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Oscar Romero. Ancora e sempre un arcivescovo scomodo
A cura di Alberto Vitali


Poche figure come quella dell’arcivescovo martire di San Salvador, Oscar Romero, suscitano ancora tanto interesse, dibattito, venerazione e imbarazzo, a distanza di 26 anni dagli avvenimenti che lo videro protagonista.
Il motivo è semplice: Romero non si limitò a coltivare le proprie “virtù eroiche” nell’ambito ristretto della sfera spirituale, estraniandosi da quelle vicende che stavano tragicamente caratterizzando il suo tempo. Al contrario – secondo una felice definizione di Abramo Levi, posta quale titolo della prima biografia apparsa in Italia – fu “un vescovo fatto popolo”. In verità, la sua intera vicenda risulterebbe incomprensibile a chiunque volesse interpretarla a prescindere dalla tragica quotidianità della gente, ma proprio per questo è vera anche la relazione inversa: Romero fu un vescovo “fatto dal popolo”.
“Il popolo è il mio profeta”, amava ripetere e fu questo popolo, profetico e martire molto prima di lui, ad accompagnarlo fino in fondo, lungo quel cammino di liberazione che, giorno per giorno, divenne un esodo, intimo e storico allo stesso tempo: dalle sue più radicate convinzioni conservatrici e paternalistiche fino a trasformarlo nell’emblema stesso della “opzione per i poveri”. Dal conseguente e inevitabile scontro con i poteri forti – civili ed ecclesiastici – fino al dono supremo della vita.
Ciò non significa che Romero fu uno sprovveduto o si lasciò abbindolare dalla parte più progressista del clero e dai settori organizzati di quella che oggi chiameremmo la “società civile”. Alcuni dei suoi detrattori non cessano di insinuarlo: forse per superare l’evidente imbarazzo che continua a generare il duro trattamento riservatogli dalla curia vaticana e la dolorosa incomprensione da parte dello stesso Giovanni Paolo II.
Certamente sarebbe più onesto ammettere che “galeotto fu il momento”. Anche Giovanni Paolo II – in altri tempi e con altre modalità – sarebbe arrivato a scontrarsi con l’ingorda sete di violenza dell’impero, segno di un’evidente evoluzione del pontificato wojtyliano proprio sui temi dei diritti umani, della pace e della guerra, tanto cari a Romero. Ma quando si incontrarono, nel 1979, l’arcivescovo salvadoregno era ormai al traguardo della sua missione, mentre il giovane papa polacco era soltanto all’inizio del pontificato.
Molto più incomprensibili ci risultano invece le riserve, i distinguo, i revisionismi che ancora si tentano ai nostri giorni: per “purificare” la figura di Romero – come apertamente dichiarano, senza pudore, alcuni addetti ai lavori – da ogni mitizzazione ideologica e strumentalizzazione politica. La lotta che si compie assume oggi tratti particolarmente difficili e inediti, come quello della resistenza contro il furto della memoria: elemento indispensabile per conservare una ispirazione cristiana e il coraggio indispensabile ad affrontare ancora una volta i problemi di sempre. Il messaggio di Romero continua a tormentare il sistema, nelle sue diverse sfaccettature: economiche, sociali, politiche... ecclesiali. Oggi come ieri – mons. Romero resta un arcivescovo scomodo.

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