FILOSOFIA

Agonia di un trattino

L’utopia è progetto. La profezia imprevedibilità. L’una nega l’altra. In un conflitto irriducibile. Cosa resta della politica moderna quando cessa la sua lotta con la profezia.
Massimo Cacciari

La ricca fenomenologia che riguarda la funzione che oggi potrebbe rivestire una parola profetica, corre il rischio di farci offuscare l’essenza del termine. E, dunque, poiché l’energia di una cosa, come dicevano i romani, sta nella sua origine, se non vediamo bene l’origine perdiamo anche la potenza del termine.
Spesso si confondono tanti termini all’interno di Profezia, che riguardano progetti politici, attività filantropiche, utopie.

La funzione dell’utopia
Il profeta è essenzialmente antiutopico. Cos’è l’utopia? È prefigurazione, perciò si accompagna inestricabilmente alla forma dello Stato moderno, al pensiero politico moderno e contemporaneo, quindi ha una funzione positiva. Cerca di indicare, talvolta con un genere letterario che forse può apparire favolistico, come sia politico il progetto che l’utopia esprime, a partire da Tommaso Moro, Bacone ecc. È prefigurazione di una realtà che si può raggiungere attraverso mezzi che sono in nostro potere. L’essenza dell’utopia è il nostro futuro passato, fare del futuro una figura del passato, averlo qui e ora, scontarlo, riuscire a calcolarlo con i mezzi razionali, di calcolo tecnico-scientifici che attualmente possediamo. Questa è la quintessenza della utopia.

Profezia versus utopia
In questo senso la profezia è l’assoluta negazione dell’utopia; non si possono confondere in nessun modo, a meno di non fare colossali pasticci, perché l’essenza dello spirito profetico non sta nell’indicare: “adesso ti dico come

Verso l’impossibile
Il politico “è un momento essenziale dell’itinerario dell’anima all’impossibile, quel momento in cui essa riconosce di non potersi soddisfare nel possesso di alcun regno, di non potersi liberare attraverso la reciprocità dello scambio, la garanzia e l’ordine della legge”.

(M. Cacciari, Della cosa ultima,
Adelphi, Milano, 2004)
tu Davide o tu Salomone potreste riarrangiare meglio il regno”, “fa questa riforma elettorale o del Welfare”. Non c’entra niente la profezia con tutto questo! La profezia salva l’imprevedibilità, è l’opposto del pre-vedere, è la testimonianza dell’imprevedibile. Per il profeta è massima idolatria che un politico, qualunque esso sia, possa pretendere di pre-figurare il futuro. Tu politico devi restare aperto all’imprevedibilità del futuro, alla novitas, non puoi pensare di costruirlo con i tuoi calcoli, i tuoi strumenti, i tuoi mezzi.

Un rapporto agonico
E allora, da questo punto di vista, il rapporto del profeta con il politico è agonico. Quando diciamo “Politica e Profezia”, quella “e” non può essere intesa come un trattino (centro-sinistra), è qualcosa che tiene insieme e nello stesso tempo decide. È agonico il rapporto. Il Profeta è colui che costantemente è chiamato a tenere aperta la dura cervice del popolo a cui si rivolge. Profeta vuol dire essenzialmente parlare davanti a te, a nome certo, non con la voce mia, io non parlo per me, e per questo non posso prefigurare ciò che avverrà sulla base delle mie forze. L’escaton non è domani o dopodomani; certo non profetizza la fine dei tempi dopodomani.
Il domani – come ci ha spiegato una volta per tutte Benjamin – l’escaton del profeta, è questo istante. Ogni istante è l’escaton per il profeta, perché in ogni istante può irrompere la decisione che non sta a noi assumere, che non potremo mai scontare all’interno dei nostri sistemi di calcolo, della nostra razionalità. Proprio perché il profeta sostanzialmente testimonia questo e denuncia come idolatrica ogni sistemazione, volontà, pretesa del potere di prefigurare il futuro e di indicare come lo raggiungerai, quale Gerusalemme celeste costruirai nel futuro. Ma nello stesso tempo il profeta è realista, sa perfettamente che il politico questa pretesa la avanzerà sempre, anche se si chiama Salomone, Davide, perché è nell’essenza del politico questa istanza idolatrica di prefigurazione, fissare la propria dimora qui, possedere, costituire un regno. È nell’essenza del politico e il profeta lo sa benissimo, ma è chiamato anche quando non vuole – e quasi sempre i profeti non vogliono, ma sono costretti dalla voce che sentono – a mantenere malgrado tutto, disperatamente, aperta la dura cervice dei propri concittadini alla novitas, alla idea dell’escaton, dell’ultimo, che non è dopodomani – come nel Vangelo viene ricordato – ma è ogni istante, è semplicemente la possibilità immanente in ogni istante.

Voglia di re, silenzio dei profeti
I profeti nella Bibbia fanno di tutto per dissuadere il popolo dal costituire la regalità. Il primo libro di Samuele, al capitolo otto, racconta che questo popolo di dura cervice vuole un re, per essere come gli altri popoli; dice il popolo: “saremo anche noi come tutti gli altri popoli, cioè avremo un re”. Il

Politica senza profezia
Il politico assicura ma in-futura anche; può in-futurare senza provocazione profetica? Può essere capace da solo, il politico? Non è forse concepibile il suo movimento come un continuo cercare di rispondere all’affermazione profetica sulla impossibilità del regno?

