CULTURA

I conti con lo straniero

In questo tempo siamo tutti senza fissa dimora. Stranieri senza una meta. Senza un nord da seguire. Eppure continuamente incontriamo l'altro. Il suo volto. Da questa relazione può nascere una nuova etica.
Francesco Comina

È un libro che va sfogliato con dolcezza, prendendosi il tempo di leggerlo perfino nelle note, mantenendo sempre limpida la concentrazione e il desiderio di assimilare. È appena uscito per le edizioni Cittadella e ha per titolo Evento e ospitalità. Lévinas, Derrida e la questione straniera. Lo ha scritto Sandro Tarter, filosofo bolzanino, docente di filosofia all'Istituto di Scienze religiose del capoluogo altoatesino e insegnante di religione.
In trecento pagine, scritte con il timbro della passione, Tarter si incammina sulla “traccia dell'Altro” e indaga i processi con i quali l'umanità è costretta – volente o nolente – a fare i conti con il tema – qualcuno vorrebbe dire “il problema” – dello straniero. Perché siamo tutti stranieri in questo mondo piccolo dove sempre più siamo obbligati a pensarci senza fissa dimora. “L'uomo di oggi è un uomo senza casa”, direbbe Martin Buber. E il biologo francese Jacques Monod scrisse che siamo “zingari sperduti nell'infinito spazio”; viviamo sul bordo periferico di una galassia, che è una delle migliaia che compongono un universo per la gran parte inesplorato. Detto in altri termini: siamo stranieri distesi su un orizzonte che non indica più la meta, il nord, il punto dove l'approdo è sicuro.
E dunque ecco che incombe il discorso dell'etica, che Lévinas definisce come “filosofia prima”. E l'etica è innanzitutto prossimità con il “volto dell'Altro”. “Un volto da amare, da accarezzare, da baciare” come scrisse poeticamente il grande filosofo italiano Italo Mancini (stranamente mai citato da Sandro Tarter) nel suo bel libro quanto mai evocativo: “Tornino i volti” (Marietti).
Farsi carico del volto dell'Altro: questa è la pace. Rifiuto e rigetto di quel volto (come ci testimoniano le decapitazioni di questi giorni nell'Iraq della guerra infinita e permanente di George Bush): questa è la guerra.
Tarter apre il suo libro con una analisi del tempo storico attuale divenuto un tempo “stanco”, incapace di profilarsi come progetto in divenire, ma fermo e bloccato alla sua dimensione liquida, come direbbe Zygmunt Bauman. La fine della storia si ha per autoconsunzione, non per un black out energetico. La fine della storia sarà preceduta dalla fine di questo tempo stanco per cui probabilmente nemmeno assisteremo all'implosione del cosmo nel buco nero, nell'antimateria. I sigilli si sono rotti, Auschwitz e Hiroshima sono la dimostrazione storica che l'evento è possibile, che la distruzione è una fra le tante leve piegate sul futuro, che l'uomo può tirare in qualsiasi momento.
E pure Dio è impotente. La sua potenza sta nell'impotenza, nella fragilità, nel suo “ritiro” oltre le brezze leggere del silenzio e della nostalgia. L'approssimarsi dell'Altro ci schiude il varco al totalmente Altro, il Dio che ci precede nella sua assenza. Il Dio di Bonhoeffer che svela la nostra maturità di fede in quel vivere nel mondo etsi deus non daretur, come se Dio non ci fosse.
Ecco, dunque il tema dell'ospitalità come tema “assoluto” per il nostro tempo. Lo straniero, il “culturalmente alieno” come lo chiamava Ernesto De Martino, è la rappresentazione fisica dell'alterità che rompe le nostre categorie spazio-temporali e che ci apre spazi infiniti di rappresentazione della realtà. Derrida parla di “arrivante assoluto”.
Non a caso Tarter, che recupera la tradizione ebraica attraverso i raggi dei suoi tanti scrittori e esegeti, riprende una frase molto bella di Edmond Jabés: “Entra. Questo luogo è tutto a tua disposizione. Se tu sei mio amico, entra in casa mia senza bussare alla porta. Se tu ignori chi sono, devi sapere che contavo i giorni che mancavano al tuo arrivo. Tu, fratello mio d'elezione, vulnerabile straniero”.
In un commento finale Arturo Paoli attualizza il messaggio dell'autore: “Seguendo la linea del pensiero di Lévinas, Tarter riscatta la speranza non al di là delle nuvole, ma in questo svegliarsi, nel mettersi in piedi, in questo dare ospitalità all'etica”.

Note

[[Img4348]]Sandro Tarter
Evento e ospitalità. Lévinas, Derrida e la questione straniera
Cittadella, 2004, pp. 280

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Ponti
SETTEMBRE 2019

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Quando gli angeli si accorsero che gli sventurati uomini
non potevano superare i burroni e gli abissi
per svolgere le loro attività, al di sopra di quei punti
spiegarono le loro ali e la gente cominciò a passare su di esse.
Per questo la più grande buona azione è costruire un ponte.
Ivo Andrić
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    [[Img4348]]Sandro Tarter
    Evento e ospitalità. Lévinas, Derrida e la questione straniera
    Cittadella, 2004, pp. 280
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