TECNOLOGIA

Il potere della televisione

Uno sguardo al futuro della televisione e al suo potere mediatico.
Dal digitale terrestre alla costruzione dei palinsesti…
Ma cosa sta cambiando veramente nel mezzo di informazione più influente e potente?
Intervista a Marco Gambaro

Nel mare dell'informazione oramai la televisione la fa da padrona. In Europa è diventata un elemento vitale, come l'acqua per bere, il cibo per mangiare e la notte per dormire. Il suo potere sui cittadini è enorme tant'è che l'economia e la politica l'hanno ben presto capito mettendoci le mani sopra e provocando la grande malattia dell'informazione televisiva, che è il monopolio con il relativo perdersi del pluralismo di idee e di culture, che formano la diversità delle opinioni e dei pensieri. Una malattia che serve, di volta in volta, ai poteri che governano il mondo. Ma l'orizzonte televisivo continua a progredire e a trasformarsi. La prossima novità sarà il passaggio dalla televisione analogica a quella digitale, che significherà molte cose anche dal punto di vista di “come” noi cittadini guarderemo in futuro la tv. Ne abbiamo discusso con Marco Gambaro, esperto di massmedia e docente all'università statale di Milano nel dipartimento di Economia Politica e Aziendale.

Professor Gambaro, la televisione pare stia entrando in una fase di grande trasformazione sia tecnologica che sistemica. La televisione cambia anche perché c'è un interesse politico e finanziario che la rende così appetibile. È possibile delineare gli scenari che muovono la televisione in un breve e lungo periodo?
Certamente la televisione sta vivendo una fase di grossi cambiamenti, che io reputo importanti però sul lungo periodo. Ne segnalerei almeno tre. 1. In generale vi è un aumento nei ricavi complessivi della televisione, ossia un aumento nel pagamento diretto da parte dei consumatori. Aumenta la quota delle televisione a pagamento attraverso o la pubblicità, dove pagano le imprese, o il canone che è sempre un pagamento da parte dei consumatori anche se sotto forma di tassa. Da questo punto di vista la televisione ridiventa un bene più tradizionale.
2. C'è un aumento dell'offerta televisiva. In pochi anni abbiamo avuto un aumento dei canali. Anche in Europa si è passati da pochi canali controllati dagli Stati a molti canali privati. E ciò significa che piccoli consumi di nicchia, che fino a pochi anni fa non potevano essere soddisfatti da una televisione, ora in qualche caso possono essere soddisfatti.

Questo aumento di canali significa anche maggior pluralismo?
Prima di parlare di pluralismo noi dobbiamo chiederci cos'è il pluralismo. Nel dibattito internazionale vi sono due visioni di pluralismo, una cosiddetta debole e una cosiddetta forte. La visione del pluralismo debole dice che ci possono essere anche da parte di uno stesso proprietario sette canali diversi in funzioni delle aspettative del pubblico. Poi c'è la versione ristretta del pluralismo per cui una volta che si arriva al nocciolo delle questioni la segmentazione dell'opzione non basta più e una volta che gli interessi dei gruppi che influenzano la televisione (c) Olympia sono in contrasto con quelli del target del gruppo degli spettatori in realtà alla fine prevalgono questi sui proprietari e coloro che li influenzano. Da questo punto di vista l'aumento dei canali televisivi sul pluralismo ha un effetto meno forte di quanto il numero dei moltiplicatori dei canali possano far pensare...

Ma torniamo ai cambiamenti nell'orizzonte della televisione. Ha parlato dell'aumento dell'offerta televisiva, ma manca il terzo passaggio.
Che è la progressiva commercializzazione della televisione. Essa sempre più si avvia a essere uno strumento che serve a produrre pubblico da vendere alle aziende che hanno interesse a pubblicizzare i propri prodotti. Questo non significa che non si facciano programmi di minoranza, ma certamen te la televisione è molto più commerciale rispetto ad alcuni anni fa.