(M. Cacciari, Della cosa ultima,
Adelphi, Milano, 2004)
profeta li avvisa: “guardate che il re avrà queste pretese”, ma loro non vogliono sentire. Assoluto realismo e bisogna pensare ai grandi disincantati del cinquecento per trovare una simile descrizione della naturale servitù di ognuno di noi: “vogliamo un re, non possiamo fare a meno di un re, non possiamo essere liberi”. Il vulnus della nostra natura si esprime nel modo migliore nella Bibbia con l’istituzione della regalità. Ma nello stesso tempo il profeta non è un ribelle. Egli sa perfettamente che la costituzione della regalità non solo è voluta dal popolo, ma, essendo di dura cervice, è bene che sia tenuto in qualche modo, anche politicamente. E allora spes contra spem tenta di tenere aperto all’ascolto dell’im-prevedibile, dell’in-visibile, dell’im-possibile. Questa è l’essenziale funzione anti-idolatrica della parola profetica.

Profeti non santi
Una parola sradicante, che crea insicurezza. Perché il popolo quasi sempre lo respinge e non lo ascolta? Perché è in conflitto costantemente con il potere regale, con i massimi re di Israele, che sempre la Bibbia denuncia come peccatori? Dante mette in paradiso Salomone stesso, ma in quanto esponente della prudenza regale, non certo come santo. I re sono per niente santi, e neanche il profeta lo è. Tommaso lo spiega benissimo: una cosa è la santità e una cosa è la profezia; la profezia è un dono che ti viene da Dio, senti quella voce e devi ripeterla; la santità è fatica, esercizio, preghiera. Profeti si è, santi si diventa.
Il profeta svolge una funzione di sradicamento della pretesa costante del politico di dire: “questa è la mia terra, questa terra è mia, qui comando io”. Immaginate un politico che non faccia così? Nomos: “questo è il mio pascolo, qua c’è la mia legge e te la spartisco io, è qua”. “No – dice il profeta – non è vero! Tu devi andare! Esodo, esodo! Liberati! Nessuna finitezza ti potrà avere! Tu non sei fatto per stare in questi orizzonti finiti, tu sei libero, perché devi essere a immagine del tuo Dio in quanto libero, perfettamente libero, infinito”. Il profeta, non ti fa il programmino politico, non ti fa il progettino, e quindi è costantemente e necessariamente in conflitto, in polemos, con il politico.

La contraddizione della politica
Ma è concepibile politica senza questa contraddizione? Questo è il punto, cioè la domanda non va posta come: “è concepibile una politica che non sia dotata

La porticina del Messia
È certo che il tempo non era appreso dagli indovini, che cercavano di estrarne ciò che si cela nel suo grembo, come omogeneo né come vuoto. Chi tenga presente questo, può forse giungere a farsi un’idea del modo in cui il passato era appreso nella memoria: e cioè nello stesso. È noto che agli ebrei era vietato investigare il futuro. La thorà e la preghiera li istruiscono invece nella memoria. Ciò li liberava dal fascino del futuro, a cui soggiacciono quelli che cercano informazioni presso gli indovini. Ma non per questo il futuro divento per gli ebrei un tempo omogeneo e vuoto. Poiché ogni secondo, in esso, era la piccola porta da cui poteva entrare il Messia.

(W. Benjamin, Angelus novus,
Einaudi, Torino, 1962)
di spirito profetico?”. Così la domanda è posta male perché il politico è l’antagonista del profeta, Gesù Cristo lo sapeva così bene che diceva: “Bada che il mio regno non è di questo mondo”. “In modo che non ci siano equivoci, comprendiamoci bene, non sono precisamente proprio quel Messia che aspettavate”. Avvengono disastri quando i politici vogliono fare i profeti! La domanda esatta è: “Cosa resta della politica quando non è aggredita dal profeta? Quando non c’è più chi denuncia la naturale servitù, quando non c’è più chi chiama, reclama il nostro liberarci da questa servitù, quando non c’è più nessuna voce di esodo: cosa diventa il politico?”. Perché attenzione: il politico stesso è contraddittorio, è centaurico. Da un lato certamente è assicurazione e sicurezza: “questa è la mia terra, la vostra terra; se mi obbedite in questa terra starete tranquilli e sicuri, darò a ognuno il suo pascolo e vi porterò al pascolo”. Come nel Politico di Platone, il padre degli dei (Cronos) conduceva al pascolo. La promessa più alta. Per il profeta, il politico che assicura e fa felici nel pascolo è il colmo dell’idolatria, a quel punto ci ottura le orecchie con la voce che dice: “Abramo vai, esci dalla casa del padre, parti!”.
Anche la grande politica, quella moderna e contemporanea, ha promesso sicurezza, pax augusta, pace: “questa è l’ultima guerra, non ci saranno più guerre dopo questa”, ritornello vecchio come il mondo. Ma, dall’altra parte, inquieta costantemente: avete mai visto una grande politica che non sia indicazione di un fine, “raggiungiamo quel fine a tutti i costi, ad ogni prezzo attraverso tutti i sacrifici”.

