CHIESA

Voci fuori dal coro

Pubblichiamo alcune parti della relazione tenuta in occasione dell'Assemblea nazionale di Pax Christi, lo scorso 2 maggio. Il magistero di Giovanni Paolo II e il ruolo dei credenti.
Mons. Enrico Masseroni (Arcivescovo di Vercelli)

(…) La pace diventa possibile se nella intelligenza delle persone e dei popoli mettono radici culturali e diventano mentalità comune alcune fondamentali motivazioni. Le motivazioni sono le spinte determinanti e decisive per educare alla pace. Non c'è vera formazione alla libertà se non facendo leva sulle motivazioni che illuminano l'intelligenza e incoraggiano la volontà degli uomini nell'adesione al valore della pace.

Le motivazioni della pace
Nell'impresa educativa non può essere debole il capitolo delle motivazioni, per non scadere nell'emozionalismo che rischia la vita breve della pace.
E il primo punto cardinale per motivare una cultura di pace è “la centralità della persona”. Citando la “Pacem in terris”, il Papa nel messaggio per la Giornata Mondiale della Pace del 2003 (Pacem in terris: un impegno permanente) ricordava che “in una convivenza ordinata e feconda va posto come fondamento il principio che ogni essere umano è persona, cioè una natura dotata di intelligenza e di volontà libera e quindi è soggetto di diritti e di doveri che scaturiscono immediatamente e simultaneamente dalla sua stessa natura: diritti e doveri che sono perciò universali, inviolabili, inalienabili” (n 4).
Quando noi parliamo di persona evochiamo una delle verità più rivoluzionarie introdotte nella storia del cristianesimo. Il concetto di Manifestazione per la pace persona mancava nel pensiero greco, in cui si è innestato il messaggio cristiano.
Dire “persona” significa affermare la centralità e la dignità di ciascuno: “Id quod est perfectissimum in tota rerum natura”, scriveva San Tommaso.
Il punto di riferimento obbligato per cogliere il primato e la dignità della persona umana è la costituzione conciliare Gaudium et spes: “Credenti e non credenti sono quasi concordi nel ritenere che tutto quanto esiste sulla terra deve essere riferito all'uomo, come a suo centro e a suo vertice” (n 12).
E la Gaudium et spes richiama le tre coordinate di questa centralità e dignità della persona: nell'essere creato imago Dei, nell'essere signore di tutte le creature terrestri, nell'essere sociale. “Questa similitudine manifesta che l'uomo, il quale in terra è la sola creatura che Dio abbia voluto per se stessa, non possa ritrovarsi pienamente se non attraverso il dono sincero di sé” (n 24).

Solidarietà e mondialità
Un altro punto cardinale nel sillabario della pace per educare a una cultura di pace è il concetto di “bene comune universale ... elaborato con un orizzonte mondiale” (2003, n. 5). È lo stesso principio di solidarietà a trascinare con sé l'apertura alla mondialità. Il principio di solidarietà sta scritto nel sangue del vangelo: ne è la notizia centrale, l'icona essenziale, il Cristo donato per la salvezza del mondo.
E nel magistero della Chiesa non è solo ribadito il principio del dare, ma tale principio di solidarietà è coniugato con il principio di mondialità. Ciò significa che i più gravi problemi sociali non hanno un orizzonte limitato, o solo eurocentrico come si suol dire, ma mondiale. E ciò accade soprattutto con la Sollicitudo rei socialis e con la Populorum progressio. Oggi giustamente si dice che urge globalizzare la solidarietà.
Ma la solidarietà a livello mondiale trova la sua forza motivante in un terzo cardine da tradurre in mentalità: “la comune appartenenza alla famiglia umana”.
Al di là delle culture, al di là delle divisioni tra i popoli, Giovanni Paolo II ricorda che la Pacem in terris “spinse il mondo a proiettarsi al di là del proprio presente stato di disordine e a immaginare nuove forme di ordine internazionale che fossero a misura della dignità umana” (2003, n. 6).
E questo diventa possibile attraverso due punti luce: da una parte l'impegno di tutti per i diritti umani (2003, n. 4) e dall'altra la necessità di una politica illuminata dall'etica.
E così la politica diventa una quarta motivazione che apre la strada alla pace: perché “il problema della pace rettamente intesa non può prescindere da questioni legate ai principi morali” (2003, n. 6). “Nessuna attività umana si situa al di fuori della sfera dei valori etici” (2003, n. 7), compresa la politica e la politica internazionale.
Per cui diventa ovvio che se educare significa motivare delle scelte, la scelta della pace comporta il rispetto di questi riferimenti oggettivi, non cancellabili dalla coscienza degli uomini e dei popoli. Solo l'impegno educativo porta al superamento di un soggettivismo esasperato per realizzare una convivenza delle differenze culturali, non come motivo di conflitti, ma come incontro che arricchisce.

