TEOLOGIA

Il limite di Dio

La fede è il limite di Dio. Che sceglie di agire attraverso le sue creature. Per compiere la storia. Credere significa molto più che obbedire a una religione o a una morale. Significa rendere nuove le cose. E possibile il futuro.
Carlo Molari

Il compito profetico può avvenire solo attraverso i segni storici dell’avvento del regno, cioè del suo avvicinarsi attraverso il cambiamento stesso delle comunità, che diventano così profetiche. Comunità, non tanto singoli profeti, perché man mano che la storia procede i singoli profeti non bastano più; sono necessarie comunità profetiche, che vivendo in modo nuovo, realizzando la pace in un modo inedito, mostrino l’avvicinarsi del regno, cioè la possibilità del compimento.

Credere quindi agire
Cosa significa la fede in Dio? La fede in Dio significa abbandonarsi con fiducia a una forza cui ci si apre, da cui ci si lascia investire, che contiene già la perfezione piena, ma che non può esprimersi se non in piccoli frammenti nella successione della storia.
L’atteggiamento, quindi, di fede è di fiducia piena in un bene che esiste già e che può diventare amore, verità senza limiti, ma che può solo esprimersi in piccoli frammenti in coloro che nel silenzio si mettono in ascolto, che si lasciano quindi investire dalla forza della vita e la lasciano fiorire in forme nuove di umanità.
E questo accade anche quando le premesse storiche non sembrano possibili. Qui sta il punto dell’uomo profetico: perché non è solo. La storia non procede da sola: c’è una forza che contiene ricchezze non ancora manifeste, ma che esige però spazi di accoglienza. È forte la tentazione di ridurre la fede a religione, a morale, a osservanza della legge. La legge sancisce il passato, trascrive ciò che è accaduto, ma non può aprire a ciò che ancora non è avvenuto. Non ci sono spazi per la profezia in chi si affida semplicemente al passato.

Non ciò che sarà, ma ciò che è
La profezia in questa prospettiva, allora, è l’annuncio non di ciò che sarà, ma di un avvento che si sta realizzando e di cui già i segni sono presenti attraverso il profeta stesso, attraverso le comunità stesse profetiche.
Gesù dice “chiedono dei segni, non sarà dato nessun segno se non quello di Giona”. Il segno è il semplice fatto che Giona ha accettato di fare da profeta. Anche se non voleva, ha annunciato ciò che sarebbe venuto. Ma è accaduto che la gente si è convertita prima, quindi non si è verificato ciò che lui aveva annunciato, per cui è stato sconfessato dalla sua profezia, pur vivendola ed esercitando il suo ruolo.
Questo è il compito del profeta. Non sa dire cosa accadrà in forma adeguata, eppure dovrà dire, come Gesù, “quanto a quel giorno e a quell’ora nessuno lo sa, neppure il Figlio, neppure il Profeta, quindi deve solo affidarsi al Padre”. Quale forma di giustizia sarà richiesta nei prossimi anni? Non lo sa il profeta, ma lo deve annunciare, accogliendolo e anticipandolo nella sua

Non abdicare. Comunque.
Lo studio della storia non rende molto ottimisti sulle possibilità di vedere la giustizia dettare il suo corso agli affari umani. La corruzione dei grandi si diffonde più che mai e si propaga tra i piccoli con la scusa della grandezza in meno. Purtroppo bisogna riconoscere, anche se a molti non piacerà, che un mondo governato dall’etica non ha alcuna possibilità di nascere, nemmeno nell’orizzonte più lontano dei nostri tempi storici. Ma questo significherebbe rinunciare a qualsiasi progetto politico. Ora, quale che sia il vigore della nostra denuncia delle ingiustizie del mondo, e le difficoltà che abbiamo riconosciuto per portarvi rimedio, esse non giustificano l’abdicazione.

