CONVIVIALITÀ DELLE DIFFERENZE

Gli sguardi della profezia

Leggere il senso degli eventi. Allargare lo sguardo al mondo. Immaginare il futuro possibile. Siamo orfani di una profezia che cambi la politica. E la impegni a costruire la convivialità delle differenze.
Tonio Dell’Olio

In questa fase le parole trasmigrano, col pericolo sempre incombente di una sorta di appropriazione indebita: ad esempio la parola pace, ormai multiuso, è buona per giustificare interventi militari all’estero, come anche la democrazia che viene declinata in tante eccezioni.
Impropriamente abbiamo definito la profezia come l’arte della divinazione, del futuro, della veggenza, dell’oracolo; al contrario la profezia, proprio dal punto di vista etimologico, è un “pro-femì” che significa in greco “io parlo” e “pro” per conto di, a nome di. Nel caso dei profeti biblici era un parlare per conto di Dio, svelare la parola di Dio, di più il sogno di Dio, il progetto di Dio per il resto di Israele. Per quei profeti che hanno avuto il coraggio di uno sguardo più universalistico, anche il sogno di Dio per l’umanità.
Rileggendo i profeti, anche minori, si nota che la profezia ha avuto sempre ricadute politiche, si è impastata con la quotidianità, i problemi, le storie della città, proprio perché la profezia rappresenta anche la capacità di indicarne cammini nuovi.

Non in nome di Dio ma dei poveri
Ma allora più propriamente la profezia, coniugandosi con la politica oggi, in cui abbiamo maturato una sorta di sacro valore – giustamente – della laicità, consiste nel vivere la politica con un carattere, uno stile, una prassi profetica. Non soltanto parlare in nome di Dio: sarebbe preoccupante se qualcuno dagli scranni del Parlamento si alzasse con questa pretesa o che nella società civile – che a pieno titolo ha soggettualità politica – qualcuno

La politica ai contemplattivi
Perdonate il gioco barbaro dei termini con cui si vuol dire che ogni dinamismo espresso nella prassi deve partire dalla contemplazione; è necessario che gli uomini impegnati nell’agire politico, quale che sia il loro credo religioso, siano dei contemplativi, diano spazio al silenzio e all’invocazione, non si lascino distruggere la vita dalla dimensione faccendiera, non si sperperino nella dissolvenza delle manovre di contenimento o di conquista. “Siamo all’alba del terzo millennio – scrive La Pira – e come all’alba del secondo vanno a fiorire di nuovo i mistici e gli artisti”, ecco io penso che i politici se vogliono essere onesti col mondo che intendono servire devono essere mistici e artisti nello stesso tempo. “L’immaginazione al potere”, scrivevano sui muri gli studenti della Sorbona nel ‘68. Ma qualche anno dopo Paolo VI, nella Octuagesima adevenien “forze di inventiva e capitali altrettanti ingenti come quelli impiegati negli armamenti e nelle imprese tecnologiche, per cui non un’immaginazione che mi faccia fuggire dalla realtà, che me ne faccia prendere le distanze, ma un’immaginazione contemplativa che me ne faccia cogliere, invece, l’anima”.
Il che significa che chi pratica quest’arte della politica – non dimentichiamo che la Gaudium et Spes definisce la politica come arte nobile e difficile – deve essere un artista, un uomo di genio, una persona di fantasia, disposta sempre meno alle costrizioni della logica di partito e sempre di più all’invenzione creativa che gli viene richiesta dalla irripetibilità della persona; arte, cioè programma, progetto, apprendimento, tirocinio, studio. È un delitto lasciare la politica agli avventurieri, è un sacrilegio relegarla nelle mani di incompetenti che non studiano le leggi, che non vanno in fondo ai problemi, che snobbano le fatiche metodologiche della ricerca e magari pensano di salvarsi con il buon cuore senza adoperare il buon cervello; è un tradimento pensare che l’istinto possa supplire la tecnica e che il carisma possa soppiantare le regole interne di un mestiere così complesso.

(don Tonino Bello, Sui sentieri di Isaia,
la meridiana, Molfetta, 1989)
si mettesse a parlare a nome di Dio.
Sarebbe sufficiente che qualcuno parlasse, così come pure avviene nella Bibbia, in nome della gente e in maniera particolare dei poveri. Mi piace dare un volto perché, senza magari citare teologi o filosofi, concordo con l’affermazione di Mafalda: “io amo l’umanità, io amo tutta l’umanità; è la gente che non posso vedere”. Riprendere a guardare in faccia la gente ha già un carattere profetico; allora, parlare con i poveri a nome dei poveri, scrutando i loro bisogni, ascoltando il loro grido, facendosi interpreti delle ingiustizie di cui spesso sono vittime.

