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Oltre la società del lifting

La coscienza, l'identità, il potere, la ricerca della felicità…
Dibattito sul futuro della nostra generazione.
A cura di G. M.

Ogni dialogo diventa veramente positivo quando si comincia a condividere i significati almeno delle parole essenziali. La parola essenziale, attorno alla quale ruoterà la nostra ricerca è coscienza. Cos'è?
Scalari:
Non lo so. Posso solo dire che per me la coscienza è la capacità di fare silenzio. Nel silenzio ascolto le persone, ogni giorno, nella mia stanza analitica, imparando a tacere anche quando le persone mi chiedono indicazioni. Ciascuno di noi fa, dentro di sé, esperienza di quello spazio interno, difficile da descrivere con parole eppure indispensabile per crescere e maturare. La coscienza è il luogo in cui cerco di dirmi la verità su me stessa, per decidere chi voglio essere e cosa voglio fare, qual è la verità e la falsità. È l'appuntamento che ciascuno stabilisce con se stesso, ogni volta che vince le resistenze che lo separano dalla propria verità. Certo, a questo appuntamento non si giunge soli, ma vi si arriva con il carico di principi, valori, scelte, che derivano dall'educazione che abbiamo ricevuto. Le emozioni e i sentimenti, come un fiume carsico, legano ciascuno di noi, in un flusso transgenerazionale, agli altri. Coscienza, allora, significa vivere nell'incertezza, nel dubbio, nella paura di sbagliare. Significa, in fondo, capacità di rischiare la vita mantenendo alta la speranza.

Abbiamo circoscritto la coscienza all'interno di un perimetro che grosso modo coincide con quello della coscienza morale. Eppure c'è ancora oggi una Chiesa che a questa coscienza morale preferisce l'obbedienza, la prescrizione, le norme…
Don Albanesi:
La coscienza oggi è come una plastilina pongo con cui il bambino gioca plasmando oggetti di colore e forma vari. Nell'adulto la coscienza costituisce lo strumento per mediare le emozioni con gli interessi. E basta. Man mano che si diventa adulti, i piccoli e grandi frammenti della propria educazione si smarriscono e così la vita si riduce a quello che interessa. Interessa la felicità da una parte e il potere dall'altra. Non riconosciamo il ruolo che la dimensione del potere gioca nella formazione delle coscienze singole, eppure il potere è il cuore delle tentazioni narrate dagli evangelisti. La cultura occidentale cattolica ha spostato la sua attenzione sul sesso, non cogliendo che il sesso declina in modo inversamente proporzionale all'età e al potere.
Eppure di fronte al potere la coscienza si plasma. Non il potere si adatta alla coscienza, ma la coscienza al potere, sotto la spinta di un benessere assolutamente individuale. Posso essere ricco? Certo che posso esserlo! Debbo mantenere la parola data? Chi l'ha detto! Debbo essere solidale? Ma dove sta scritto! Cioè in fondo i ragazzi, ma anche gli adulti, oggi la prima cosa che devono fare è scegliere una propria scala di valori tra molte. E spesso l'adulto raffinato mescola queste scale di valori, mettendo insieme pezzi diversi. Non c'è più l'obbligo di adeguarsi a una singola scala di valori.
La Chiesa di fronte a questo comportamento balbetta perché non sa che dire. Semplicemente. Negli ultimi dieci anni ha pronunciato molte parole tra evangelizzazione, nuova evangelizzazione, primo annuncio, secondo annuncio ecc.. Eppure prive di ogni elemento vitale, scatole vuote, magari anche perfette ma vuote. Parole che rincorrono messaggi, riferimenti che non lasciano alcun segno. Perché? Perché in fondo, secondo la tradizione, solo la Chiesa era autorizzata a dire “questa è la verità”.
La norma era eteronoma, stabilita dall'esterno: quindi, a te fedele spetta solo di decidere se adeguarti o meno. Era la scelta dell'adeguamento a stabilire il concetto di santità e di peccato, con una gamma di stati intermedi in cui si distingueva la coscienza labile, lassa, crassa, supina, differenze che per fortuna conoscevano in pochi. Oggi, invece, questo messaggio cade nel vuoto, nessuno fa più riferimento a quelle parole ma alla propria storia, molto spesso impastata di emozioni e interessi, non di razionalità né di progetti. Allora, la tua vita diventa un inseguimento a zig zag verso il sogno di cui tu stesso sei centro e ombelico del mondo. E, poiché poi scopri che l'universo è pieno di ombelichi, ti ritrovi solo con la tua angoscia e con le tue solitudini.