E fra questi cambiamenti c'è tutto il discorso del digitale terrestre, che lei definisce come una “chimera”. Ma che cos'è questo digitale terrestre di cui si comincia a parlare a volte con grande entusiasmo, a volte con molta circospezione? Cosa cambierà con la fine della televisione analogica?
A lungo periodo il digitale terrestre interesserà tutte le televisioni del mondo. Ci sarà un passaggio da una trasmissione analogica alle tecnologie di trasmissione digitale. Visto nel lungo periodo questo è un passaggio abbastanza inevitabile, che consente di risparmiare sugli spazi delle frequenze perché dove prima ci stava un canale ora ce ne stanno quattro o cinque. Il digitale, dunque, introduce alcune flessibilità nella televisione, ma non credo che vada sopravalutato. Secondo me da un punto di vista del consumatore il digitale terrestre non porterà stravolgimenti se non nella dimensione di una maggiore interattività.
Questo sta accadendo in tutti i Paesi con grande lentezza. Secondo me i tempi di realizzazione sono più vicini ai dieci anni che ai cinque perché è una trasformazione molto complessa che obbliga al cambio strutturale delle televisioni, della tecnologia. Pensiamo solo al fatto che in Italia devono essere sostituiti quasi quaranta milioni di televisori. Ci vorrà del tempo.

Come giudica questo cambiamento?
Non lo considero un cambiamento epocale. Non è come l'ingresso di internet, è semmai come il passaggio nell'autoradio dalla ricerca meccanica delle stazioni all'Rds. La televisione non sarà molto diversa da come è oggi, certo ci saranno più canali, si potranno fare collegamenti fra televisione e telefonia mobile, ci sarà tutto il sistema dell'interattività da sfruttare, ma alla fine, secondo me, si riduce a ben poca cosa di realmente interessante e di concretamente praticabile.

Ma chi produce quello che noi vedremo nel reticolo dei canali digitali?
Questo è il problema delle televisioni. Il problema dell'aumento dei canali da questo punto di vista è capire se c'è lo spazio economico per sostenere più palinsesti. E questa seconda cosa mi pare improbabile. Ci sarà lo spazio per sostenere palinsesti economici, poveri, palinsesti specializzati su un unico tema, ma non potranno essere palinsesti spettacolari, approfonditi come quelli della televisione analogica. I costi del palinsesto sono indipendenti dal numero degli spettatori che lo guardano. Non è che se un palinsesto viene guardato da mille persone in più diminuiscono i costi. Ma in questo gioco i mercati più grosse e gli operatori che hanno quote di mercato più grossi saranno avvantaggiati e quelli che tenteranno di fare programmi di nicchia dovranno fare dei palinsesti poveri.

È la concentrazione…?
La televisione è un mercato naturalmente concentrato in tutto il mondo. La concentrazione non è un fenomeno solo italiano, anche se in Italia c'è un aspetto tutto particolare perché in fondo due imprese fanno quasi il novanta per cento del mercato. È il problema dei costi dei palinsesti che conduce alla concentrazione.

La politica continuerà a influenzare la televisione?
Certamente. Il rapporto fra politica e televisione è un rapporto complesso e difficile da districare. La televisione è un mezzo di grande influenza politica che genera e provoca dibattiti, confronti, scambio di idee che naturalmente hanno un grande potere di influenza sull'opinione pubblica. In tutta Europa la televisione è il terzo elemento della vita dopo il mangiare e il dormire.
Ma se la politica influenza la televisione dobbiamo pure dire che questa influenza la politica sia direttamente che indirettamente. E credo che questo rapporto strano, ambiguo e spesso caotico reggerà anche allo sviluppo della televisione digitale.
Ma sono anche convinto che su questo rapporto è doveroso aprire al più presto un dibattito approfondito e in grado di eliminare il più possibile l'alone di ambiguità che vi fa da sfondo. Finora il dibattito intorno alla televisione è stato sempre un dibattito di corto respiro, legato a vicende mutevoli della politica o a problemi feriali del modo di fare la televisione. Ora serve di più: serve un dibattito di ampio respiro e di lungo periodo.

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SETTEMBRE 2019

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Quando gli angeli si accorsero che gli sventurati uomini
non potevano superare i burroni e gli abissi
per svolgere le loro attività, al di sopra di quei punti
spiegarono le loro ali e la gente cominciò a passare su di esse.
Per questo la più grande buona azione è costruire un ponte.
Ivo Andrić
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