I caratteri della profezia
Ma la profezia non è una dottrina, è soprattutto uno stile, si riconosce da alcuni caratteri.
Se passiamo in rassegna i profeti, minori o maggiori che siano, allora è possibile cogliere questi caratteri: la sobrietà della parola e della vita; la forza dell’indignazione; la difesa a garanzia dell’orfano, della vedova e dello straniero; spesso si tratta di una sorta di profezia padana nel senso che è la difesa dell’orfano e della vedova che abitano presso il popolo di Israele, quindi con confini certi e molto serrati; però resta sempre la difesa dello straniero che non è assolutamente un giudeo d.o.c. Quindi persino la profezia più padana, quella più chiusa nel popolo, riconosce un’attenzione da riservare allo straniero, a colui che viene a visitare, in qualunque condizione si trovi.
Ha carattere profetico l’amore per la giustizia, la denuncia dell’ipocrisia (quante pagine dei profeti sono riservate alla denuncia dell’incoerenza tra il culto e la vita), senza dubbio, l’annuncio della pace.

Lo sguardo profondo
Oggi ci sentiamo orfani di una politica che abbia questi caratteri.
Ad esempio oggi si fa fatica a indicare la filigrana degli eventi, a mantenere uno sguardo profondo, ampio e lungo. Lo sguardo profondo, una lettura puntuale della realtà, dei fenomeni, degli avvenimenti del presente: mai come oggi scienze umane, dall’antropologia alla sociologia, ci forniscono strumenti di lettura, abbondano statistiche e sondaggi, in fase analitica sappiamo tutto di questo pianeta; eppure avvertiamo l’assenza della filigrana che tiene insieme il tutto.
Don Tonino Bello descriveva questa capacità con un termine nuovo, la contemplattività, essere capaci di trascendenza, di contemplazione nell’impegno concreto, nell’azione.
Che cosa significa, allora, individuare la filigrana degli avvenimenti? Con le banconote, quando si vuole verificare la veridicità della banconota, si pone in controluce, in modo che il fascio di luce faccia cogliere la filigrana. È qui il pericolo di una politica senz’anima ed è qui l’importanza di un Dio che giudichi la tentazione del tatticismo, dell’opportunismo, della convenienza e dell’interesse personale.

Tatticismo, sguardo breve
Siamo vittime, in questo senso sì, del pensiero debole e oggi incrociamo continuamente scelte politiche non illuminate da quei raggi.
È passato circa un anno da quando l’attuale ministro degli Esteri ha annunciato in maniera ferma e solenne che il suo partito avrebbe proposto una legge per dare la possibilità di voto agli immigrati. In questo anno non si è notata una particolare determinazione politica. Indicare strade nuove non, invece, abbandonarsi alla deriva del tatticismo. Mi verrebbero da fare tanti esempi per riproporre la domanda su dove sia finita la politica alta, che sposa la profezia, non indossa né stivali, né anfibi, cammina a piedi scalzi o con i sandali del servizio; come ripeteva Giorgio La Pira: “la politica è l’esperienza religiosa più alta dopo l’unione intima con Dio”.
Uno sguardo profondo, quindi, che sappia dare un nome all’anima degli eventi, strapparli alla cronaca a volte per farli assurgere a dignità di eventi.

Lo sguardo ampio
Ma poi anche uno sguardo ampio, planetario, che significa vivere con passione questo presente. A questo proposito, rilanciare il senso dell’indignazione: dei profeti si possono dire tante cose, sono anche molto diversi tra di loro, ma tutti si arrabbiano, tutti si indignano, e non si vergognano di questo sentimento; c’è quasi una sorta di santità dell’indignazione, che nasce proprio da quella contemplattività, dall’arte del guardare profondo, intimo. L’indignazione è sentimento puro in cui, dopo essersi mosse a tenerezza, le viscere si contorcono nella rabbia; è la prima reazione dopo la rassegnazione, è anche il primo moto per sconfiggere l’indifferenza o la superficialità.
Allora anche oggi un fecondo sentimento d’indignazione significherebbe che non siamo diventati ancora impermeabili, indifferenti e che abbiamo sconfitto questa banalità, superficialità, volgarità latente eppure diffusa.

