EDITORIALE

Nino Caponnetto, un uomo giusto

Tonio Dell'Olio

E perché non Abramo? L’antico Patriarca mi perdonerà per l’accostamento irriverente e tu sorridendo lo aiuterai a farglielo accettare. Ma ora che posso parlarti con il calore dell’amicizia spontanea di chi non deve nascondere alcun pudore oso dire che la tua esperienza di vita, la tua testimonianza, le tue scelte... profumano delle stesse zolle e dei medesimi passi di Abramo. Don Luigi Ciotti durante la bella omelia nel corso del tuo funerale ha accostato la tua personalità a quella di Mosè e del vecchio Simeone, ma io insisto: è Abramo quello a cui sembri più somigliante.

Come Abramo hai scelto di correre il rischio e quando ormai carriera e vita sembravano averti appagato delle fatiche e della coerenza, hai scelto di emigrare all’incontrario scendendo dalla tua Firenze verso Palermo per andare a prendere il posto di un giudice onesto che qualche chilo di tritolo aveva dilaniato. Non potevi permettere che il sostituto di Rocco Chinnici fosse scelto come il risultato di un qualche gioco di potere. Così hai pagato un prezzo molto alto già nell’abbandonare Ur dei Caldei con le sue sicurezze e un futuro ormai felicemente descritto, per andare a ricominciare come fossi un giudice ragazzino. Sapevi benissimo che Firenze e Palermo sono molto più distanti di quello che appare in qualunque cartina geografica e che non ci sono corsie preferenziali per chi vuole contrastare il potere del male e dare voce alla moltitudine degli onesti. Per questo ti sei dato un progetto che prevedesse la resistenza, la diffusione di una nuova cultura della legalità e il riaprire il cuore dei siciliani alla fiducia verso le istituzioni. Come Abramo sognavi con Jahvè un popolo nuovo, una terra nuova e una giustizia che facesse semplicemente rispettare le leggi in una terra che, come Sara, sembrava condannata alla sterilità. La vita difficile in caserma e lontano dai tuoi cari era largamente compensata dall’entusiasmo degli uomini del pool e dai segnali di simpatia che ricevevi ogni giorno dalla gente comune. L’inverno sembrava lasciare il posto ad una nuova primavera. Ogni cammino di liberazione è a caro prezzo e la fatica di questo lungo pellegrinare ha avuto prove che non avevi messo in conto. Avevi pensato di poter offrire la tua vita ma non di dover bere il calice amaro del sacrificio della vita dei tuoi amici (i tuoi figli, li chiamavi!) che – dicevi – è ancora peggio. Sono stati il tuo “sacrificio di Isacco”! In occasione delle esequie di Borsellino dicesti: “C’è un altro peso che ancora mi opprime ed è il rimorso per quell’attimo di sconforto e di debolezza da cui sono stato colto dopo avere posato l’ultimo bacio sul viso ormai gelido, ma ancora sereno, di Paolo. Nessuno di noi, e io meno di chiunque altro, può dire che ormai tutto è finito. Pensavo in quel momento di desistere dalla lotta contro la delinquenza mafiosa, mi sembrava che con la morte dell’amico fraterno tutto fosse finito. Ma in un momento simile, in un momento come questo coltivare un pensiero del genere, e me ne sono subito convinto, equivale a tradire la memoria di Paolo come pure quella di Giovanni e di Francesca”.
Tu hai pieno diritto di cittadinanza tra quelle che un vescovo profeta del sud del mondo, Helder Camara, definiva “minoranze abramiche” perché hai avuto la forza di sperare contro ogni speranza.

Proprio dal sacrificio di Giovanni, Paolo e tanti altri... è nata una nuova stagione di impegno che ha visto la società civile protagonista appassionata e ti ha eletto suo patriarca: Quando pensavi ormai di poter riposare dalle tue tante fatiche, hai preso a scrivere un capitolo inedito della tua vita e hai ripreso la strada. Non ti era capitato di coprire distanze tanto lunghe in tutto l’arco della tua vita. Cominciasti così ad andare a incontrare studenti, partecipare a feste, dibattere in incontri e tavole rotonde...

Caro nonno Nino, sia detto senza alcuna polemica. Nella Chiesa della SS. Annunziata a Firenze, al tuo funerale, non c’era nessun rappresentante del governo di questo Paese per il quale ti sei sacrificato contribuendo in modo singolare a far crescere la cultura del diritto, della legalità e della giustizia. Ma c’era tantissima gente proveniente da ogni parte d’Italia. Ed erano giovani studenti ed insegnanti, persone semplici e amministratori locali, colleghi magistrati e amici.

Rita Borsellino ti ha ricambiato le parole che pronunciasti dinanzi al feretro di suo fratello: “Caro Paolo, la lotta che hai sostenuto fino al sacrificio dovrà diventare e diventerà la lotta di ciascuno di noi, questa è una promessa che ti faccio solenne come un giuramento”. A me piace ricordarti in quel gesto carico di tenerezza con cui accompagnavi sempre il saluto e l’incoraggiamento. Mi ponevi una mano sulla testa, quasi una benedizione laica, per sostenere il cammino di riscatto di un popolo nuovo. Grazie.

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