CARCERE

Vite a perdere

Luogo in cui scaricare i problemi che non si riescono a risolvere. Che non si vogliono risolvere. Le carceri devono separare. Non recuperare. Reprimere non prevenire. Viaggio nell’abisso dell’umanità. La nostra.
Cristina Tajani

Per misurare lo stato di salute delle politiche d’inclusione nel nostro Paese basta fare un viaggio nella “dimensione carcere”, per eccellenza riservata all’esclusione e alla separatezza. Infatti, specie nel tempo di Guantanamo e Abu Ghrai, la civiltà di una cultura si può ben misurare dal trattamento riservato ai reclusi.

Scaricare problemi nel carcere
Basta dare un’occhiata ai dati, ci suggerisce Corrado Mandreoli che da decenni si occupa del tema per la Cgil di Milano, per capire che le carceri sono uno specchio rovesciato di problemi irrisolti. Con una sorta di enorme rimozione sociale, non vogliamo prendere coscienza del fatto che in carcere finiscono, in percentuale maggioritaria, quei soggetti che non sono presi in carico da un welfare adeguato e trovano nel regime carcerario la sola risposta al proprio disagio.
L’Italia, con i suoi 93 detenuti ogni 10.000 abitanti, è il terzo Paese europeo per tasso di detenzione. Ad aprire la non lusinghiera classifica sono Inghilterra e Spagna, rispettivamente con 124 e 114 detenuti ogni 10.000 abitanti. A chiuderla Danimarca e Finlandia (61 e 52 detenuti su 10.000 abitanti), Paesi in cui le politiche della pena sono da decenni fortemente orientate sui percorsi alternativi al carcere.

I numeri del disagio penitenziario
La popolazione carceraria italiana ammonta nel 2004 a 55.392 unità a fronte di una capienza regolamentare degli istituti di 41.809 posti (sovraffollamento pari al 132,4%). I detenuti stranieri al giugno 2004 sono 17.783, pari a circa il 31% dell’intera popolazione carceraria. I detenuti tossicodipendenti sono il 25,7% del totale. In aumento il tasso di suicidio (11,2 ogni 10.000 detenuti) la cui concentrazione è maggiore (62%) tra i detenuti in attesa di giudizio. I più a rischio sono i giovani: nella fascia tra i 18 e i 24 anni i suicidi sono 50 volte superiori che tra la popolazione non reclusa.

Fonte: Rapporto sui diritti globali 2004
Secondo una recentissima pubblicazione del Gruppo Abele, le carceri sono diventate una specie di sovraffollato deposito di “vite a perdere”, in particolare di immigrati e tossicodipendenti che compongono circa il 60% della popolazione carceraria italiana. Nella sola Lombardia nel primo semestre del 2004 sono entrate 8.669 persone, nel 53,34% dei casi straniere. Sempre in Lombardia, alla fine del 2003, sugli 8.475 detenuti presenti, ben 3.641 lo erano per violazione della legge sulle droghe, e la situazione è destinata a peggiorare dopo l’entrata in vigore della legge Fini che inasprisce le pene anche per i consumatori delle cosiddette “droghe leggere”.

Più soldi per meno carceri
Chi entra in carcere è un emarginato, chi ne esce è emarginato due volte. Una ricerca svolta da “Ristretti” (http://www.ristretti.it) nel carcere di Padova rileva che un detenuto su quattro non ha una casa dove andare al termine della pena e sempre un detenuto ogni quattro ha vissuto un periodo della propria vita in strada.
Alla fotografia della condizione di disagio carcerario bisogna aggiungere il dato dell’ormai cronico sovraffollamento degli istituti penitenziari. La capienza regolamentare dei 202 istituti di pena è di 41.809 posti. Nei primi mesi del 2004 le persone detenute erano 55.392, con uno scarto tra presenze effettive e posti disponibili di 13.583 individui in “sovrannumero” e una conseguente sovrautilizzazione delle strutture pari al 132,4% della capacità effettiva.
Ma qual è la risposta al sovraffollamento che rende ancora più difficile e disumana la condizione carceraria? Secondo Corrado Mandreoli è sbagliato levare l’indice contro i tagli ai finanziamenti destinati agli istituti di pena. Il problema, infatti, non è spendere più soldi per costruire più carceri, ma piuttosto è spendere meno soldi per avere meno carceri e liberare risorse per investire in percorsi alternativi alla detenzione. L’investimento deve avvenire prima del carcere, per amplificare e sostenere la rete del welfare preventivo. Sul tema del finanziamento delle politiche della pena, infatti, si produce un paradosso.

