Distanza sociale

27 maggio 2020 - Tonio Dell'Olio

Ma qualcuno è in grado di spiegarmelo perché la distanza da osservare tra le persone in questo tempo di pandemia deve essere definita da tutti "distanza sociale"? No, perché io – forse ingenuamente – ho sempre pensato che la distanza sociale fosse rappresentata dall'ingiusta distribuzione del reddito e dalle ingiuste disparità di trattamento. Distanza sociale richiama distinzioni classiste o razziste. È la chiusura che opera una persona con la puzza sotto il naso rispetto alle altre che ritiene essere inferiori al punto da sentire il bisogno di esclamare ad alta voce: "Manteniamo le distanze!". Non è nemmeno il caso di andare a disturbare una scienza definita dal nome misterioso di "prossemica" e che indica le distanze della relazione: intima, personale, sociale e pubblica, arrivando persino a calcolare metricamente il tipo di legame. Non c'entra niente con quella distanza, o col distanziamento, che potremmo più a ragione definire fisico, interpersonale e, ancora meglio, sanitario o di sicurezza. Insomma si tratta di una misura che siamo tenuti a rispettare perché costretti dalle circostanze e per salvaguardare la salute nostra e degli altri. Un distanziamento inevitabile dal punto di vista della salvaguardia e non perché siamo convinti che sia bene mantenere le distanze sociali. Pertanto definiamolo distanziamento sanitario o di sicurezza mentre anche i più retrivi e resistenti al contatto fisico – confessiamolo – soffrono la nostalgia degli abbracci.

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