PAROLA A RISCHIO

La tenerezza di un Dio geloso

Assolutamente attuale, il profeta Osea,
ci insegna una fede che rifiuta ogni tipo di prostituzione.
Tonio Dell'Olio

Non è un modo di dire o un artificio letterario. Davvero faccio fatica a immaginare Osea come un profeta di un’altra epoca, di un tempo così lontano dal nostro. La sua esperienza umana, politica, religiosa, esistenziale è talmente attaccata alla pelle dei nostri giorni da doverlo considerare un contemporaneo, un vicino di casa del nostro tempo. Persino le pieghe dei suoi discorsi profumano o soffrono delle contraddizioni e delle analisi che pensiamo come conquista dei nostri percorsi spirituali e delle nostre speculazioni di pensiero. I tempi di Osea furono tempi duri di guerre e di sangue, di lutti e di incertezze. Tempi di paure in cui è facile rivolgere attenzione, anima, cuore e cervello alle soluzioni illusorie dei maghi d’ogni genere. Di cartomanti e fattucchiere teleproposte pronte a carpire la buona fede dei semplici quando non a circuire l’ignoranza di tanti, abili nel rovistare nei luoghi comuni che già abitano l’animo dell’avventore, esperte nella dialettica che persuade, intontisce, ipnotizza la ragione. Ma ben altri illusionisti si aggirano, ieri come oggi, anche nel panorama politico e, Dio non voglia!, religioso. Si tratta di quelli pronti a tirar fuori dalle proprie tasche la panacea per curare l’insicurezza che fluisce copiosa tra la gente, invincibili a rispondere alle paure di chi non sa più in chi riporre fiducia. Ai tempi di Osea nessuno osava dichiarare ufficialmente di non riconoscere più Yahvè. Magari di sabato affollavano la sinagoga. Malgrado ciò, era a Baal che ci si rivolgeva per ogni esigenza dell’agricoltura. Era l’idolo pagano appreso dai popoli vicini che concedeva il pane e l’acqua, la lana e il lino, il vino e l’olio (Osea 2, 7). Ed era a Baal che l’israelita rendeva grazie quando otteneva quei beni. Pochi profeti come Osea sviluppano una critica tanto acuta verso il culto idolatrico, verso l’adorazione del vitello d’oro, verso un culto superficiale in cui si immagina il Dio della vita lontano dalla vita e Colui che ascolta il grido di Israele, indifferente al suo popolo. Nello stesso tempo Osea se la prende con l’ingiustizia e il sangue causati dal malgoverno della monarchia succeduta ai trent’anni di prosperità di Geroboamo II. Arriva a criticarne le scelte di politica internazionale fino a leggere come una prostituzione della dignità d’Israele le alleanze geo-strategiche con Assiria ed Egitto. La colpa che egli imputa è sempre la stessa. Tanto è idolatra il popolo che adora Baal, quanto i re che si consacrano alle potenze dell’epoca nella regione mediorientale. Le sue invettive giungono al punto da leggere la monarchia come un frutto della collera di Dio. “Se io distruggo, Israele, chi ti aiuterà? Dov’è il tuo re per salvarti? I giudici delle tue città? Tu me li hai chiesti: ‘Dammi re e principi’. Irato ti diedi un re, incollerito te lo tolgo” (13, 10-11).

La tenerezza di un Padre
Ma sarebbe solo di critica religiosa e politica il libro di Osea se non si leggesse nelle sue pagine la trama tenerissima di una struggente storia di un amore tradito, irriso, calpestato… ma sempre risanato da un amore che sopravanza, cura, insegna a camminare e si accompagna pazientemente a tutto quello sterco di infedeltà. È la storia di un uomo che ha preso in moglie una prostituta di nome Gomer, è il racconto di un padre di fronte alla ribellione di un figlio che non vuol capire ragioni! Ci sono pagine che meriterebbero d’essere incorniciate nelle facoltà teologiche che elaborano l’immagine di un Dio severo e arcigno che si affaccia dal cielo solo per punire. Ci sono pagine che meriterebbero d’essere incorniciate come monito per tutti i confessori che richiedono penitenza e penitenza. C’è un Dio in Osea che sconvolge irrimediabilmente il paradigma dei moralisti che applicano, inflessibili, quell’itinerario che risponde alla logica della nostra intelligenza: al peccato deve corrispondere la conversione perché si possa meritare il perdono. Il Dio di Osea perdona di fronte al peccato prima che l’uomo si converta, senza che l’uomo si converta, scommettendo che quel perdono scateni l’energia e il coraggio della conversione. È un perdono preventivo quello di Dio. Per questo assurdo e paradossale. Divino appunto. In perfetta sintonia con il Dio di Gesù Cristo. Quello predicato da Paolo ai cristiani di Roma e che è morto per noi quando eravamo ancora peccatori (Rm 5, 8) e dalle pagine della Prima lettera di Giovanni (1Gv 4, 10). La perla di questo poema d’amore è nel capitolo 11 dove Dio sembra lottare con se stesso e alla fine lascia prevalere la tenerezza e la misericordia sul castigo e sulla punizione. “Come potrei Osea - Museo dell'Opera, Siena. lasciarti, Efraim; consegnarti, Israele? Ridurti come Admà; trattarti come Zeboìm? Mi dà un tuffo al cuore, mi si commuovono le viscere. Non eseguirò la mia condanna, non tornerò a distruggere Efraim; chè sono Dio, non uomo: il Santo in mezzo a te, non un nemico devastatore” (11, 8-9).

