichiche legate al lutto, generalmente, il sostegno fornito da persone estranee alla famiglia (rete sociale esterna) è qualcosa che aiuta molto, perché spesso nessuna persona della famiglia ha la forza di sostenere le altre. In questi casi questo supporto, che giunge da persone che in quel momento non soffrono, è fondamentale. In una nostra ricerca sulle vittime innocenti di mafia, questo dato non era confermato: nella maggior parte delle persone del nostro campione, infatti, l'omicidio aveva creato una rottura devastante nei legami familiari e il sostegno arrivava soltanto da altri familiari diretti di vittime di mafia. La rete sociale esterna, ma meno coinvolta, non è generalmente una rete di cui questi familiari si fidano. Ci dicevano: “Questa città è una città ad alta densità mafiosa e non merita niente. Non merita che io continui a vivere qui, non merita che io esca e stia tra le persone di questa città, ” o ancora: “Il mandante dell'omicidio di mio padre è il tizio che ha il locale in quel posto ed io non esco con persone che frequentano quel locale”. Circondarsi di persone irreprensibili è tuttavia impossibile e allora, se proprio devo avvicinarmi a qualcuno, devo avvicinare persone come me quindi e altri familiari di vittime di mafia. È anche vero però che tutto questo dovrebbe essere mediato da un occhio clinico. C'è il rischio infatti che tante esperienze attivate dalla stessa categoria di persone, la loro testimonianza continua, l'elencazione frequente e rituale dei nomi delle vittime, gli incontri in cui si parla sempre e solo delle ingiustizie di cui si è stati vittime, possono portare al fatto che il trauma si cristallizzi e che la melanconia venga (come si dice nel nostro linguaggio) innaffiata creando un continuo rinnovo del lutto. Il rischio è che si creino situazioni in cui io non possa essere altro che “il figlio di ………vittima di mafia”. Allora, le esperienze di “mutuo-aiuto” esse possono essere uno strumento importante, a patto che ci siano spazi di elaborazione della memoria. La memoria non ha un valore assoluto. Essa ha valore nella misura in cui apre a una dimensione trasformativa, se diventa narrazione di una storia e non continuo rinnovamento del lutto. Solo con la narrazione riduce il rischio di rimozione dei vissuti traumatici.  

Guardando alle grandi esperienze sociali ispirate dalla nonviolenza, ci si chiede se sia possibile l'incontro tra autori e vittime di reato, tra “carnefici” che hanno fatto un lavoro di elaborazione interiore e “vittime” che hanno desiderio di verità. È possibile secondo te immaginare scenari di questo tipo pe i reati di mafia?

In generale, rispetto alla ricostruzione della verità, negli omicidi (e non solo per quelli di mafia), la letteratura sul lutto afferma che una buona relazione con l'istituzione giudiziaria, la conoscenza delle cause, dell’autore materiale e dell’eventuale mandante dell'omicidio, il ritrovamento del corpo dell’ucciso, il sapere le modalità con cui il congiunto è stato ucciso siano tutti fattori fondamentali per un’elaborazione che sia la meno traumatica possibile. Questo può prevenire l’innesto di situazioni patologiche. Dai dati relativi alla maggior parte delle persone che ho incontrato, e dalle lettura generale delle testimonianze pubbliche, penso si possa dire che in Italia c’è una percentuale elevatissima familiari di vittime innocenti di mafia che non hanno avuto giustizia: molti non sanno chi sia stato il mandante dell'omicidio, né chi sia l’esecutore. In alcuni casi restano sconosciute le cause stesse dell'omicidio. Talvolta questa situazione crea un focolaio di rabbia che fa rimanere bloccati nel passato, spesso fermi all'istante dell'omicidio. Io ritengo che un lavoro che possa, anche se attraverso i mandanti o persone terze a conoscenza dei fatti, far conoscere la verità alle vittime, allevierebbe di molto la situazione di sofferenza di queste persone. Non sono sicura che il nostro “sistema giustizia” sia il soggetto idoneo a promuovere percorsi di questo tipo. Perché le vittime innocenti portano spesso una rabbia cieca nei confronti delle istituzioni. Ho conosciuto familiari che sapevano di una talpa in magistratura e ogni volta che avevano un colloquio con il magistrato questa talpa riferiva tutto ai mafiosi. Altri denunciano il fatto di avere appreso della morte del proprio congiunto dalla radio, mentre erano alla guida di un’auto, rischiando di fare un incidente. Altri familiari avevano rabbia per il fatto che il proprio parente era stato ucciso dopo venti denunce contro una persona che andava a chiedere il pizzo. Per tutti questi fatti la rabbia nei confronti del sistema giustizia è altissima.  Tuttavia sono convinta che gli incontri tra autori e vittime di reati, in contesti guidati e di fiducia, potrebbero dare sollievo.  Mi sento di aggiungere che proprio nell'assetto specifico della mafia, questi percorsi non sarebbero più difficili che in altri contesti. Paradossalmente, la propensione a considerare l’autore dell’omicidio come una “non persona”,  può portare, potenzialmente, anche al perdono. Ho constatato personalmente in alcuni familiari questo vissuto di pietas nei confronti di chi ha commesso l'omicidio e ne ho scritto nel testo Mafia e Psicopatologia.