La riserva escatologica
Quindi il politico è doppio: c’è la parte rassicurante e la parte perturbante, sempre. In qualche modo questa duplicità del politico non può essere compresa senza la voce profetica o almeno la memoria della voce profetica, quella che io chiamo la formidabile riserva escatologica della profezia su ogni regime politico. Anche quando il profeta non c’è più, questa memoria della riserva escatologica della profezia continua su ogni regime politico. Questa memoria continua nell’Europa e nella cristianità, basti pensare ad Agostino, alle due città: che cosa è la città di Dio pellegrinante qui e ora accanto alla città dell’uomo, se non una riserva escatologica permanentemente espressa nei confronti della città dell’uomo? Nella costituzione della città – della civitas cristiana europea – suona questa riserva escatologica. Ma quando questo timbro cessa, cosa ne è del politico? È concepibile il politico senza contraddizioni, senza conflitto? Lo diceva Hegel: “la lotta è cessata, amici!”. Di fine della storia e di morte di Dio si parla ormai nei mercati, nei telegiornali. Hegel ripeteva: “attenzione, è nella storia e nel destino della cristianità questo esito, la cristianità nasce dicendo ‘non ci sono più profeti’”. Il profeta rinasce ma nel contesto islamico.

Fine della profezia
Non occorre nemmeno l’Apocalisse, che parla del Cristo, dell’Agnello, che è e che pone fine, e annuncia: “la lotta è cessata, tutto è chiarito, disvelato, non c’è più mistero in Dio, non c’è più nulla di ignoto, ineffabile, imprevedibile”. Anche Hegel affermava: “Non c’è più nulla di imprevedibile, vi dico tutto io, abbiate pazienza di leggermi e capirete”. Ma aggiungeva: “bada a quello che ti dice l’annuncio, che non ci sono più profeti, i testimoni dell’imprevedibile”. Perché questa è l’essenza della profezia: tenere desti, aperti, vigili, perché ogni istante può essere l’ultimo. Dunque, dice Hegel: “Se il nuovo patto consiste nell’affermazione che non ci possono essere profeti, che il tempo delle profezie è chiuso, allora maturiamo e comprendiamo radicalmente queste affermazioni in chiave teologica, e dopo filosofica, e dopo ancora teosofica”. Allora cosa significa la fine della storia? Significa che la lotta tra profezia e politica è cessata.

Cosa resta della politica
Rimane il politico, certo non a livello statale e nazionale – come era già per Kant o per Hegel in termini completamente diversi – ma globale, rimane il mondo sistema. Allora il problema non è se ci siano o no profeti. Non lo so e tutta la teologia è concorde nel dire che non è possibile distinguere il falso profeta dal vero. Savonarola, che aveva dubbi su se stesso, diceva che forse la differenza è che il vero profeta prega, prega, prega. Però si può affermare che l’ascolto della profezia è diventato impossibile: quando crediamo di ascoltare la voce della profezia, stiamo ascoltando la voce del progetto, dell’utopia, della filantropia. Cose egregie e nobilissime, ma che con la profezia non hanno nulla a che fare.
La politica senza la contraddizione, immanente in sé, della voce profetica diventa sistema mondo, e filosoficamente (perché tutto ciò che è stato fatto e pensato in Europa – ne sono sempre più convinto – è pura filosofia, dall’automobile al frigorifero alla fenomenologia di Hegel) è quello che i filosofi hanno detto: il destino, la storia dell’Europa e Cristianità sta nel compiere, in-verare il politico, eliminando la voce propriamente profetica.

Il fine della politica, liberarsi della profezia
Questa è, a mio avviso, l’istanza profonda di tutta la filosofia moderna e contemporanea.
È vero che il politico moderno e contemporaneo vive e spiega la forza costituente, propositiva, produttiva della contraddizione; ma nello stesso tempo – Machiavelli docet – la profezia è relegata al momento della formazione del popolo.
Per Machiavelli non è concepibile la formazione di un popolo senza voce profetica. Una volta formato il popolo, costituito il popolo Stato, lì la direzione fondamentale del politico moderno è giungere a una visione che permetta di concepire il superamento della contraddizione e, con ciò stesso, il superamento della voce profetica.
Per il politico, la contraddizione è strumento, mezzo, passaggio, mentre per il profeta la contraddizione nel politico è assolutamente essenziale, necessaria, non è un momento, perché il politico sarà sempre quella cosa lì, regime dopo regime, cambierà ma l’istanza idolatrica al suo interno è immanente.
Se la contraddizione è costituente, produttiva ma come mezzo per realizzarne il superamento, la voce profetica è per me qualcosa che deve essere superato, sono per la sua morte. Così l’ha concepita il politico contemporaneo, che cessa di essere politico, appunto perché si è realizzato, trasformato, proprio attraverso il polemus con la voce profetica.

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