Caro Osea,
cantore della tenerezza, tessitore di elegie in cui l’utero di Dio si contrae per partorire solo perdono. Possa la lettura delle pagine del tuo libro essere fonte di liberazione innanzitutto dall’immagine di Dio, che dall’infanzia del mondo sembra abitare la nostra mente. Quello è un Dio sovrano e potente, despota delle coscienze e minaccioso, il tuo ci converte a sé con le lacrime dell’amante. È un Dio geloso, certo, ma come tutte le persone che amano. È onnipotente, sì, ma solo nell’amore. È un Dio che non tenta di possedere, quanto di liberare; non vuole la sottomissione ma la vita piena; non incute paura ma contagia di felicità. Male atavico e tanto radicato se ancora oggi sono in molti i credenti che si affrettano a prostituirsi a vecchi e nuovi idoli. Ancora oggi come ieri vi sono donne e uomini che scelgono di placare la fame dell’anima con i surrogati dello spiritismo invece che alle fonti d.o.c. della tua parola. Ma soprattutto è tragico il tradimento cui anche noi, come i sovrani di Israele, ci abbandoniamo. Quanto ci attrae il fondamentalismo del mercato che si concede lussurioso nei centri commerciali carichi di luci e di colori! Al punto che dobbiamo inventarci addirittura veri e propri percorsi terapeutici per disintossicarci dalla libidine del comprare e dello spendere e dalla bramosia sensuale del gioco del lotto e delle scommesse.
Ma ancora più tragicamente continuiamo a prostrarci adoranti dinanzi alla forza distruttiva delle armi. Sono esse a reggere ancora i destini del mondo. I governi si prostituiscono ai più forti, al Baal che domina incontrastato come l’Egitto e l’Assiria dei tuoi tempi ma con un potenziale di distruzione incomparabile. È un impero del mondo come mai si era visto finora nella storia. Tale impero è retto sul piedistallo dell’economia che acceca e riduce a schiavitù e a morte milioni di persone. Salvaci almeno tu da questa prostituzione. Aiutaci a riappropriarci di quella dignità con cui il creatore ha voluto coronarci il capo perché non accettassimo altre signorie all’infuori della sua. Sussurra ancora alle nostre orecchie le parole d’amore che sappiamo antidoto antico della tentazione della paura e del tradimento. Apri le nostre orecchie perché possiamo ascoltare finalmente Dio ripetere: “Perciò, ecco, la attirerò a me, la condurrò nel deserto e parlerò al suo cuore. Le renderò le sue vigne e trasformerò la valle di Acòr in porta di speranza. Là canterà come nei giorni della sua giovinezza, come quando uscì dal Paese d’Egitto. E avverrà in quel giorno – oracolo del Signore – che mi chiamerai: Marito mio, e non mi chiamerai più: Mio padrone. Le toglierò dalla bocca i nomi dei Baal, che non saranno più ricordati. In quel tempo farò per loro un’alleanza con le bestie della terra e gli uccelli del cielo e con i rettili del suolo; arco e spada e guerra eliminerò dal Paese; e li farò riposare tranquilli. Ti farò mia sposa per sempre, ti farò mia sposa nella giustizia e nel diritto, nella benevolenza e nell’amore, ti fidanzerò con me nella fedeltà e tu conoscerai il Signore. E avverrà in quel giorno – oracolo del Signore – io risponderò al cielo ed esso risponderà alla terra; la terra risponderà con il grano, il vino nuovo e l’olio e questi risponderanno a Izreèl. Io li seminerò di nuovo per me nel Paese e amerò Non-amata; e a Non-mio-popolo dirò: Popolo mio, ed egli mi dirà: Mio Dio”. (2, 16-25)

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