RICERCA

L'informazione negata

Qual è l'attenzione dei media e dell'opinione pubblica nei confronti delle guerre in corso? Una ricerca per capire.
Paolo Beccegato e Walter Nanni (Caritas Italiana)

Agli inizi del 2003 Caritas Italiana, “Famiglia Cristiana” e “Il Regno” diffondevano una ricerca sui conflitti dimenticati volta ad analizzare la disattenzione da parte di larghi strati dell'opinione pubblica sulle guerre in corso nel mondo. L'indagine si era soffermata in modo particolare su cinque casi-studio (Guinea-Bissau, Sri Lanka, Colombia, Angola, Sierra Leone), messi a confronto con due guerre “celebri” (Palestina e Kosovo), giungendo a evidenziare una diffusa “dimenticanza” di opinione pubblica, mass-media e istituzioni nei confronti di tali situazioni di conflitto. Tale fenomeno era stato ricondotto dagli autori della ricerca ad alcune ipotesi interpretative, secondo cui era possibile evidenziare delle variabili strategiche in grado di esercitare una certa influenza sulla presenza/assenza dei conflitti nell'arena comunicativa (presenza di militari italiani coinvolti nel conflitto, grado di letalità dello stesso, rilevanza degli scambi economico-commerciali, presenza di legami storico-culturali con il Paese in questione, ecc.).
Dalla data di pubblicazione del volume fino ai giorni nostri, si è registrata una crescente attenzione al tema dei conflitti dimenticati. In effetti, il tema della “guerra dimenticata” emerge con una certa frequenza all'interno del dibattito pubblico, al punto che non è raro rintracciare sempre più spesso riferimenti a questo concetto anche all'interno del vocabolario politico-giornalistico.
Purtroppo, la possibilità empirica di quantificare in quale misura sia stata recepita la necessità (etica, politica, culturale) di dedicare maggiore spazio Militari in divisa e attenzione alle aree geopolitiche di “secondo piano”, oggetto di crisi e conflitto internazionale, è ostacolata dalla presenza di alcuni fatti di rilevanza assoluta che, a partire dal crollo delle Torri gemelle in poi, hanno monopolizzato il dibattito pubblico, producendo un'anomala concentrazione di notizie e presenza mediatica su un numero ristretto di situazioni di crisi internazionale. Situazioni che, tuttavia, sono passate rapidamente dall'oblio alla ribalta della cronaca, mettendo in luce sia l'esigenza – sempre più condivisa – di analisi più attente sia la necessità e l'ampia domanda di politiche internazionali attive (soprattutto preventive e nonviolente) anche negli scenari, appunto, di conflittualità dimenticate.

Tre interrogativi di fondo
La nuova indagine che i tre partner hanno avviato, e la cui conclusione è prevista per l'autunno 2004, si muove in riferimento a tre interrogativi di fondo.
Un primo interrogativo può essere così posto: nell'attuale contesto internazionale è ancora rintracciabile empiricamente un modello di conflitto inteso in senso tradizionale, scandito dalla sequenza “pace-guerra-pace”, oppure, come insegnano i più recenti eventi internazionali, è sempre più diffusa una tipologia di guerra “protratta e diffusa” (in-finita), nella quale l'esplosione bellica rappresenta solamente un episodio acuto, all'interno di una situazione endemica di tensione e conflitto tendenzialmente permanenti, con forti connessioni internazionali? Siamo di fronte a una sorta di a-temporalità e di a-spazialità delle guerre (note e meno note)? Gli sviluppi del terrorismo internazionale con le sue deflagranti manifestazioni mediorientali, europee, asiatiche e con le sue connessioni a conflitti più o meno dimenticati, sta connotando tale guerra e quelle a lei collegate come “universali”, a-spaziali?
Sulla base di tale riflessione, ci si può domandare: ammesso che il modello di guerra (in)finita costituisca il modello più diffuso di conflitto nel mondo, in quale misura l'attenzione pubblica tiene conto di tale particolare configurazione, cogliendo nel tempo la cronicità e il periodico riacutizzarsi di tali conflitti?
E infine, giungendo al terzo interrogativo: è possibile evidenziare e in qualche modo quantificare, valutare, il “residuo” conoscitivo delle guerre infinite nella coscienza pubblica italiana? Dopo la tempesta mediatica sui conflitti armati, cosa resta nella memoria e nella coscienza collettiva degli italiani? Quali immagini, quali percezioni emotive sono più spesso frequenti sul tema della guerra?
Per rispondere a questi interrogativi è stata realizzata una ricerca complessa, multidimensionale, collocata su più ambiti e orizzonti di approfondimento, alla quale seguirà una parte conclusiva più centrata su aspetti normativi (la gestione del conflitto, il ruolo della Chiesa, esperienze e testimonianze, ecc.).

