ARMAMENTI

Il nucleare dopo il nucleare

La vittoria di Bush ha anche questo effetto. Il rilancio degli investimenti nucleari. Si apre così una nuova era del riarmo. Con molti convitati.
Intervista a Manlio Dinucci a cura di Paola Natalicchio

Partiamo dalla più semplice delle domande: perché le armi nucleari sono più pericolose delle altre?
Basti pensare che gli effetti distruttivi della irradiazione termica e dell'onda d'urto di una bomba nucleare da 1 megaton (un'arma di media potenza, pari a quella di 1 milione di tonnellate di tritolo) si estendono circolarmente fino a 14 kilometri. Se a esplodere è una bomba da 20 megaton, l'area di distruzione si estende circolarmente fino a oltre 60 kilometri. A questi si aggiungono gli effetti delle radiazioni. Il maggior numero di vittime viene provocato dal fallout, ossia dalla ricaduta radioattiva. Dopo lo scoppio di una bomba da 1 megaton, le persone sono sottoposte a dosi mortali di radiazioni in un'area di circa 2.000 kilometri quadrati e a dosi pericolose in un'area di circa 10.000 kilometri quadrati.

La Guerra Fredda ha fatto della terra un vero e proprio arsenale nucleare. Quali sono i centri nevralgici di questo arsenale?
Durante la Guerra Fredda, dal 1945 al 1991, sono state fabbricate nel mondo oltre 128.000 testate nucleari: di queste, 70.000 dagli Stati Uniti, 55.000 dall'Unione Sovietica. Con l'aiuto diretto e indiretto degli Stati Uniti, prima la Gran Bretagna, poi Francia, Israele e Sudafrica si sono dotati di armi nucleari. Sono entrati nel “club nucleare”, in tempi e modi diversi, anche Cina, India e Pakistan. Si è accumulato così un arsenale nucleare che ha raggiunto i 15.000 megaton, equivalenti a oltre un milione di bombe di Hiroshima. Si è creata, per la prima volta nella storia, una forza distruttiva che può cancellare dalla faccia della Terra, non una ma più volte, la specie umana e quasi ogni altra forma di vita.

Una legittima curiosità: quanti milioni di dollari girano attorno a questa industria dell'Apocalisse?
Quali interessi girino attorno al nucleare lo dimostra un calcolo effettuato negli Stati Uniti: solo in armamenti nucleari, gli USA hanno speso, tra il 1940 e il 1996, 5.821 miliardi di dollari (al valore costante del dollaro 1996). Se tale somma fosse costituita da banconote da un dollaro e le banconote fossero legate in mazzette e queste fossero usate come mattoni, ci si potrebbe costruire un muro di dollari alto 2,7 metri che circonda la Terra all'altezza dell'equatore per 105 volte. Aggiungendo la spesa per gli armamenti nucleari dell'Unione Sovietica/Federazione Russa e degli altri Paesi, si potrebbe come minimo raddoppiare l'altezza del muro di dollari attorno alla Terra.

Dopo la Guerra Fredda ci hanno fatto credere di essere in presenza di una reale inversione di tendenza su questo punto, tanto che la minaccia nucleare è molto meno percepita di allora…
Con la fine della Guerra Fredda, il mondo si è trovato a un bivio. La decisione di quale delle due vie imboccare era principalmente nelle mani di Washington: da un lato c'era la possibilità di avviare un reale processo di disarmo, cominciando con lo stabilire, sulla falsariga della proposta di Gorbaciov, un programma finalizzato alla completa eliminazione delle armi nucleari; dall'altro, c'era la possibilità di approfittare della scomparsa della superpotenza rivale per accrescere la superiorità strategica, compresa quella nucleare, degli Stati Uniti d'America, rimasti l'unica superpotenza sulla scena mondiale. Senza un attimo di esitazione a Washington hanno imboccato la seconda via.
Man mano che gli Stati Uniti hanno accresciuto il loro vantaggio strategico sulla Russia e gli altri Paesi, i trattati sono stati sempre più svuotati di reale contenuto. Emblematico è il Trattato firmato a Mosca il 24 maggio 2002 dai presidenti Bush e Putin: esso non stabilisce alcun meccanismo di verifica, né specifica che cosa debba essere fatto delle testate nucleari tolte dalle piattaforme di lancio, lasciando ciascuna delle due parti libera di conservare le armi disattivate. Gli Stati Uniti potranno così mantenere un arsenale di 15.000 armi nucleari (equivalente come quantità a quello precedente) e continuare ad ammodernarlo con armi di nuovo tipo, confidando nel fatto che la Russia non sia in grado di fare altrettanto e sia costretta, per risparmiare, a smantellare effettivamente le testate nucleari tolte dalle rampe di lancio.

