CONFLITTO ISRAELO-PALESTINESE

La Corte e il muro

Due Stati che devono convivere e riconoscersi. Senza divisioni. Lo riafferma anche lo storico parere della Corte internazionale di giustizia contro il muro nei territori palestinesi occupati da Israele.
Ugo Villani

La costruzione di un “muro” nei territori palestinesi occupati da Israele è stata oggetto di una pronuncia della Corte internazionale di giustizia dello scorso 9 luglio. La Corte ha riconosciuto il diritto di Israele di difendere la propria popolazione dai numerosi atti di violenza, ma ha sottolineato che le misure a tal fine adottabili devono conformarsi al diritto internazionale, mentre la costruzione del muro è in contrasto con diverse norme di diritto internazionale.
In primo luogo la Corte ha riscontrato una violazione del divieto di annessione dei territori occupati, perché la costruzione del muro favorisce il consolidamento degli insediamenti israeliani nei territori occupati. Essa, inoltre, creando una situazione di fatto che rischia di diventare permanente, si pone in contrasto con il diritto all'autodeterminazione del popolo palestinese. Secondo la Corte, la costruzione, chiudendo e isolando città, territori e popolazione della Palestina, viola poi il diritto alla libertà di movimento e di scegliere la propria residenza, il diritto al lavoro, alla salute, all'istruzione e a un adeguato livello di vita.
Anche altre importanti regole del diritto internazionale umanitario risultano violate, come quelle che vietano, in principio, la distruzione e la confisca di beni degli abitanti dei territori occupati; la costruzione del muro, infatti, è stata realizzata mediante la confisca e la distruzione di vaste aree agricole particolarmente fertili, appartenenti a Palestinesi. Il progressivo abbandono delle terre chiuse dal muro, da parte della popolazione palestinese, e, per altro verso, il rafforzamento degli insediamenti israeliani, determinano, inoltre, un'alterazione della composizione demografica dei territori, anch'essa vietata dal diritto internazionale.
Israele – afferma la Corte – deve cessare la costruzione del muro nei territori palestinesi occupati, compresa Gerusalemme Est, e smantellare le parti già realizzate. Esso, inoltre, deve revocare le misure legislative e amministrative concernenti la costruzione del muro e l'“Area chiusa”, restituire i beni confiscati per tale costruzione e, ove ciò non sia possibile, risarcire i danni subiti da persone fisiche o giuridiche.
Quale potrà essere l'efficacia della pronuncia della Corte? Contrariamente a quanto spesso dichiarato (erroneamente) dai media, essa non ha alcuna efficacia obbligatoria; la pronuncia del 9 luglio 2004 non è, infatti, una sentenza, ma un parere consultivo, che né gli Stati (a cominciare da Israele), né la stessa Assemblea generale, che pure lo ha richiesto, hanno l'obbligo giuridico di eseguire. Sul piano politico-morale, però, ha un'indubbia autorità.
La pronuncia della Corte ha il merito di richiamare, nelle conclusioni, l'urgente necessità per l'intera Organizzazione delle Nazioni Unite di raddoppiare i propri sforzi per condurre a una rapida conclusione il complessivo conflitto Israelo-Palestinese. Il monito pressante della Corte, rivolto sia all'Assemblea generale che alle parti del conflitto, consiste nella necessità di riprendere gli sforzi per una soluzione negoziata, seguendo la traccia oggi segnata dalla Road Map (approvata dal Consiglio di sicurezza con risoluzione 1515 del 19 novembre 2003), fondata, in conformità delle numerose risoluzioni adottate dalle Nazioni Unite, sulla creazione di uno Stato palestinese, che viva “side by side” con lo Stato di Israele e i suoi vicini, soluzione che possa assicurare pace e sicurezza per tutti nella regione. Dinanzi alle continue violenze che insanguinano tale regione, provocando immani sofferenze e tante vittime innocenti, è da augurarsi che il monito della Corte sia accolto dalle Nazioni Unite e, principalmente, che Israele e l'Autorità palestinese comprendano che solo il reciproco e sincero riconoscimento del diritto inalienabile a vivere in un proprio Stato sovrano e in condizioni di sicurezza può condurre alla fine di una tragedia che si protrae da decenni e aprire la speranza su un futuro di pace e di prosperità per i loro popoli.

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