Guerre senza tempo
La natura sostanzialmente “permanente” delle guerre verrebbe confermata dall'esperienza di alcuni recenti conflitti su cui si è concentrata l'attenzione internazionale, evidenziando degli scenari caratterizzati da una sempre più diffusa cronicità del conflitto, all'interno del quale diventa sempre più difficile distinguere le fasi di guerra da quelle di “pace”, se non altro secondo i tradizionali indicatori utilizzati per differenziare tali situazioni.
Ad esempio, non è raro che il numero di morti (casualties) durante

I conflitti dimenticati
Il volume I conflitti dimenticati (Feltrinelli, pp. 149) riporta la ricerca curata dalla Caritas Italiana in collaborazione con le riviste “Famiglia Cristiana ” e “Il Regno”. La ricerca si è avvalsa del supporto di F. Strazzari e G. Giacomello dell’Istituto Universitario Europeo di Fiesole, e di altri esperti (la SWG di Trieste, Canale Tre di Roma, il Centro Ferrari di Modena, P. Boda dell’Università di Roma e A. Brandanti dell’Università di Bologna). Analizzata l’attenzione su 7 conflitti da parte di 8 canali televisivi, 13 radio, 4 agenzie di stampa e 4 quotidiani nazionali.
azioni di guerra misurato in riferimento a determinate unità di tempo (indicatore diffusamente accettato e utilizzato dalla comunità scientifica allo scopo di differenziare le situazioni di pace e guerra), sia superato dal numero di morti registrato prima e dopo le fasi acute di un conflitto o che la percezione e le dinamiche belliche siano avvertite e praticate anche da Stati in “pace” (si pensi alle politiche per garantire la sicurezza ai propri cittadini). Se il numero “minimo” di morti necessario per sancire come “guerra” una determinata situazione di conflitto, è puntualmente superato dal numero di vittime registrato in periodi caratterizzati da bassa incidenza di eventi bellici, la cosiddetta “pace” diventa più “guerra” della stessa guerra.

Monitorare i conflitti nel tempo
Ammesso che il modello di guerra (in)finita costituisca il modello più diffuso di conflitto nel mondo, in quale misura l'attenzione pubblica tiene conto di tale particolare configurazione, cogliendo nel tempo la cronicità e il periodico riacutizzarsi di tali conflitti?
Attraverso una serie di rilevazioni ad hoc, in riferimento ad alcune aree di problematiche e attori sociali, la ricerca tenta di definire e quantificare le modalità attraverso le quali questi conflitti sono trattati e presi in esame dalla sfera mass-mediale, politica ed ecclesiale. A questo scopo è stata condotta una complessa raccolta dati e informazioni, in riferimento a quattro macro-aree di interesse: le istituzioni pubbliche, italiane ed europee; i mass-media (agenzie, quotidiani, tv e radio); la Chiesa cattolica (locale e universale); la rete internet.
Su tutte le aree sociali evidenziate si è cercato di cogliere la presenza di notizie e informazioni su alcuni conflitti in un arco temporale piuttosto lungo, pari a 3 anni (giugno 2001–giugno 2004), evidenziando la capacità degli attori coinvolti di riportare la cronicità del conflitto, evidenziandone le diverse fasi di sviluppo. Come nella ricerca precedente, per offrire uno sguardo realistico allo studio, si è scelto di approfondire empiricamente un numero ristretto di casi di guerra (Repubblica Democratica del Congo, Sri Lanka, Colombia, Afghanistan, Palestina, Iraq), selezionati in base a parametri di rappresentatività macro geografica, grado di severità (letalità e impatto in termini di fenomeni associati) del conflitto, eterogeneità delle cause supposte e delle dinamiche di conflitto, ecc..
Il tutto, ovviamente, per cercare di capire meglio quali strumenti e strategie sono necessarie per evitare che la guerra resti l'unica via per la gestione delle controversie.

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