La coscienza non è solo il luogo della verità ma anche quello del condizionamento. Nel “foro interiore”, come ancora oggi la coscienza viene denominata nel linguaggio teologico, non entra solo la propria luce ma anche quella delle pulsioni, dei miti del proprio tempo…
Scalari:
Dobbiamo restituire consistenza a ciò che non è comunicabile, vendibile, accattivante. Resta il fatto – e lo dico come psicanalista – che in ognuno di noi risiede una sfera complicatissima in cui si decide della propria vita e si è responsabili di se stessi. Il primo dei comandamenti, “Non avrai altro Dio all'infuori di me”, libera gli uomini dalla schiavitù del proprio tempo, stabilisce il primato della libertà, che non è assenza di responsabilità, ma esperienza dell'essere insieme tra persone. Questi messaggi, maturati alle origini dell'esperienza umana, poi rielaborati dalla riflessione religiosa, restituiscono il senso di parole piene perché fondate su una dimensione autentica dell'umano.
Don Albanesi: Solo di fronte alla realtà del dolore, malattia e morte l'uomo si pone le domande vere, si chiede dove va, chi è, da dove viene. Solo quando fa l'esperienza del limite interroga il senso della vita. In uno schema di benessere infinito uno tira, tira fino a quando non comincia ad accorgersi che il sole sta scendendo e tramontando. Allora vorrebbe fare il riassunto della propria storia, ma spesso si accorge che è ormai tardi...

Proviamo a modificare il punto di osservazione. Nella coscienza certamente si riflette il senso morale di un'epoca, la percezione del tempo, il valore attribuito al progetto e al futuro. Ad esempio, queste dimensioni oggi hanno un significato profondamente diverso rispetto a trent'anni fa. Per un operaio di allora era relativamente più semplice decidere per quali cause donare una parte significativa della propria vita, il suo progetto di vita era attraversato, in modo significativo, da un progetto di società. Oggi forse la coscienza morale è più fragile perché orfana di un progetto di futuro. Non è, allora, un problema che riguarda solo il singolo e le sue contraddizioni, ma la società, nel suo complesso.
Moro:
Intanto, nel linguaggio sociologico, il termine coscienza non esiste. Il concetto che più gli si avvicina è identità, di cui sono state formulate due grandi definizioni. La prima, una definizione forte, è riferita alla dimensione dei valori: l'identità dell'uomo si costruisce in relazione all'interiorizzazione dei valori sociali. Questi valori di base, acquisiti nell'infanzia, durante la socializzazione primaria, rimangono il fondamento della persona per tutta la vita. Poi su questo costruirà, come appendici, i valori specifici che la orienteranno nei suoi diversi percorsi di vita.
C'è un'altra tradizione, attribuita a Goffman, più moderna e vicina a noi e al nostro Pirandello, secondo la quale l'identità non esiste. L'uomo è un insieme di maschere, immerso in uno stage in cui cambia continuamente abiti. Ma una volta nel backstage, l'uomo esiste o no? Per dirla con Goffman, esiste un gancio cui appendere gli abiti di scena? Secondo gli interpreti goffmaniani cattolici il gancio esiste, secondo altri laici non esiste, è soltanto un insieme di convenzioni.
In sociologia, dunque, l'i dea di coscienza è sempre riferita all'individuo in relazione a una società, insomma, non c'è foro interno senza foro esterno.
A proposito del progetto. Un progetto educativo significa periodo di formazione nel quale si definiscono i traguardi della vita, alcuni dei quali condivisi socialmente. Quando questi traguardi non ci sono più, non si capisce su che cosa si costruisca il progetto. Può essere un artificio elegante, dal punto di vista della programmazione didattica, degli obiettivi. Ma quando mancano i riferimenti ultimi, quando manca la progettualità, gli scopi ultimi, allora viene meno il senso stesso del percorso educativo.

