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Follia nonviolenta
A cura di Alberto Conci


Alle 17 del 30 gennaio 1948, mentre si accingeva a tenere la preghiera pubblica, Mohandas Karamchand Gandhi veniva ucciso a Dehli da un giornalista indù, Nathiram Vinayak Godse, deciso a vendicare così i terribili massacri compiuti nel Punjab dalla maggioranza musulmana. Gandhi ebbe solo il tempo di pronunciare per l’ultima volta il nome di Dio, “He Ram”. Qualche giorno prima, un altro membro del piccolo gruppo di congiurati cui apparteneva Godse aveva tentato di ucciderlo lanciandogli una bomba a mano. Si chiudeva così l’esistenza di uno dei più grandi profeti della nonviolenza che la storia abbia conosciuto. Sono almeno quattro le ragioni che ci spingono a ricordarlo a sessant’anni dalla morte.
Prima di tutto il fatto che Gandhi fu uno dei principali protagonisti della storia del secolo scorso: egli indicò una strada inedita e purtroppo spesso dimenticata per rompere i vincoli della condizione coloniale, mettendo al centro il rifiuto della violenza e la fiducia nella democrazia.
In secondo luogo la consapevolezza di vivere in un tempo nel quale ritorna non solo la violenza, ma anche la fiducia nella violenza come strumento per risolvere i conflitti, a qualsiasi livello questi si presentino. La terza ragione che ci spinge a far memoria di Gandhi è la convinzione che la sua proposta nonviolenta costituisca un’efficace e necessaria via d’uscita dalla logica cinica e autodistruttiva della barbarie: “La nonviolenza – afferma Gandhi – è la forza più grande di cui disponga l’umanità. È più potente della più potente arma di distruzione escogitata dall’ingegnosità dell’uomo. La distruzione non è la legge degli uomini”.
Infine, la nonviolenza può offrire ancora oggi l’occasione per riflettere sulle categorie di fondo della nostra visione del mondo: sulla verità, sul dialogo, sulla fiducia nel bene, sulla relazione fra etica e politica... A sessant’anni di distanza non manca chi si ponga la domanda sull’efficacia della nonviolenza gandhiana. È un po’ la questione che aveva posto Norberto Bobbio, domandando se fosse veramente possibile far passare la dottrina della nonviolenza dal cielo delle buone intenzioni alla terra delle buone azioni. Forse, però, sarebbe meglio chiedersi: dove si colloca oggi il suo messaggio? Io penso sia davanti a noi.

Sommario:


    5 Articoli
    • Uomo del futuro

      In una conversazione con il bramino indiano Prakash Ramachandran, ripercorriamo alcuni passaggi essenziali della vita del Mahatma e della sua scelta nonviolenta.
      Cosa resta in India?
      Francesco Comina
    • Il rifiuto della barbarie

      Etica e politica nel pensiero gandhiano: un’intervista a Giuliano Pontara per cogliere l’attualità del padre della nonviolenza.
      Intervista di Alberto Conci
    • L’altra rivoluzione

      Le rivoluzioni storiche realizzate dalla nonviolenza, da Gandhi a Lanza del Vasto a Capitini: liberazione, cambiamento sociale, ripensamento di tutta la cultura occidentale.
      Antonino Drago
    • Prospettiva cosmica

      Ogni religione è utile strumento per cercare la pace: Gandhi come testimone del dialogo interreligioso e del ripetto delle diversità di ciascuna cultura nel ricordo di un monaco tibetano.
      Geshe Gedun Tharchin
    • Cammin leggendo

      Un accompagnamento ragionato tra scaffali e libri, perché quanto prodotto su Gandhi sia utile strumento di confronto, riflessione collettiva o individuale e crescita della cultura della nonviolenza.
      Enrico Peyretti

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    SETTEMBRE 2019

    Ponti

    Quando gli angeli si accorsero che gli sventurati uomini
    non potevano superare i burroni e gli abissi
    per svolgere le loro attività, al di sopra di quei punti
    spiegarono le loro ali e la gente cominciò a passare su di esse.
    Per questo la più grande buona azione è costruire un ponte.
    Ivo Andrić
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