Guerra alla Costituzione repubblicana

Dall’esperienza di don Giuseppe Dossetti alla difesa della costituzione…
20 maggio 2004 - Giancarla Codrignani

Di fronte all'attacco portato con determinazione dal governo contro la seconda parte della nostra costituzione non si può non reagire. Infatti, dopo il doppio passaggio tra Senato e Camera (ancora, teoricamente, meno di nove mesi), che otterrà sicuramente l'approvazione di questa maggioranza, resterà alla democrazia il referendum. Molto pericoloso, perché il contenuto della riforma contiene riferimenti giuridici non sempre chiari per la coscienza costituzionale comune dei cittadini, che possono non cogliere, ad esempio, l'importanza del modo di nomina della Corte Costituzionale o la qualità della trasformazione del Senato in "Camera delle Regioni". Inoltre non tutto è da respingere e nessuno, ancora per esempio, sarebbe contrario alla diminuzione del numero dei parlamentari.
Bisogna, dunque, attrezzarsi per tempo per creare una consapevolezza chiara della necessità di difendere la democrazia italiana.
Don Giuseppe Dossetti, monaco a Monteveglio, interpellò ben dieci anni fa il sindaco di Bologna perché sostenesse l'animazione di Comitati per la difesa della Costituzione, convinto com'era del pericolo che la minacciava: “La mia preoccupazione fondamentale è che si addivenga a referendum... e che la gente totalmente impreparata e per giunta ingannata dai media, non possa saper distinguere e finisca col dare un voto favorevole complessivo sull'onda del consenso indiscriminato a un grande seduttore, il che trasformerebbe un mezzo di cosiddetta democrazia diretta in un mezzo emotivo e irresponsabile di plebiscito”.
Come non sentire confermata la ragione del timore così precocemente espresso che “i propositi delle destre (destre palesi e occulte) non concernono soltanto il programma del futuro governo, ma mirerebbero a una modificazione frettolosa e inconsulta del patto fondamentale del nostro popolo, nei suoi presupposti supremi in nessun modo modificabili”?
Oggi si profila, con la riforma dei poteri del Presidente del Consiglio e del Presidente della Repubblica, l'ombra della tirannide. C'è chi dirà: ma, in fondo, si tratta della parte relativa agli Ordinamenti; non si toccano mica i Principi. Qui sta l'imbroglio: questo governo dei “principi dichiarati” non fa alcun conto.
Conviene dunque partire proprio dai principi, come avvio preliminare al lungo processo di informazione (e di formazione) dei cittadini. Ormai diventano ogni giorno più evidenti i danni che il governo Berlusconi produce nella vita quotidiana degli italiani. Non so quanto sia veramente chiaro a tutti il significato del conflitto di interessi, della legge Cirami o della Gasparri, dei condoni, delle cartolarizzazioni, abituati come siamo alle evasioni fiscali, ai sussidi di invalidità a chi invalido non era, alle bustarelle, alle raccomandazioni: per troppi l'essere furbo non è ancora un vizio.
Ma oggi i prezzi crescono; se dobbiamo curarci, occorre pagare; chi va a scuola trova meno insegnanti, meno ore di lezione, meno possibilità di scelta; chi guarda un palazzo storico teme che possa essere venduto. Tutte le televisioni e molti giornali fanno eco alla voce del padrone e incolpano l'euro o fanno credere che l'operato del governo è a beneficio del popolo, che i servizi privati sono meglio dei pubblici, che le tasse calano e i posti di lavoro crescono. Tuttavia sono sempre meno quelli che le bevono: si tratta, infatti, di constatare la perdita di diritti acquisiti. Sono, appunto, i diritti riconosciuti dalla Costituzione nella prima parte, quella dei Principi; quella su cui il Governo non sta presentando emendamenti, ma che distrugge nei fatti. A partire dal fondamento della Repubblica, che è il lavoro e non il precariato o la penalizzazione delle pensioni o le assicurazioni private. La salute, l'istruzione, l'informazione, l'ambiente, la cultura sono i diritti, degli individui e della collettività italiana, che hanno costruito, passo dopo passo, magari imperfettamente, con la fatica, i sacrifici, le lotte una democrazia effettiva e non nominale. Questi diritti non devono essere cancellati; sono garantiti dallo Stato e producono riforme sociali e servizi pubblici.
A partire dalla difesa di questi diritti è necessario “fare movimento” in difesa della Costituzione. Solo così sarà poi più facile capire quale federalismo distrugga l'unità civile e sociale del Paese e quale, invece, decentri i poteri centrali per dare senso e razionalità alle esigenze regionali.

Note

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