La scomparsa di un progetto capace di orientare il tempo, di imprimere senso alle cose e valore alle scelte, sta producendo un effetto anche sulle relazioni. Cosa tiene insieme i rapporti tra le persone se mancano i traguardi comuni? I progetti strutturano, insomma, anche le relazioni. Nella famiglia, nella chiesa, nella scuola. Come stanno cambiando le relazioni? E come si stanno drasticamente modificando i ruoli delle figure centrali, da quelle dei genitori a quelle più in generale legate all'educazione.
Scalari:
La morte richiama l'idea di fine, ossia di limite, confine, perdita, abbandono, solitudine. Una coscienza critica nasce da questa consapevolezza. Si recupera il senso profondo delle relazioni nel momento in cui percepiamo che l'altro non sono io e, quindi, se l'altro non sono io, allora non siamo onnipotenti. Dobbiamo rinunciare all'idea che possiamo fagocitare tutti, dobbiamo far fronte al bulimismo sociale. Per poter rifondare il senso delle relazioni, abbiamo bisogno di recuperare il senso del limite, dell'identità propria e dell'identità altrui, perché sicuramente l'identità è un concetto al plurale, ma che poi sta dentro di noi nella misura in cui possiamo avvicinarci all'altro sapendo che l'altro non è coincidente con noi. Le relazioni si stanno modificando anche perché questa società, ad esempio, nega il senso della morte, impedisce alle nuove generazioni la possibilità di condividere la sacralità della morte delegandola all'asettico ospedale, fuori dagli occhi, dal cuore e dalla ritualità.
Invece, domina l'idea della immortalità, questa società ci impregna di creme, ci sollecita al lifting, bisogna rifarsi continuamente, persino le abbronzature divengono infinite. Quando il nostro Presidente del Consiglio si rifà perché deve restare giovane, segna culturalmente l'idea che non si deve far passare il tempo, alimenta la convinzione che si possa lottare contro il capolinea che attende tutti. Questa convinzione genera malessere. Il benessere è ritrovarsi dentro il limite di se stessi, per poterci incontrare con il limite degli altri.
Don Albanesi: Ripensando alle relazioni, rifletto spesso sul comandamento “Ama Dio, ama il prossimo tuo come te stesso”, nel quale si racchiude una specie di triade.
Prima di tutto “ama te stesso”, quindi non abbandonare “se stessi”. Secondo sant'Agostino, si opera il bene perché convinti così di ottenere felicità. Nel dono c'è una spinta positiva.
“Ama il prossimo e ama Dio” cos'è in fondo? La possibilità reale di divenire immortali. Dio è l'origine della vita, quindi non vengo dal nulla, alla mia origine c'è l'universo e, dall'altra parte, “ama il prossimo tuo” sollecita a far proseguire altri nella propria felicità.
Generare una vita in fondo significa affidare a qualcuno dopo di te la tua azione, continuare a vivere. Se questa relazione non è proiettata oltre la propria storia, finisce, ritorna nel nulla dal quale proviene. La tragedia è che in questa dinamica oggi l'oggetto e il soggetto di questo progetto coincidono con te stesso, non sono più distinti. Nei fallimenti matrimoniali i due non si incontrano perché ognuno non è disponibile all'altro in maniera totale, ma ingaggia una specie di lotta feroce per chi deve divenire soggetto unico della relazione.