Ci farebbe un elenco delle tappe con cui, attraverso le scelte dell'amministrazione Bush, gli USA hanno dato vita a quella che il New York Times ha definito “seconda era nucleare”?
L'amministrazione Bush ha anzitutto rilanciato il progetto reaganiano dello “scudo spaziale”. È un sistema non di difesa ma di offesa: se un giorno gli Stati Uniti riuscissero a realizzarlo, sarebbero in grado di lanciare contro qualsiasi Paese (anche dotato di armi nucleari) un first strike, un primo colpo nucleare, fidando sulla capacità dello “scudo” di neutralizzare o attenuare gli effetti di una eventuale rappresaglia.
Il secondo passo è stato compiuto quando, il 1° ottobre 2002, il Comando strategico, responsabile delle forze nucleari, ha assorbito il Comando spaziale, responsabile delle operazioni militari nello spazio e nella rete computeristica. I preparativi di guerra nucleare si sono così estesi dalla terra allo spazio.
Il terzo passo è costituito dalla decisione del Pentagono di sviluppare armi nucleari penetranti di “bassa potenza”. Nella mente degli strateghi, esse sono armi “spendibili” anche in conflitti regionali: potrebbero essere usate per “decapitare” il Paese nemico, distruggendo i bunker dei centri di comando e le basi missilistiche. In tal modo, si integrano le armi nucleari nella dottrina dell'“attacco preventivo” e si cancella la linea di demarcazione tra armi nucleari e non-nucleari, accrescendo la possibilità che la guerra diventi nucleare.

E le altre potenze nucleari?
Da parte sua, la Russia sta spremendo le sue magre risorse per dotare le proprie forze nucleari di “una nuova generazione di armi strategiche” (secondo quanto annunciato da Putin nel maggio 2003). Lo stesso stanno facendo la Cina e le altre potenze nucleari. Dal pericoloso “equilibrio del terrore”, instauratosi all'epoca del confronto tra le due superpotenze, si sta così passando a un ancora più pericoloso “squilibrio del terrore”, originato dal tentativo dell'unica superpotenza, rimasta sulla scena mondiale, di accrescere il proprio vantaggio su tutti gli altri, sia nel campo degli armamenti convenzionali ad alta tecnologia, sia in quello degli armamenti nucleari. In tale situazione, in cui un piccolo gruppo di Stati pretende di mantenere l'oligopolio delle armi nucleari, in cui il possesso di armi nucleari conferisce lo status di potenza, è sempre più probabile che altri cerchino di procurarsele e prima o poi ci riescano. Oltre agli otto Paesi che già posseggono armi nucleari (l'unico a rinunciarvi è stato il Sudafrica), ve ne sono almeno altri 37 che si ritiene siano in grado di costruirle. Tra questi la Corea del nord, che probabilmente ha già acquisito tale capacità.

Note

Manlio Dinucci, saggista, collaboratore de il manifesto, è stato direttore esecutivo della sezione italiana della International Physicians for the Prevention of Nuclear War, associazione vincitrice del Premio Nobel per la Pace nel 1985. Tra i suoi ultimi libri: Il potere nucleare, Fazi Editore, 2003.

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Quando gli angeli si accorsero che gli sventurati uomini
non potevano superare i burroni e gli abissi
per svolgere le loro attività, al di sopra di quei punti
spiegarono le loro ali e la gente cominciò a passare su di esse.
Per questo la più grande buona azione è costruire un ponte.
Ivo Andrić
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    Manlio Dinucci, saggista, collaboratore de il manifesto, è stato direttore esecutivo della sezione italiana della International Physicians for the Prevention of Nuclear War, associazione vincitrice del Premio Nobel per la Pace nel 1985. Tra i suoi ultimi libri: Il potere nucleare, Fazi Editore, 2003.
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