PSICOLOGIA

Feriti nell'anima

I bambini coinvolti in conflitti armati vivono una sorta di guerra nella guerra. Che può togliere loro qualsiasi prospettiva di vita. Cosa significa lenire il dolore e restituire fiducia. Una testimonianza diretta.
Luigi Ranzato (Psicologi per i Popoli, associazione di volontariato)

Bambino I bambini non ci parlano facilmente del dolore che la guerra provoca in loro. Un dolore silenzioso, che disseca le lacrime, fissa gli occhi nell'incredulità e nello stupore, raggela il corpo e i suoi movimenti. I bambini che vivono l'esperienza della guerra sembrano, a noi adulti, perfino più buoni, più servizievoli, più maturi, più tranquilli che in periodo di pace. Una quiete apparente.
Forse per questo motivo abbiamo sottovalutato le conseguenze psicologiche che segneranno profondamente la loro personalità e condizioneranno la loro vita.

Sofferenza più crudele
Anche gli studi che a partire soprattutto dalla seconda guerra mondiale sono stati fatti sugli esiti psicopatologici che gli eventi bellici hanno prodotto sui bambini, rischiano di segregare in termini asettici il vissuto del dolore di questi bambini e ragazzi. Un utilizzo disinvolto della diagnosi di “disturbo post traumatico da stress” nota col suo acronimo inglese “PTSD” può indurci ad assimilare le reazioni dei bambini provati dagli orrori della guerra alle reazioni dei bambini affetti da disturbi mentali. Salvo casi circoscritti i bambini testimoni delle atrocità della guerra non vanno “fuor di testa”, non diventano quasi mai dei matti. La qualità della loro sofferenza è diversa, ma egualmente crudele e inquietante, perché attraversa l'intera popolazione infantile che viene colpita da una esperienza diretta della guerra.
Chi, come lo psicologo Magne Raundalen, consulente dell'UNICEF negli anni '90, ha lavorato per molti anni con i bambini della guerra, chi tra gli operatori umanitari nei Paesi Balcanici, in Rwanda, in Kosovo, ha raccolto con attenzione psicologica le loro parole attraverso il contatto, lo sguardo, i disegni, i diari, le danze e le preghiere s'è convinto che al conflitto esterno si accompagni dentro l'animo dei bambini un conflitto psicologico altrettanto e forse più grave e gravido di conseguenze. Questi bambini devono affrontare tre battaglie dal cui esito può dipendere la riuscita o il fallimento del loro progetto di vita e della loro felicità. Diamo ai campi di queste battaglie il nome di: tradimento, perdita e trauma.

Il tradimento
I genitori durante un conflitto non sono più in grado di proteggere i propri figli dai pericoli fisici. Per loro diventa impossibile anche soddisfare i bisogni primari, come quelli del cibo e del calore o garantire lo spazio e i ritmi del tempo della vita normale, come dormire, andare a scuola, giocare, esplorare il territorio. Ciò determina nei bambini la sensazione come di un “tradimento” da parte dei grandi per abbandono, impotenza o cattiveria. A questa sensazione si accompagna la progressiva perdita di fiducia. Agli occhi dei bambini i genitori perdono il loro ruolo di protettori e possono diventare perfino fonte di ulteriore paura quando si sentono essi stessi sopraffatti da un'angoscia incontrollabile. Nei più grandicelli alla sfiducia nei genitori si accompagna la sfiducia verso le persone autorevoli e importanti della comunità. Le fondamenta su cui si regge la visione del mondo dei bambini si frantumano come si sbriciolano le case e i luoghi del territorio amico e cambia aspetto il proprio Paese. La mente stessa è spaesata. Anche i riferimenti per un sano e armonioso sviluppo mentale possono smarrirsi e mai più ritrovarsi. Sarà comunque sempre più difficile la strada che porta alla costruzione della propria identità psichica di persone adulte, capaci di relazioni fiduciose, aperte ai progetti della famiglia, del lavoro, della socialità, dell'impegno civico.

