ULTIMA TESSERA

Un nobel per Korogocho

Donna e africana. Il nobel per la pace alla keniana Wangaari Maathai ha rotto molti tabù. Finalmente. Parola di una amico speciale, Alex Zanotelli.
Francesco Comina

Il premio Nobel per la Pace alla kenyana Wangaari Maathai riflette il volto di padre Alex Zanotelli. Il comboniano trentino ha contribuito, di riflesso, a rendere ragione di una grande battaglia per la giustizia, la pace e la sostenibilità ambientale. Insieme, Alex e Wangaari, hanno aperto gli occhi del Wangaari Maathai Kenya sullo “scandalo” della Del Monte, la multinazionale della frutta abituata a disseminare i campi di pesticidi e a non rispettare i diritti fondamentali sul lavoro. Insieme, Alex e Wangaari si sono battuti contro le monocolture di fiori (un'industria che in Kenya sfrutta il lavoro di 120.000 operai) lanciando in Italia la campagna di obiezione alla tradizione di regalare un fiore per San Valentino. Insieme, Alex e Wangaari hanno stimolato la ribellione dei baraccati di Nairobi per affermare il loro diritto alla terra.

Alex Zanotelli è soddisfatto? Una donna, una kenyana premio Nobel per la Pace. Un riconoscimento per il «suo» Kenya, per i «suoi» poveri e anche un po' per lui...
Wangaari è un'amica. Abbiamo lavorato insieme in diverse situazioni. Quando, nell'88, sono arrivato in Kenya Wangaari è stata una delle prime persone che ho voluto conoscere. Era già un punto di riferimento per la società civile e aveva una grinta impressionante, quella grinta che poi l'ha messa frontalmente contro il presidente Moi, promuovendo un'opposizione ferma, risoluta, durissima. Wangaari aveva fondato il movimento Green Belt proprio per sollevare il problema del rapporto fra terra e salvaguardia dell'ambiente. E in questo senso ha contribuito a far crescere il seme di un ambientalismo che si fa carico dei problemi sociali, perché povertà e inquinamento, miseria e degrado ambientale sono fortemente correlati fra loro.

Un Nobel che in qualche modo premia anche le lotte di liberazione dei baraccati di Korogocho.
Abbiamo fatto alcune battaglie comuni, ma io non c'entro. Quel Nobel premia la

La donna che piantava alberi
Wangaari Maathai è la prima donna africana a ricevere il premio Nobel per la Pace. Ecologista kenyana, Maathai ha 64 anni ed è la fondatrice del movimento Green Belt (cintura verde). Dopo aver tenuto una opposizione tenace al governo Moi, ora Maathai siede fra i seggi del governo attuale come sottosegretario per l’Ambiente e alle risorse naturali. Ha fondato Green Belt nel 1977 come risposta alle politiche di degrado urbano e ambientali che si erano perpetrate in Kenya e in tutta l’Africa con lo sviluppo della società industriale e la forte urbanizzazione della capitale Nairobi.
grinta di Wangaari Maathai. E sono molto contento che sia stata lei a riceverlo per tre motivi principali. Innanzitutto perché il Nobel è stato dato a una donna africana. Finalmente! Poi perché come donna ha saputo costruire un'opposizione tenacissima a quella che io chiamo la dittatura di Moi. Ha avuto il coraggio di resistere personalmente con tutte le sue forze. Quando Moi aveva deliberato di costruire un palazzo di sessanta piani a Nairobi, Maathai l'ha sfidato: “Prova a fare questo obbrobrio” gli ha detto e troverai la società civile di traverso. Moi era infuriato. Alla fine Maathai ha vinto. È stata una vittoria importantissima per la società civile kenyana. Il terzo motivo di soddisfazione è il fatto che finalmente viene sostenuta la lotta pacifica per l'ecologia, che è una componente della lotta più generale per la giustizia sul pianeta.

Ora Wangaari Maathai è entrata nel governo ed è viceministro per l'Ambiente. Sembra un gioco del destino. Da avversario tenace al governo Moi è passata a essere parte dell'attuale governo. Come giudica questo passaggio?
Secondo me ha sbagliato, ma ciò non toglie nulla all'importanza di questo Nobel, che rappresenta un importante riconoscimento al ruolo della società civile in Kenya e in tutta l'Africa.

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Ponti
SETTEMBRE 2019

Ponti

Quando gli angeli si accorsero che gli sventurati uomini
non potevano superare i burroni e gli abissi
per svolgere le loro attività, al di sopra di quei punti
spiegarono le loro ali e la gente cominciò a passare su di esse.
Per questo la più grande buona azione è costruire un ponte.
Ivo Andrić
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