Avvertiamo che la relazione conferisce più pienezza e senso, quindi felicità, eppure il primato monopolistico dell'affermazione di sé, del proprio successo irresistibilmente ci strattona da tutte le parti.
Moro:
L'idea diffusa di individuo è profondamente borghese, nata mica tanto tempo fa, da circa un secolo e mezzo, con l'affermazione dell'individuo absolutus, senza legami, tanto più libero quanto più afferma se stesso, quanto più è capace di affrancarsi dai legami e dalle relazioni. L'idea che l'affermazione di sé passi attraverso l'allentamento dei legami solo oggi è giunta alle estreme conseguenze. Oggi la felicità, nella nostra testa, coincide con la possibilità di fare quello che si vuole, senza limiti e responsabilità. Lo pensano certamente i giovani, ma soprattutto gli adulti sempre in corsa disperata verso il potere perché ottenerlo significa liberarsi dai vincoli. Anche i soldi servono per affrancarsi dai vincoli. L'unico legame che resta è il mercato e la competizione, null'altro. Gli individui si legano fra di loro per competere: questa è la matrice (ricordate matrix?) del sistema sociale.
Scalari: Tutto questo ha un rovescio, che è la dipendenza malata da quello che gli altri vedono di te. La paura del giudizio, il senso della vergogna sono una psicopatologia sociale della dipendenza dai legami. Incontriamo spesso l'insegnante che ha bisogno che i bambini lo gratifichino e che quindi dipende da' quanto i bambini imparano perché questo gli da l'idea se è valido o no. Incontriamo di frequente il genitore che ha bisogno che il bambino non si arrabbi con lui perché non si sente una buona madre o un buon padre se il bambino non lo vede amorevole e non lo ama senza ombra di conflitto, di ambivalenza, di incertezza. Tutte queste sono manifestazioni critiche di un eccessivo bisogno affettivo dell'altro. Gli adulti oggi si trovano ad avere un gran bisogno di conferme. E hanno bisogno di queste conferme perché l'immagine di se stessi è fragile. Gli adulti quindi sono attraversati da un forte senso di insicurezza.
Don Albanesi: Ondeggio spesso tra una tesi pessimistica e ottimistica. La tesi pessimistica è che ci troviamo alla fine di una civiltà; e come ogni epilogo di civiltà, i vecchi valori si mescolano con i nuovi valori, ma non conosciamo ancora quale sintesi produrranno domani. Ci sono troppi sintomi di barbarie, di fine. Quando si continua a giocare a calcio nello stesso giorno in cui duecento persone muoiono in Spagna, quando un programma come “il grande fratello” ottiene il successo di milioni e milioni di persone, allora la sensazione del degrado diviene inarrestabile.
C'è poi una parte positiva: una volta finita l'ubriacatura probabilmente l'umanità riscoprirà valori più profondi e veri, non perché qualcuno glielo avrà detto ma semplicemente perché non portano da nessuna parte. Di fronte all'aumento della solitudine e del senso di frustrazione, probabilmente saremo indotti a rivedere le fondamenta sui cui abbiamo costruito legami e relazioni.
Se la chiesa avesse la capacità di rispondere a questi grandi temi che attraversano l'umanità riscoprirebbe la sua funzione e non avrebbe bisogno di inventarsi messaggi, linguaggi, canti e stupidità perché la religiosità t'aspetta al momento delle grandi domande.

Mi rifiuto di pensare che gli Stati Uniti siano Bush. Gli Stati Uniti non sono le invasioni, ma la libertà, la felicità come diritto della persona, il valore della cultura, della tradizione scientifica, la prima rivoluzione democratica dell'Occidente, il primo Stato in cui si è votato libera mente, la libertà religiosa per tutti.
Secondo, e qui vengo più all'Italia e alla politica. Ad esempio, la riforma Moratti. Si prenda la reazione che si è suscitata nel momento in cui si è avuta la percezione che si stesse rimettendo in discussione un'istituzione pubblica, svalutata, depauperata, di cui tutti parlano male, sorpassata perché ormai il futuro è internet, è la formazione a distanza, l'idea che l'individuo davanti al computer si collega ai siti, prende informazioni le mette insieme senza una comunità di apprendimento, senza maestri. L'importanza delle istituzioni si riscopre quando rischiamo di perderle.
Quando cominciano a togliere le pensioni, gli ospedali allora avvertiamo il rischio.
Quando portiamo alle estreme conseguenze la distruzione di ciò che ci accomuna, come sono (nella nostra tradizione) le istituzioni educative, politiche, giuridiche, economiche, quando ci rendiamo conto che poi potremmo trovarci di fronte al vuoto assoluto, in cui vincono i lupi, allora le persone cominciano a reagire. Credo che questo sia un segnale importante perché indica la riscoperta dei legami stabili determinati dalle regole comuni.

Note

don Vinicio Albanesi, presidente della Comunità di Capodarco;
Giuseppe Moro, sociologo, docente di Metodologia della ricerca sociale dell'Università di Bari;
Paola Scalari, psicosocioanalista, consulente del Comune di Venezia

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