(S. Latouche, Giustizia senza limiti. La sfida dell’etica in un’economia globalizzata, Bollati Boringhieri, Torino, 2003)
vita. Quale capacità di dialogo, condivisione, convivialità dovranno fiorire nei prossimi anni? Il profeta non lo sa, ma deve costituire un ambito perché questo fiorisca e diventi segno per il cammino di tutti. Per questo è necessaria una comunità, oggi, e non basta una singola persona.
Quindi la condizione necessaria perché questo accada, è che ci siano degli spazi accoglienti. Non è sufficiente l’azione di Dio; questa è la conclusione molto chiara di chi ha fede: Dio non è onnipotente nella storia, perché legato al limite della sua creatura, alla sua capacità di azione; per questo la fede è assolutamente necessaria perché l’azione di Dio si esprima nel tempo. La fede delle creature segna il limite dell’azione di Dio.

La fede, limite di Dio
La parola di Gesù è molto significativa: ai due ciechi che gli chiedono di guarire, Gesù non risponde, prosegue, entra in casa, ma quando i ciechi lo inseguono nella casa, dice: “Ma voi pensate che io possa fare quello che mi chiedete?”; loro “sì”, “allora sia fatto secondo quello che voi credete, io non posso far altro che quello che voi credete che io possa fare”. Questo è realmente l’atteggiamento del profeta, dà fiducia all’azione della vita, alla forza di Dio, sa che laddove c’è una fede il nuovo può fiorire, dove c’è l’accoglienza, la novità può sorgere.
Anche tra credenti si pensa che l’azione di Dio operi al di fuori delle creature, per realizzare ciò che noi chiediamo. È impensabile: se questo fosse possibile, ci sarebbero le morti, le violenze, i peccati, le guerre? L’azione di Dio è limitata nella storia, Dio non è onnipotente nella storia, nella creazione. Deve essere affermato con chiarezza, perché rivela la responsabilità che noi abbiamo nei confronti della storia. Anche pregare, in questo senso, non vuol dire sollecitare la forza della vita e l’energia che realizza ciò che ci serve; pregare vuol dire esercitarsi alla sintonia con l’azione e con la forza della vita, per consentire che qualche frammento di novità possa esprimersi in questo piccolo spazio del nostro presente. Il senso della preghiera e, quindi, è mettersi nella stessa lunghezza d’onda dell’azione di Dio perché il nuovo possa fiorire nel limite della nostra fede.

La fede come responsabilità
Il ricorso a Dio, anche per chi afferma “solo un dio può salvarci”, non prescinde dall’azione della creatura, ma la suppone, la suscita. Non è un rinunciare alla responsabilità ma assumerla, perché l’azione della vita o diventa azione della creatura o non esiste. Non c’è, resta trascendente, resta in Dio ma non diventa forza creata e quindi non diventa novità di vita. Ne consegue quindi una grande responsabilità storica, che è la ragione dell’impegno politico del credente e quindi delle comunità cristiane. Allora, in questo senso è bene liberarci da una difficoltà che lo stesso Cacciari pone riportando l’espressione di Paolo: “Politeuma in … novis” (Fil 3, 20), cioè la patria dei cieli: “Il regno è già, ha già vinto e giudicato la storia; come dunque – domanda Cacciari – risiedere ancora qui sulla terra? Come non abbandonarla? Concedendole il corpo soltanto?” Non c’è dubbio che questo costituisca la seduzione diabolica per eccellenza della cristianità e lo è stato nel tempo. “Come affermare – prosegue Cacciari – che il mondo è ancora disputato tra Dio e il Diavolo e che, di conseguenza, la forma politica è provvidenziale per contenere la traboccante forza del male, proteggere quasi quel resto di fede e di speranza che insiste nell’attesa?”