Vie alla pace
(…) Se la via maestra della pace passa attraverso l'impegno di tutti, nessuno escluso e attraversa il nostro quotidiano, tessuto di piccoli o grandi gesti senza notizia, ci sono alcune direzioni particolarmente urgenti a cui devono guardare gli operatori di pace.
Anzitutto la stessa via politica.
Perchè anzitutto? Forse è soprattutto una politica di pace quella idonea a riconciliarsi con le nuove generazioni, in un tempo in cui, con infinita amarezza, constatiamo la distanza più grave tra politica e le aspirazioni della gente e dei popoli.
Il sussulto assolutamente necessario per una politica di pace è il ricupero della sua vocazione originaria: quella di essere a servizio del bene comune; e perché questo servizio sia vero ed efficace l'ascolto della voce dei poveri diventa oggi impellente obbligo morale.
Per questo l'altra via educativa della pace è il volontariato che oggi tende ad assumere il volto della seconda età. E invece il volontariato è un'esperienza pedagogica che deve recuperare il volto dell'età giovanile.
Io credo che il papa quando coniuga insieme la pace con l'educare, pensi soprattutto ai giovani anche se non li cita. E il volontariato, riconciliato con la politica, non alternativo ad essa, è una formidabile esperienza che veicola una cultura della gratuità, dell'apertura agli altri, dell'amore verso le persone concrete. Il volontariato è una scuola di pace che si scrive nel quotidiano, forse senza il clamore della notizia, ma capace di lenire ferite, illuminare solitudini e gettare ponti di speranza verso chi giace sulla strada di Gerico. Quando poi viene esercitato in età adolescenziale o giovanile diventa scuola propedeutica alle scelte di vita; libera dal diffuso rischio del narcisismo e del darwinismo sociale, e prepara al lavoro, alla professione, alla partecipazione politica, alle vocazioni definitive con un cuore nuovo per vivere i rapporti interpersonali nella direzione della dedizione e della pace.
Ma l'impresa educativa nella direzione della pace non può non richiedere una coerente strategia di grande attenzione alle mediazioni educative. Il Papa è esplicito nell'indirizzo del suo messaggio del 1° Gennaio 2004: là dove non chiama in causa solo i capi delle nazioni, i giuristi, ma anche gli “educatori della gioventù, che in ogni continente instancabilmente lavorano per formare le coscienze nel cammino della comprensione e del dialogo” (Introduzione, 2004).
Pertanto già in avvio del messaggio il Papa fa incontrare i due orizzonti: i continenti della terra e la coscienza dei giovani, due mondi apparentemente distanti, ma assolutamente raccordabili se si vuole sconfiggere la drammatica patologia del terrorismo, ultimo diabolico nemico della pace.
La mediazione educativa chiama in causa la famiglia, la scuola, la comunità cristiana, la comunità civile, i gruppi di volontariato, le associazioni, le scuole di pace... strade diverse, ma convergenti nella non violenza, nella testimonianza sul versante dei cammini formativi delle coscienze.

La profezia quotidiana
E alfine l'educazione alla pace, soprattutto nelle nuove generazioni, ha bisogno pure di voci fuori dal coro, che gridano forte, disposte talora al rischio di essere voci nel deserto o voci tra sordi: la pace ha bisogno di voci profetiche. Perché la profezia gode ancora di grande credibilità nel cuore delle nuove generazioni; anche se compatite talora da coloro che sono chiamati a decidere il destino dei popoli.
Ci avvilisce infatti e soprattutto risulta difficile capire come tante volte, anche ai livelli di alta politica, si esprima sintonia con il grido profetico di un Papa pacificatore e poi si sostenga una politica di guerra. Che significa questa divaricazione? Significa forse che altro è la politica e altro è il credere nella pace? Significa che esiste una politica senza etica?
Oggi il nostro tempo ha bisogno di voci profetiche, che sono doni di Dio per la nostra povera umanità troppo sovente rassegnata a volare basso; ha bisogno di uomini come Giovanni Paolo II, o come don Tonino Bello per incoraggiare l'altra profezia, quella che attraversa la vita quotidiana di tanta gente, per una cultura di pace sempre più diffusa e sempre più esigente, che arrivi a lambire la mente degli uomini e delle donne collocati al timone della storia.
Si, certo educare alla pace è una strada impervia, ardua, si inscrive nelle coscienze; apre sul futuro; chiama in causa gli educatori; i politici; e soprattutto chiama in causa i giovani. Educare alla pace evoca i due volti della solidarietà: la solidarietà sincronica che mette nel cuore di tutti una domanda inquietante: quale mondo stiamo costruendo? Ma non meno la solidarietà diacronica: “quale terra stiamo consegnando alle future generazioni?”

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Ponti
SETTEMBRE 2019

Ponti

Quando gli angeli si accorsero che gli sventurati uomini
non potevano superare i burroni e gli abissi
per svolgere le loro attività, al di sopra di quei punti
spiegarono le loro ali e la gente cominciò a passare su di esse.
Per questo la più grande buona azione è costruire un ponte.
Ivo Andrić
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