Le cifre dell’indignazione
Si pensi alle cifre della mortalità infantile (ma se ne potrebbero prendere moltissime altre) per le quali nelle aree ricche (Nord America, Europa Occidentale, Giappone, Australia) la mortalità infantile è di 4/6 nati su mille nel primo anno di vita, in America Latina raggiunge invece la quota di 30/40 bambini morti su mille, mentre nel Sud Africa si arriva a 59/62, e ancora in Africa Centrale a 60/110 su mille e nell’Africa Sud Est 80/86: ma se la politica non si occupa di questo, di cosa deve occuparsi? Se le politiche delle nostre città, ad esempio, sono concentrate nella sostituzione della lampada del viale centrale e relegano in una periferia di bilancio la cooperazione decentrata, significa allora che abbiamo perso la scala dei valori, l’ordine delle priorità, la gerarchia delle importanze. Non abbiamo più il coraggio di guardare negli occhi questi bambini, oppure ci siamo dimenticati che esistono e per questo ci rifugiamo nelle cifre e nelle statistiche, oppure ci ottundiamo il cervello con la banalità, la volgarità della televisione. E purtroppo non è l’unica situazione per la quale indignarsi.
Non pare che si siano levate voci autorevoli per condannare quanto è successo a Fallujia, non si sono ascoltate voci tuonanti, per condannare il muro della vergogna in Cisgiordania. All’indignazione deve seguire necessariamente la denuncia. Dopo aver individuato i problemi, le emergenze, il grido, è necessario riuscire a denunciare, ed è compito di tutti coloro che vogliono vivere in maniera piena e profonda l’impegno per la politica riuscire a dare un nome alle cause e ai responsabili.
Oggi questo è lavoro sicuramente molto più complesso e difficile, però mettere a nudo oggi i caratteri d’interdipendenza tra locale e globale è compito imprescindibile, senza il quale la politica diventa assolutamente disincarnata, diventa politica dei lampioni.

Uno sguardo lungo
Uno sguardo profondo, ampio, ma anche lungo, aperto alla speranza.
Se lo sguardo ampio ha soprattutto dimensione geografica, lo sguardo lungo ha dimensione storica; se il primo ha dimensione planetaria, questo invece si sporge in avanti nella storia, costruisce il futuro. Fare politica in senso profetico non è amministrare il presente, appiattirsi come notai dello status quo, ma preparare il futuro, progettare, indicare la direzione dopo averla intuita.
Proprio nel libro del profeta Isaia sentiamo ripetere il grido del passante che si alza verso la sentinella che è sul muro della città, per chiedere: “sentinella quanto resta della notte?”. A chi oggi noi possiamo rivolgere questa domanda? Chi autorevolmente, profeticamente potrebbe darci una risposta? Una politica che irride l’utopia dei grandi progetti, invece che abbracciarla, non si nutre di profezia.

Politici e l’esame della profezia
Don Tonino Bello aveva una consuetudine: incontrare gli operatori della politica, gli amministratori delle città della sua diocesi e, di anno in anno, in preparazione al Natale, rivolgere loro un discorso. Nel 1986 porse loro queste parole: “qual è lo spessore della protesta nella nostra vita politica nei confronti dell’ideologia, nei confronti del partito, nei confronti delle direttive pianificate, quale spazio ha la persona nei nostri impianti; quale rispetto abbiamo del bene comune, della sua indiscussa sovranità su tutte le altre visioni compresa anche l’affermazione e l’avanzata del proprio partito; ci rendiamo conto che i rallentamenti delle nostre città sono dovuti ai calcoli di scuderia, alla prevalenza degli interessi di parte sull’interesse della gente, alle meschine strumentalizzazioni dello scontento popolare che non può tornar comodo domani, ai nostri progetti partigiani? Chi stiamo servendo? Il bene comune o la carriera personale? Il popolo o lo stemma, il municipio o la sezione, il tricolore o la bandiera del partito? A chi facciamo pagare l’estratto conto dei nostri ritardi, la bolletta dei nostri sterili blateramenti, le cambiali purtroppo spesso rinnovate di una fiducia sistematicamente tradita? Quale rispetto abbiamo per i poveri, quanta indifferenza nutriamo per la loro rabbia impotente, quale forza d’urto sulla nostra anima si sprigiona dalle sofferenze degli ultimi, dalla disoccupazione imperante, dalla mancanza di case, dalla miseria morale in cui versa tanta gente, dal degrado e dall’avvenimento delle sterminate forme di devianza che prolificano nelle nostre comunità? E non ci dice nulla il giudizio della storia che coincide sempre col giudizio che i poveri danno di noi e siamo disposti a pagare prezzi da capogiro e a rimettere anche prestigio e carriera e poltrona e brillante avvenire pur di perseguire ad ogni costo il bene comune? E quali atteggiamenti a scredito della giustizia, quali violenze a scapito della libertà, quali subdole perfidie contro gli indifesi, quali accordi disonesti sotto traccia a vilipendio dell’onestà ci vedono protagonisti? Siamo convinti che le grandi voci, quelle autentiche, dei poveri, degli sconfitti, quelle di coloro che rimangono sempre indietro, possono essere ascoltate solo nel silenzio, nella riflessione prolungata, nello spazio contemplativo che sapremo resecare sul panno lacerato delle nostre febbrili attività?”
Don Tonino Bello, che possiamo ridefinire come il profeta della convivialità delle differenze, indica la profezia da compiere, verso la quale mettersi al servizio. E proprio in questo impegno per promuovere una cultura della convivialità delle differenze, è possibile rintracciare, ancor più oggi, il compito della profezia nella politica.

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