Torniamo al ruolo sociale che può avere la vittima innocente Noi abbiamo ascoltato da Giuseppe Cimarosa, figlio di un collaborante di Castelvetrano, il suo desiderio di diventare un' “arma” anti-mafia, il suo desiderio di entrare nelle carceri per portare un messaggio ai mafiosi detenuti. Il fatto che la sofferenza possa diventare risorsa è qualcosa che la nonviolenza ha sempre sostenuto. Tu pensi che anche per il fenomeno mafioso questo sia possibile?

Nella mia ricerca, alcune interviste sono state dei veri e propri colloqui clinici. Queste esperienze mi fanno dire che il lavoro di testimonianza che fanno tantissimi familiari di vittime sia importante,  per alcuni di loro è stato fondamentale. Ho incontrato persone che non avevano mai più parlato dell'omicidio del familiare. Grazie al lavoro di LIBERA e di altri operatori sociali, alcuni familiari sono stati invitati a convegni per raccontare la propria storia. Da quel momento molti hanno iniziato in qualche modo a poter ritoccare la storia del familiare. C’è chi ha detto “Per la prima volta ho parlato di mio padre davanti a mio fratello”. Qualcun altro ha detto: “Sa dottoressa? Sono stato fino alle 5 del mattino con mio fratello a parlare di mio padre.” E questa è una cosa ben diversa dall’aver parlato davanti a mio fratello…  Non c’è dubbio quindi che raccontare la propria storia sia liberatorio e positivo, ma è ancor più importante, anche in questo caso, che queste testimonianze possano diventare narrazioni e non ripetizioni di una storia. Ciò vale anche dal punto di vista collettivo, di comunità. Per questo, io penso ad esempio che le importanti iniziative centrate sulla memoria debbano essere affiancate – e i tempi sono maturi per questo - da un lavoro di testimonianza che aiuti a narrare delle storie e non a “ripeterle”.

 

Testo citato:

Craparo G., Ferraro A.M., Lo Verso G., (2017) Mafia e psicopatologia. Crimini, vittime e storie di straordinaria follia, Franco Angeli, Milano

 

 

Presentazione dell’autrice:

Giusy Cannizzaro è psicologa e psicoterapeuta ad orientamento analitico individuale e di gruppo. È dottore di ricerca in psicologia clinica e cultore di materia di Psicoterapia e Psicologia del fenomeno mafioso presso l'Università degli studi di Palermo. Da anni si occupa dello studio del fenomeno mafioso con particolare interesse nei confronti delle ricadute psicologiche e sociali che colpiscono le comunità ad alta infiltrazione e le vittime dirette e indirette dei crimini mafiosi.

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