Restare per abitare il regno
“Il Profeta, perciò – dice Cacciari ancora – esige contro ogni speranza che il popolo sia capace di impegno completo, di fedeltà, che non si nasconda di fronte il suo essere responsabile e cioè al suo essere ontologicamente reus”. Più volte è capitato nella storia che il re e il popolo si siano trovati solidali nel cacciare il profeta, nell’ucciderne la voce. Accade quando la fede viene meno. Eppure, la risposta non è abbandonare lo spazio, la patria non è ancora abitata per noi, ma agognata, il cammino per giungervi è tracciato solo nella storia, perché dobbiamo diventare. Abitare il regno, quindi, non è conquistare uno spazio, ma è diventare figli, acquistare, quindi, l’identità personale abitando la storia, intessendo relazioni nella giustizia, costruendo la pace. Solo così si diventa giustificati, resi giusti dall’azione di Dio, abitati dalla pace, trasparenti alla vita, cittadini del Regno.

In cerca di uomini nuovi
La prima funzione del profeta è pedagogica: senza uomini nuovi non c’è futuro, la consapevolezza che i criteri del passato, anche quelli che hanno funzionato bene in un certo periodo, non sono più sufficienti perché la stagione umana è nuova e la profezia deve sollecitarla. Il profeta, i profeti, le comunità profetiche devono costantemente denunciare l’insufficienza dei modelli passati. Gesù parlava di otri nuovi per vino nuovo, di abiti stracciati che non possono essere accomodati con toppe nuove.
La seconda funzione è la denuncia dell’insufficienza dei principi etici sui quali si fonda la società alla quale apparteniamo. Gesù diceva “non chi ripete “Signore, Signore” entrerà nel regno dei cieli, ma chi fa la volontà del Padre mio che è nei cieli”. A chi elenca solo i frutti dell’azione centrata sul proprio interesse, Gesù risponde “non vi ho mai conosciuti, operatori di iniquità”. Eppure compiono miracoli, cose straordinarie, ma tutte centrate sul proprio progetto, senza atteggiamento di fede.

Denunciare gli inganni
La terza funzione è smascherare l’illusione di una giustizia migliore assicurata dall’illimitata espansione di un sistema economico gestito secondo i criteri dell’interesse privato. L’inganno, cioè, della salvezza piena realizzabile con il benessere economico attuato sulle spalle degli altri, dalla bellezza ostentata a dispetto altrui, dal piacere ricercato con tutti i mezzi, dall’arroganza della propria superiorità. La via dell’esteriorità non conduce alla pienezza, ma al vuoto; non alla maturità, ma fa restare nella fase dell’infanzia. Gesù parlava della casa costruita sulla sabbia: cadde la pioggia, strariparono i fiumi, soffiarono i venti e la sua rovina fu grande, mentre la casa costruita sulla roccia non cadde.
La quarta funzione è promuovere un’alleanza culturale, planetaria, imperniata non sulla stessa fede, ma sulle acquisizioni ideali del pensiero attuale perché ci sono delle ricchezze straordinarie: la funzione positiva degli ultimi come criterio delle scelte comuni; l’autolimitazione nell’accumulo dei beni; la pace non solo come fine ma anche come metodo e quindi la nonviolenza come stile assoluto di vita personale e dei rapporti tra i popoli; la dinamica del dono e della gratuità, garanzia di benessere spirituale. Gesù diceva: “Vi è più gioia nel dare che nel ricevere; chi avrà trovato la sua vita, la perderà, chi avrà perduto la sua vita la può ritrovare”. Il Vangelo delle beatitudini viene oggi tradotto in versioni laiche o secolarizzate che stanno fiorendo proprio nelle università, nelle comunità di volontariato e lungo le strade, ecco questa alleanza planetaria può realizzarsi e diventare uno spazio della profezia.

Profeta nella politica
Il profeta dei nostri giorni, a differenza degli antichi, non diffonde paura – c’è ne già tanta – ma proclama la gioia possibile dell’incontro con Dio; non minaccia castighi, come spesso i profeti antichi facevano, ma esercita misericordia; non proclama la fine dei tempi, ma proclama nuovi inizi. Hannah Arendt diceva: “Il potere non è la potenza, non è la forma dominativa, è l’esercizio di quella energia che nasce dalla cooperazione”. Questo è l’annuncio che il profeta oggi deve fare nell’ambito della politica.

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