Tagliare la prevenzione
I tagli di spesa degli ultimi anni sono stati assolutamente selettivi: si è tagliato sul personale educativo, sui percorsi riabilitativi come l’inserimento lavorativo dei detenuti in ambiente esterno all’amministrazione carceraria. Si è tagliato sul servizio sanitario e farmaceutico, che è passato dai 105 milioni di euro del 2001 ai 75 milioni di euro previsti per il 2004, ma non si è tagliato allo stesso modo sul personale di sorveglianza e sulle procedure di sicurezza interna. Eppure non si può certo dire che la soluzione detentiva sia una soluzione a basso costo. Un detenuto in regime carcerario costa allo Stato sensibilmente di più di un detenuto che usufruisca di regimi alternativi al carcere. E allora non si tratta di un mero ragionamento contabile che suggerirebbe di scommettere su percorsi riabilitativi esterni alle strutture penitenziarie, ma di un preciso orientamento di politiche della pena volte a fare del carcere un luogo di “espiazione” e di repressione che esclude percorsi di reinserimento: una vera e propria discarica sociale.

Dopo il carcere, l’esclusione
E non è un caso che a livello locale, laddove lo scontro ideologico sulla questione carcere è meno accentuato, si riescano a implementare provvedimenti (come l’affidamento alle ASL e non all’Amministrazione carceraria della cura dei detenuti, cosa già prevista dalla mai applicata Riforma Bindi) che a livello nazionale sono oggetto di campagne d’opinione del tutto ideologiche.
Ma i pur importanti esperimenti a livello locale non bastano. Se si pensa ai soli percorsi di inserimento lavorativo dei detenuti si rileva come, nonostante l’entrata in vigore della legge Smuraglia renda significativamente più conveniente per le aziende assumere lavoratori detenuti, i soli incentivi economici non bastano se manca una rete di servizi pubblici in grado di promuovere l’occupazione carceraria esterna. E infatti dei 13.953 detenuti lavoranti nel 2004 (pari ad appena il 24,2% del totale) solo 2.432 erano avviati presso attività esterne, mentre 11.198 risultavano dipendenti dell’amministrazione carceraria. Su questo dato non è ininfluente il disinvestimento in servizi pubblici e di welfare che si facciano carico dell’inserimento lavorativo dei detenuti. Le pur importanti esperienze in questa direzione, infatti, sono perlopiù promosse dal mondo dell’associazionismo sindacale, sociale e del volontariato.

Affettività negata
Ma il reinserimento del detenuto nella libertà non può guardare alla sola attività di formazione e di lavoro. L’aspetto dell’affettività, spesso trascurato dagli stessi operatori sociali che lavorano sul carcere, è altrettanto importante rispetto agli aspetti educativi. L’alternativa all’affettività, sostiene Mandreoli, è la violenza, come dimostrano i frequenti abusi all’interno delle carceri. D’altro canto parliamo di soggetti che già scontano una restrizione notevole, quella della libertà, e non si vede perché gli debba essere negata anche qualunque relazione affettiva con i propri cari. Purtroppo, contrariamente a quanto avviene in altri Paesi europei, l’Italia è ben lontana da immaginare luoghi di detenzione provvisti di spazi per l’affettività. Chi lavora in carcere sa che la privazione affettiva che i detenuti lamentano con più frequenza e con maggior dolore è la relazione con i figli, ancor prima e più tragicamente della relazione con le/i propri partner. Il legame tra genitori e figli è, peraltro, un elemento delicato nel meccanismo di riproduzione sociale della marginalità. Il 30% dei figli di detenuti, infatti, finisce in carcere a propria volta. Si tratta di una coazione a ripetere, che si configura come una vera e propria vendetta sociale, che potrebbe essere infranta attraverso un investimento sociale in adeguate politiche di welfare.

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