La perdita
Oggi le guerre si combattono nelle città e nei villaggi coinvolgendo molte persone civili e facendo molti morti. Tra i bambini sopravvissuti molti esperimentano la “perdita” dei propri familiari e comunque degli amici e conoscenti. Molti attendono invano il ritorno dalla guerra del proprio padre, di qualche fratello maggiore, e in una struttura familiare allargata, dei parenti più stretti. Diversamente che per i lutti naturali e della quotidianità, l'elaborazione dei lutti di guerra viene congelata, rinviata senza tempo soprattutto quando non si ritrova il corpo del defunto o non si possono celebrare dignitosamente le esequie e i riti, o i bambini vengono trasferiti presso altri parenti, in istituti, o trasferiti nei campi dei rifugiati. A volte il lutto viene bloccato in attesa che il castigo si abbatta sul nemico. Il congelamento delle emozioni e dei sentimenti riduce nel bambino le potenzialità di uno sviluppo affettivo normale, lo isola dai rapporti sociali, enuclea disturbi somatici e depressivi, lo candida a impegnativi ruoli sostitutivi nell'ambito familiare, talora alimenta pulsioni distruttive di vendetta e di odio.

Trauma
L'indicibilità del dolore profondo ha trovato nel secolo XX una sua metafora nella parola “trauma” cioè “ferita” come dall'etimologia greca. Ferita dell'anima, beninteso, o “trauma psichico” nel duplice senso di causa ed effetto di un disturbo che può colpire i sopravvissuti di una guerra e naturalmente anche i bambini. Gli avvenimenti di cui sono spettatori impotenti, come le minacce alla propria vita e a quella dei propri cari, la visione di persone uccise, odori e rumori della guerra, attaccano il sistema dei sensi e sono immagazzinati nella memoria dove prendono la forma di tensione e ansietà. Come in un fiume carsico le emozioni vengono soppresse e portate nel profondo dei vissuti, ma di tratto in tratto riaffiorano alla superficie fino a divenire compagne della propria esistenza. Così gli avvenimenti passati possono ritornare improvvisamente alla memoria sotto forma di immagini, suoni, odori, spesso in maniera vivida, imprevista e non controllabile. Tali reazioni di diniego o di intrusione all'inizio sono da considerarsi come una normale azione di difesa per la sopravvivenza, ma possono nel tempo cronicizzarsi. Ciò può essere dovuto anche alla particolare crudezza degli eventi di cui i bambini sono stati spettatori (uccisione dei genitori e amici), o vittime (abusi sessuali, prostituzione) o involontari attori (bambini soldato), insieme alla mancanza di una rete protettiva da parte della famiglia e dell'ambiente comunitario. Se non verranno aiutati questi bambini sensibili al trauma psichico vedranno assottigliarsi le prospettive di riuscire nella vita, con menomazione in settori importanti della loro esistenza.

Guerra nella guerra
È dunque una sorta di guerra nella guerra che i bambini si ritrovano a vivere durante i conflitti armati, spesso da soli, senza testimoni e senza quei soccorritori che talvolta leniscono le ferite fisiche. Bisogna tuttavia ricordare che i professionisti della psicologia non hanno medicine magiche per far scomparire nei bambini le ferite psichiche della guerra, destinate a lasciare comunque una cicatrice indelebile per tutta la vita.
Con altri uomini di buona volontà, professionisti e volontari, il prendersi cura dei bambini delle guerre è innanzitutto condividere il peso del loro dolore, accompagnarne il lento lavoro del lutto per la perdita degli affetti e delle certezze, far rinascere la fiducia nelle persone e nelle autorità, ridare senso a una visione del mondo non distruttiva, trasformare la sofferenza subita in testimonianza per la pace.

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SETTEMBRE 2019

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Quando gli angeli si accorsero che gli sventurati uomini
non potevano superare i burroni e gli abissi
per svolgere le loro attività, al di sopra di quei punti
spiegarono le loro ali e la gente cominciò a passare su di esse.
Per questo la più grande buona azione è costruire un ponte.
Ivo Andrić
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